William Bruce Cameron.
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Dalla parte di Bailey. Una storia per umani.
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Titolo originale: A Dog's Purpose.
Traduzione di Duccio Viani.
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2011 Giunti Editore, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Questa  la magnifica storia di Bailey, raccontata dalla sua stessa, adorabile voce di cane. Ingenuo e spaurito, quando viene al mondo  un bastardino randagio che fatica a capire come girano le cose: non  svelto quanto i fratelli ad accaparrarsi le coccole della sua adorata mamma, va in pezzi per la delusione quando la sua cagnetta preferita viene insidiata da rivali ben pi scaltri di lui e quasi muore per lo spavento quando si trova di fronte all'animale uomo". Ma ogni volta che rinasce, Bailey  un po' pi saggio e disinvolto. Finch arriva Ethan, un bambino speciale che gli insegner il senso del gioco, della lealt, dell'amore, dell'amicizia; in una parola, il senso dell'esistenza. Nelle vite successive, quando ormai, da cane poliziotto, si ritrover capace di imprese straordinarie, sar sempre Ethan il suo pensiero fisso e la persona che vorr a tutti i costi ritrovare. E quando succeder, Bailey compir per lui la sua azione pibella, pi vera e pi grande. 
Enorme successo del passaparola, "Dalla parte di Bailey"  stato definito il romanzo sui cani pi divertente e commovente degli ultimi anni. 
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L'AUTORE.
William Bruce Cameron (1960)  un giornalista umoristico americano di fama internazionale. E' famoso soprattutto per il suo romanzo A Dog's Purpose, che ha trascorso 19 settimane nella lista dei bestseller del New York Times. Il libro  la base per la versione cinematografica. 
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DALLA PARTE DI BAILEY. 
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Immagina un cane che non muore mai. Immagina un cane che si reincarna in diverse vite e se le ricorda tutte. Immagina che voglia scoprire il motivo per cui vive e che continui a rinascere finch non l'ha trovato. Questa storia  raccontata da Bailey, un cane saggio e divertente, bastardino randagio nella sua prima vita, golden retriever nella seconda, cane poliziotto nella terza e labrador nero nell'ultima. Ed  la storia dell'incontro magico con Ethan, il suo padrone speciale, che Bailey conosce da cucciolo e intende ritrovare a tutti i costi. Tra mille avventure commoventi, Bailey ci conduce in un viaggio incantato alla ricerca del senso della vita, dell'amore e della lealt, che squarcia il velo sottile che separa animali ed esseri umani.
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1
Un giorno mi resi conto che quelle cosette calde, piagnucolose e puzzolenti che si agitavano vicino a me erano i miei fratelli. Ci rimasi male.
Non ci vedevo ancora bene, riuscivo appena a distinguere ombre confuse, ma sapevo che quella sagoma grande e bellissima, con la lingua lunga e meravigliosa, era mia madre. Avevo capito come funzionava: 
quando l'aria fredda mi increspava il pelo, voleva dire che la mamma se n'era andata da qualche parte, ma quando tornava il caldo era l'ora di mangiare. Spesso, per trovare un posto dove poppare, dovevo scansare quello che, ora lo sapevo, era il muso di uno dei miei fratelli. Tutti cercavano di allontanarmi per rubare la mia parte di cibo - e la cosa mi innervosiva non poco. Non riuscivo proprio a capire a cosa servissero i fratelli. Quando la mamma mi leccava la pancia per farmi uscire strani liquidi da sotto la coda, io alzavo lo sguardo e le facevo l'occhiolino, implorandola in silenzio di sbarazzarsi degli altri cuccioli. La volevo tutta per me.
Piano piano iniziai a mettere a fuoco gli altri cani e, anche se a malincuore, accettai la loro presenza nella tana. Presto il mio naso mi disse che avevo una sorella e due fratelli. Quando si trattava di azzuffarsi, Sorella era un po' meno interessata dei miei fratelli maschi. Uno, nella mia testa, lo chiamavo Svelto, perch, non so come, si muoveva sempre pi in fretta di me. L'altro l'avevo ribattezzato Affamato, perch ogni volta che la mamma si allontanava lui attaccava a guaire e poi poppava quasi con disperazione, come se non ne avesse mai abbastanza. Affamato era quello che dormiva pi di tutti e spesso io e i miei fratelli gli balzavamo addosso per dargli morsi sul muso.
La nostra tana era scavata sotto le radici nere di un albero ed era fresca e buia anche nelle ore pi calde della giornata. La prima volta che, con passo esitante, provai a mettere il naso fuori alla luce del sole, ero con 
Sorella e Svelto. Lui ovviamente corse subito davanti a tutti. Il nostro albero era appollaiato sulle rive di un ruscello e per me fu una gioia vedere Svelto che capitombolava gi dalla sponda, anche se io e Sorella non 
ruzzolammo certo con maggior grazia, nel tentativo di seguirlo. C'erano sassi scivolosi e un minuscolo rigagnolo da cui salivano odori fantastici, e seguimmo il sentiero bagnato accanto al ruscello fino a una grotta umida e fresca: un canale di scolo sotterraneo dalle pareti metalliche. L'istinto mi diceva che sarebbe stato un buon nascondiglio in caso di pericolo, ma la mamma - che non sembrava granch colpita dalla nostra scoperta - ci riport nella tana senza tanti complimenti, quando ci accorgemmo che le nostre zampe 
non erano abbastanza forti per risalire l'argine.
Avevamo imparato la lezione: se scendevamo gi dalla sponda, poi non eravamo pi capaci di tornare su da soli. E infatti, appena la mamma si allontan dalla tana, noi scendemmo di nuovo. Stavolta venne anche Affamato, ma quando fummo nel canale di scarico si spaparanz sul fango fresco e si addorment.
Ci sembrava giusto andare in esplorazione, anche perch dovevamo trovare altre cose da mangiare. La mamma stava iniziando a perdere la pazienza con noi: si tirava su ancora prima che avessimo finito di poppare e potevo solo darne la  colpa agli altri cuccioli. Se Affamato non fosse stato cos ingordo, se Svelto non fosse stato cos prepotente, se Sorella si fosse dimenata un po' meno, ero certo che la mamma sarebbe rimasta l, ferma, in attesa che finissimo di riempirci la pancia. Del resto, quando era in piedi sopra di noi e io mi allungavo per raggiungerla, non mi bastava un guaito appena accennato per farla accucciare?
Spesso la mamma passava pi tempo a leccare Affamato, mentre io ribollivo di rabbia per quell'ingiustizia.
Svelto e Sorella sembravano interessarsi molto di pi l'uno all'altra che non al resto della famiglia: per punirli, li privavo della mia compagnia e mi infilavo tutto solo in fondo al canale di scolo. Un giorno, stavo annusando beato qualcosa di morto e decomposto, quando proprio davanti a me un animaletto salt per aria di botto: una rana!
Tutto contento, balzai in avanti cercando di bloccarla con la zampa, ma la rana salt di nuovo. Aveva paura, ma io volevo solo giocare e probabilmente non me la sarei nemmeno mangiata.
Svelto e Sorella sentirono la mia eccitazione e si precipitarono gi nel canale di scolo, buttandomi a terra mentre scivolavano sull'acqua limacciosa. La rana salt e Svelto le si gett addosso, usando la mia testa 
come trampolino. Mandai un ringhio, ma lui non sembr nemmeno accorgersene.
Mentre Sorella e Svelto si azzuffavano per prendere la rana, lei riusc ad atterrare in una pozza d'acqua e scapp via a balzi svelti e silenziosi. Sorella infil il muso nella pozza e con uno starnuto ci spruzz tutta 
l'acqua addosso. Svelto le mont sul dorso: della rana - la mia rana! - si era gi dimenticato.
Me ne andai mogio mogio. Mi sembrava di vivere in una famiglia di ritardati.
Nei giorni che seguirono mi ritrovai a ripensare alla rana, in genere mentre stavo per addormentarmi. Mi chiedevo che sapore avrebbe avuto.
Sempre pi spesso, ogni volta che ci avvicinavamo, la mamma ci accoglieva con un ringhio sommesso. 
Quando, per la prima volta, mentre ci precipitavamo affamati verso di lei, fece schioccare i denti a mo' di avvertimento, pensai disperato che i miei fratelli avessero rovinato tutto. Poi Svelto le si avvicin con 
cautela, pancia a terra, e la mamma fece per sfiorarlo col naso. Dopo che lui le diede una leccata sulla bocca, la mamma lo premi rigurgitando del cibo, e noialtri corremmo subito da lei per approfittare dell'offerta. 
Svelto ci spinse via, ma avevamo imparato il trucco: le diedi un'annusata, una leccata sui denti, e la mamma mi diede da mangiare.
Ormai conoscevamo alla perfezione il letto del ruscello: non facevamo che seguire tracce in su e in gi, finch tutta l'area circostante non fu piena dei nostri odori. Io e Svelto passavamo la maggior parte del tempo 
a giocare - serissima occupazione, fra l'altro - e iniziavo a capire che per mio fratello le lotte dovevano sempre terminare con me steso a pancia in su e lui che mi mordeva il muso e la gola. Sorella non lo sfidava mai, ma io non avevo ancora ben capito se ero d'accordo con i ruoli che si erano ormai stabiliti nel nostro piccolo branco. Affamato ovviamente non si preoccupava per nulla della propria posizione sociale e cos, 
quando mi sentivo frustrato, andavo da lui a masticargli un po' le orecchie.
Un pomeriggio, mentre osservavo mezzo addormentato Sorella e Svelto strappare a morsi un pezzo di stoffa che avevano trovato in giro, mi si drizzarono le orecchie all'improvviso: stava arrivando un animale di qualche tipo, una bestia grossa e rumorosa. Balzai in piedi, ma prima che riuscissi a correre gi nel letto del ruscello per indagare su quel rumore misterioso, mi ritrovai davanti la mamma, il corpo teso e in allarme. Restai sorpreso nel vedere che teneva Affamato tra i denti, come non ci portava pi da settimane. Ci condusse fino al canale di scolo buio e si accucci a terra, con le orecchie appiattite sulla testa. Il messaggio era chiaro e noi seguimmo il suo esempio, indietreggiando in silenzio.
Quando la bestia, avanzando a grandi passi lungo il ruscello, ci apparve davanti agli occhi, percepii la paura della mamma: le faceva drizzare il pelo sulla schiena. L'animale era grosso e camminava su due zampe, con 
un fumo acre che gli usciva dalla bocca mentre strascicava i piedi verso di noi.
Io lo fissavo, affascinato. Per motivi che ancora non potevo immaginare, ero irresistibilmente attratto da quella creatura. Sentii perfino il mio corpo tendersi, pronto a darsi lo slancio per andarle incontro, ma bast 
un'occhiata della mamma per farmi cambiare idea. Era una bestia di cui aver paura, da evitare a ogni costo.
Era un uomo, ovviamente, il primo che avessi mai visto.
Non guard neppure una volta nella nostra direzione. Si arrampic sull'argine e scomparve dalla visuale. 
Dopo qualche istante la mamma strisci fuori alla luce del sole, alzando la testa per accertarsi che il pericolo fosse passato. Sollevata, torn dentro per dare a ognuno di noi una musata di rassicurazione.
Corsi fuori per vedere con i miei occhi, ma ci rimasi proprio male: tutto ci che restava dell'uomo era un persistente odore di fumo nell'aria.
Giorni dopo, quando la mamma part per la caccia, per la prima volta ci permise di andare con lei. Ci insegn a svicolare tra i cespugli e a restare nascosti e silenziosi se passava qualche uomo. Ci mostr come strappare 
i sacchetti di nylon dietro le case per scovare, in mezzo alle cartacce non commestibili, bocconi di carne, croste di pane, pezzi di formaggio, che masticavamo come potevamo. C'erano sapori esotici, odori meravigliosi, ma l'ansia della mamma era contagiosa e cos mangiammo in fretta, senza gustare niente. Pass qualche secondo e Affamato vomit tutto quello che aveva 
mangiato. L per l mi sembr molto buffo, finch anch'io non fui preso da violenti crampi allo stomaco.
La seconda volta and meglio.
Anche se, al di fuori della nostra famiglia, non ne avevo mai visti con i miei occhi, avevo sempre saputo che nel mondo esistevano altri cani. A volte, quando eravamo fuori a caccia, ci abbaiavano contro da dietro gli 
steccati: probabilmente erano invidiosi, vedendoci scorrazzare liberi mentre loro dovevano stare rinchiusi. La mamma ovviamente non ci permetteva di avvicinarci agli sconosciuti. Svelto s'innervosiva sempre un po', 
come se si sentisse offeso dal fatto che qualcuno osasse sbraitarci contro mentre lui rizzava la zampa sul tronco di un albero.
Ogni tanto mi capitava addirittura di vedere un cane dentro una macchina! La prima volta restai l a fissarlo inebetito: aveva la testa fuori dal finestrino e la lingua penzoloni. Vedendomi prese ad abbaiare festoso, ma 
io ero troppo sbalordito e riuscii solo a rizzare il muso per fiutare l'aria, invidioso e incredulo.
Ecco un'altra cosa che la mamma tendeva a evitare: macchine e camion, ma non capivo proprio come potessero essere pericolosi, visto che a volte trasportavano anche dei cani. Spesso un grosso camion rumoroso passava a raccogliere tutti i sacchi di cibo che la gente lasciava fuori per noi, dopodich per un giorno o due i nostri pasti erano piuttosto magri. Non mi piaceva quel camion e nemmeno gli uomini ingordi che saltavano gi per portarsi via tutto quel ben di Dio, anche se bisogna dire che sia loro sia il camion avevano un odore paradisiaco.
Ora che andavamo a caccia, c'era meno tempo per giocare.

La mamma ringhiava ogni volta che Affamato provava a leccarle le labbra sperando in un pasto e tutti noi recepimmo il messaggio. Uscivamo spesso, sempre di soppiatto, alla ricerca disperata di cibo. Mi sentivo 
stanco e debole, e non provavo nemmeno pi a sfidare Svelto quando mi montava addosso, o mi spintonava col petto. Se voleva essere lui il capo, tanto meglio.
Ormai sotto l'albero c'era spazio a malapena per tutti e la mamma se ne andava per periodi sempre pi lunghi. Qualcosa mi diceva che prima o poi non sarebbe pi tornata.
Cominciavo a chiedermi se non fosse il caso di lasciare la tana.
Poi, un giorno, la nostra vita cambi. Tutto cominci quando Affamato, incespicando, cadde nel canale di scolo, invece di partire con noi per la caccia. Aveva il fiato grosso, la lingua di fuori. La mamma lo 
accarezz col muso e se ne and. Quando provai ad annusarlo, Affamato non apr nemmeno gli occhi.
Sopra il canale passava una strada e su quella strada una volta avevamo trovato un grosso uccello morto: per un po' ci eravamo divertiti a sbranarlo, ma poi Svelto se lo era portato via di corsa. Nonostante il rischio di 
farci vedere, tendevamo a perlustrare quella strada in su e in gi, alla ricerca di altri uccelli morti. Ed  l che eravamo quando tutta un tratto la mamma alz la testa in allerta. L'avevamo sentito tutti: stava arrivando un 
camion.
Ma non era un camion qualsiasi: nei giorni precedenti quello stesso veicolo, facendo gli stessi rumori, era passato pi volte avanti e indietro per la nostra strada, muovendosi lentamente, con aria quasi minacciosa, 
come se stesse dando la caccia proprio a noi.
La mamma si lanci dentro il canale di scolo e noi la seguimmo ma, per qualche motivo che non capir mai del tutto, io mi fermai e fissai quella macchina mostruosa, facendo passare qualche secondo prima di seguire la mamma nel nostro nascondiglio.
Ecco, furono quei pochi secondi a fare la differenza: mi avevano visto. Con un rombo basso e vibrante, il camion si ferm proprio sopra le nostre teste.
Il motore, prima di tacere, mand un secco rumore metallico e poi sentimmo il suono di stivali sulla ghiaia.
La mamma emise un guaito sommesso.
Quando apparvero quei musi da entrambe le aperture del tunnel, la mamma si appiatt a terra, con il corpo rigido.
"Qui, bello" sussurr uno di loro. Non avevo idea di cosa volesse dire, ma quel richiamo mi sembr naturale come il soffio del vento, come se per tutta la vita non avessi fatto altro che ascoltare le voci degli uomini.
Mi accorsi solo in quel momento che entrambi portavano dei bastoni con un cappio legato all'estremit. 
Avevano un aspetto minaccioso e sentii che la mamma si stava facendo prendere dal panico. Raspando con le unghie, si lanci a testa bassa, mirando allo spazio tra le gambe di uno degli uomini. Il bastone si abbass, ci 
fu uno schiocco improvviso e poi vedemmo la mamma contorcersi e dimenarsi mentre l'uomo la trascinava fuori.
Io e Sorella indietreggiammo, mentre Svelto ringhiava, con i peli ritti sulla nuca. Poi tutti e tre ci rendemmo conto che, anche se la strada alle nostre spalle era chiusa, l'apertura del tunnel di fronte a noi adesso era 
scoperta. Ci lanciammo in avanti.
"Vanno da quella parte!" grid l'uomo dietro di noi.
Una volta arrivati al ruscello, per, ci accorgemmo di non sapere che cosa fare. Io e Sorella ci fermammo dietro a Svelto: se voleva fare il capo, che ci tirasse lui fuori dai guai.
Della mamma nessuna traccia. I due uomini invece stavano sulle due rive opposte, ognuno col proprio 
bastone in pugno. Svelto riusc a schivarne uno, ma fu catturato dall'altro. Sorella approfitt della confusione 
per darsi alla fuga, con le zampe che alzavano schizzi d'acqua mentre se la svignava. Io rimasi immobile a 
fissare la strada.
In piedi sopra di me c'era una donna, la fronte corrugata e l'espressione gentile. "Qui, piccolo, non aver 
paura. Va tutto bene. Vieni, piccolo" disse.
Non scappai. Non mi mossi nemmeno. Lasciai fare, mentre mi passavano il cappio sul muso e lo stringevano 
intorno al collo. Il bastone mi guid su fino alla sponda, dove un uomo mi prese per la collottola.
"Non c' problema" mormor la donna. "Liberatelo."
"Ma cos scapper" la avvert l'uomo.
"Lasciatelo."
Da quello scambio di battute capii che era la donna quella che comandava, per quanto fosse pi vecchia e pi 
piccola di en- " trambi gli uomini. Bofonchiando contrariato, l'uomo mi tolse il laccio dal collo. La donna mi 
porse le mani: i palmi erano ruvidi e callosi, e odoravano di fiori. Li annusai, abbassando la testa. Quella 
donna trasmetteva un chiaro senso di interesse e affetto.
Quando mi pass le dita sul pelo, sentii un brivido per tutto il corpo. La mia coda sferzava l'aria come 
guidata da una volont tutta sua e quando, prendendomi di sorpresa, lei mi sollev prendendomi tra le 
braccia, io mi allungai per leccarle il muso, incantato dalle sue risate.
L'atmosfera si fece pi cupa quando uno dei due uomini si avvicin reggendo il corpo molle di Affamato. Lo 
mostr alla donna, che borbott qualcosa in tono triste. Poi lo port fino al camion, dove la mamma e Svelto erano rinchiusi in una gabbia metallica, e lo avvicin ai loro nasi. Tutti e due annusarono con cura il corpo di mio fratello morto: mi resi 
conto che quegli uomini volevano farci capire che cos'era successo ad Affamato. C'era un'atmosfera di 
tristezza mentre loro stavano l, in silenzio, in mezzo alla strada, ma loro non potevano sapere che mio 
fratello era stato malato fin dalla nascita, senza speranza di sopravvivere a lungo.
Mi infilarono nella gabbia e la mamma diede un'annusata di disapprovazione all'odore della donna che mi era 
rimasto sul pelo. Il camion ripart e fui di nuovo distratto dagli odori meravigliosi che si diffondevano nella 
gabbia mentre percorrevamo la strada. Ero su un camion! Abbaiai estasiato e la mamma e Svelto si 
voltarono, sorpresi dal mio improvviso entusiasmo. Non potevo farne a meno, era la cosa pi emozionante 
che mi fosse mai capitata, meglio ancora di quando avevo quasi acchiappato quella rana.
Di Sorella non c'era pi traccia, ma il destino ci avrebbe fatti incontrare di nuovo.

2.
Dovunque fosse diretto il nostro camion, avevo la sensazione che una volta arrivati avremmo visto altri cani 
come noi. La gabbia in cui ci avevano rinchiusi era piena del loro odore: urine, feci e perfino sangue, 
mescolati a pelo e saliva. La mamma, acquattata, si aggrappava con le unghie per non scivolare sul 
pavimento della gabbia che sobbalzava bruscamente, mentre io e Svelto camminavamo avanti e indietro, con 
il naso a terra, fiutando uno per uno gli odori di tutti quei cani. Svelto cercava di marcare gli angoli della 
gabbia, ma ogni volta che provava a mettersi su tre zampe, arrivava un bel sobbalzo che lo mandava muso a 
terra. Una volta fin addirittura addosso alla mamma e si becc un piccolo morso. Gli lanciai un'occhiata di 
rimprovero. Non vedeva quant'era triste nostra madre?
Alla fine, annoiato a forza di fiutare cani che nemmeno erano l, spinsi il naso contro la griglia metallica e 
annusai il vento con ingordigia. Mi torn in mente la prima volta che avevo ficcato il muso in quei succulenti 
sacchi della spazzatura, che fino a quel momento erano stati la nostra fonte principale di cibo. L fuori 
c'erano migliaia di odori non identificabili e mi salirono al naso tutti insieme, in modo cos violento che 
cominciai a starnutire.
Svelto prese posto sull'altro lato della gabbia e si accucci.
Non venne a fare quello che facevo io perch non era stata un'idea sua. Appena starnutivo mi guardava 
minaccioso, come per avvertirmi che, se avessi voluto provarci di nuovo, avrei dovuto chiedergli il 
permesso. Tutte le volte che incrociavo il suo sguardo freddo, lanciavo un'occhiata significativa alla mamma, 
la quale, per quanto la vedessi intimidita dalla brutta esperienza, per me rimaneva il nostro capo.
Quando il camion si ferm, la donna scese e venne a parlarci, appoggiando i palmi delle mani sulla gabbia 
perch glieli leccassimo. La mamma rest ferma dov'era, ma Svelto, incantato proprio com'ero io, si mise 
accanto a me scodinzolando.
"Come siete carini. Avete fame, piccoli? Eh, avete fame?"
Eravamo parcheggiati davanti a un lungo edificio piatto. Tra le ruote del camion faceva capolino qualche 
rara erbaccia del deserto. "Ehi, Bobby!" url uno degli uomini.
La risposta alle sue grida fu stupefacente. Da dietro la casa si alz un coro di forti latrati, cos tanti che non 
riuscivo a contare i cani che li emettevano. Svelto si alz sulle zampe posteriori, appoggiandosi a una parete 
della gabbia, come se in quel modo riuscisse a vederci meglio.
La confusione non si interruppe nemmeno quando un terzo uomo si affacci da dietro la casa. Gli altri due 
sorrisero con aria sorniona. Quando ci vide si blocc, le spalle incurvate.
"Oh, no, senora. Basta cani. Ne abbiamo troppi, ormai." L'uomo trasmetteva un senso di rassegnazione e 
rimpianto, ma non avvertivo alcuna rabbia in lui.
La donna si gir e gli and vicino. "Abbiamo due cuccioli e la loro mamma. Avranno tre mesi. Uno  
scappato e un altro  morto."
"Oh, no."
"La madre era inferocita, poverina.  terrorizzata."
"Sefiora, non c' pi posto."
"Su, Bobby, lo so che non  vero. E poi, cosa dovremmo fare, lasciarli vivere come bestie selvagge? Sono 
cani, Bobby, cuccioli, non vedi?" La donna torn verso la gabbia e io mi misi a scodinzolare per mostrarle 
che ero stato attento, persino affascinato, anche se non avevo capito un bel niente.
"S, Bobby, che differenza vuoi che facciano tre cani in pi?" disse uno degli uomini, sempre con quel 
ghigno stampato in faccia.
"Carlos, compra un po' di macinato fresco e torna al ruscello. Vedi se riesci a trovare quello che  scappato" 
disse la donna.
L'uomo annu, ridendo per l'espressione di Bobby. Capii che la donna era il capo di quella famiglia di umani 
e le diedi un'altra leccata alla mano: volevo essere io il suo preferito.
"Bravo, cucciolo, bravo" mi disse. Io saltavo di qua e di l, scodinzolando cos forte che colpii Svelto dritto 
in faccia, ma lui si limit ad allontanare la mia coda con aria irritata.
L'uomo chiamato Carlos odorava di carne piccante e di oli esotici che non riuscivo a individuare. Infil un 
bastone nella gabbia e accalappi la mamma, mentre io e Svelto li seguimmo senza farci pregare: fecero il 
giro della casa fino a un grande cancello. A quel punto i latrati si erano fatti assordanti e sentii un leggero 
brivido di paura: in quale situazione ci stavamo cacciando?
L'odore di Bobby aveva un che di agrumi, di arance, ma anche di terra, cuoio e cani. Apr il cancello di uno 
spiraglio, sbarrando il passo col suo corpo. "Indietro! Indietro, ho detto, indietro! Forza!" ordin. I latrati si 
acquietarono appena. Quando Bobby apr completamente il cancello e Carlos spinse avanti la mamma, 
cessarono del tutto.
Ero cos sconvolto da quello che mi trovai davanti che non sentii nemmeno il piede di Bobby sulla schiena mentre mi spingeva nel recinto.
Cani.
C erano cani dappertutto. Alcuni erano grossi come la mamma, o perfino di pi, altri pi piccoli, e tutti 
quanti scorrazzavano liberamente in un cortile enorme circondato da un'alta palizzata di legno. Zampettai 
verso un gruppo di cani dall'aria amichevole, non molto pi vecchi di me, e quando fui vicino a loro mi 
fermai, fingendomi affascinato da qualcosa che avevo visto per terra. I tre cani di fronte a me avevano tutti il 
pelo di colore scuro ed erano femmine, e cos feci una pisciatina di seduzione su un monticello di terra, 
prima di avvicinarmi per annusare educatamente i loro didietro.
Ero cos felice per quella nuova situazione che avevo voglia di abbaiare, ma la mamma e Svelto non 
sembravano divertirsi altrettanto. Anzi, a dirla tutta, la mamma stava correndo avanti e indietro lungo il 
perimetro della palizzata, cercando una via d'uscita, il naso schiacciato a terra. Svelto si era avvicinato a un 
gruppo di maschi e adesso stava l tutto rigido davanti a loro, con la coda che fremeva, mentre quelli 
facevano a turno per alzare la zampa su un palo della recinzione.
Uno dei maschi fece qualche passo e si mise dritto davanti a Svelto, mentre un altro gli girava attorno con 
aria aggressiva per annusarlo da dietro, e fu allora che il mio povero fratello cedette. Abbass il sedere e, 
mentre si voltava verso il maschio dietro di lui, la sua coda si curv infilandosi in mezzo alle zampe. Non fui per nulla sorpreso quando, pochi secondi dopo, lo vidi sdraiato a pancia all'aria, che si dimenava con 
disperata allegria. Capii che non era pi lui il capo.
Intanto, un altro maschio stava piantato proprio al centro del cortile e osservava la mamma che correva in cerchio, disperata.
Qualcosa mi diceva che, tra tutti i cani del recinto, lui era quello a cui bisognava stare pi attenti. E infatti, quando finalmente si mosse e si avvicin alla palizzata con passo felpato, i cani che circondavano Svelto 
smisero di fare gli scemi e alzarono la testa in allerta.
Una volta giunto a una decina di metri dalla palizzata, il maschio solitario part a corsa e si avvent sulla 
mamma, la quale si ferm, acquattata. Il maschio la blocc con le spalle, la coda dritta come un fuso. Lei si 
lasci annusare su e gi per tutto il corpo, sempre rannicchiata contro i pali.
Il mio primo impulso - e anche di Svelto, ne sono sicuro - fu di correre in suo aiuto, ma qualcosa mi disse 
che sarebbe stato un errore. Quel maschio era il Capo, con la C maiuscola, un mastino dall'ossatura robusta, 
col muso bruno e gli occhi umidi. La sottomissione della mamma era nell'ordine naturale delle cose.
Dopo un attento scrutinio, il Capo spruzz la palizzata con un modesto getto di urina che la mamma esamin con cura, quindi il maschio se ne and via trotterellando, senza degnarla di un altro sguardo. Anche la mamma sembrava sollevata e senza farsi notare strisci a nascondersi dietro un mucchio di traversine della ferrovia.
A tempo debito, il branco di maschi venne a dare una controllata anche a me, ma io mi accucciai basso basso e diedi loro una leccata sul muso, per far capire molto chiaramente che da me non avrebbero avuto il minimo 
problema: era mio fratello la testa calda. Volevo solo giocare con le tre femmine ed esplorare il cortile, che era disseminato di palle, ossi di gomma e ogni tipo di odori e distrazioni. Un getto d'acqua chiara scrosciava 
in una tinozza per darci ristoro quando volevamo e l'uomo di nome Carlos veniva in cortile una volta al giorno per ripulire la nostra sporcizia. A intervalli regolari ci mettevamo ad abbaiare tutti insieme, cos, senza motivo, solo per il puro piacere di farlo.
E i pasti! Due volte al giorno, Bobby, Carlos, Sefiora e l'altro uomo si facevano largo in mezzo al branco, dividendoci in gruppi a seconda dell'et. Rovesciavano sacchi interi di cibo gustoso in grandi ciotole e noi ci 
infilavamo il muso, mangiando fino a scoppiare! Bobby restava a guardarci e quando pensava che uno dei cani - di solito la pi piccola delle femmine - non stesse mangiando abbastanza, la prendeva da parte e le dava un'altra manciata di cibo, mandando via noialtri.
La mamma mangiava insieme ai cani adulti e ogni tanto mi capitava di sentire un ringhio provenire da quella 
parte, anche se quando mi giravo a guardare non vedevo altro che un gran scodinzolare. Qualunque cosa mangiassero aveva un odore meraviglioso, ma gli uomini si mettevano nel mezzo per fermarci se uno di noi pi giovani cercava di avvicinarsi per dare una sbirciata.
La donna, Sefiora, si chinava e lasciava che le leccassimo la faccia, ci passava le mani sul pelo e rideva, rideva. Mi disse che il mio nome era Toby. Ero sicuro di essere di gran lunga il suo preferito: come potevo non esserlo? La mia migliore amica era una femmina dal pelo bruno di nome Coco, la stessa che mi aveva accolto il primo giorno. Coco e io stavamo tutto il giorno a fare la lotta, di solito in compagnia delle altre femmine e a volte anche di Svelto, che voleva sempre fare il gioco in cui lui alla fine era il capo. Per doveva stare attento a non essere aggressivo, perch appena diventava troppo turbolento uno dei maschi veniva a dargli una lezioncina. Quando accadeva, io facevo sempre fnta di non conoscerlo.
Amavo il mio mondo, il Cortile. Adoravo correre nel fango vicino alla tinozza, alzando schizzi con le zampe che m'inzaccheravano il pelo. Mi piaceva quando ci mettevamo ad abbaiare tutti insieme, anche se spesso non ne capivo il motivo. Era una gioia inseguire Coco, dormire ammucchiato in mezzo agli altri cani, annusare le loro 
cacche. Quante volte mi capitava di crollare a terra esausto a forza di giocare, felice come un matto!
Anche i cani pi vecchi giocavano. A volte potevi vedere perfino il Capo scorrazzare per il Cortile con un 
pezzo di stoffa in bocca, mentre gli altri lo seguivano facendo finta di non riuscire a stargli dietro. La 
mamma, invece, non giocava mai: si era scavata una buca dietro le traversine e passava la maggior parte del 
tempo sdraiata l. Se andavo a vedere come stava, lei ringhiava, come se non mi avesse nemmeno 
riconosciuto.
Una sera, dopo cena, quando i cani erano tutti sazi e stavano spaparanzati qua e l per il Cortile, vidi la 
mamma emergere furtivamente dal suo nascondiglio e strisciare verso il cancello. Stavo addentando un osso 
di gomma per placare quel perenne desiderio di masticare qualcosa, ma mi fermai e la guardai con curiosit, 
seduta davanti al cancello. Era in arrivo qualcuno?"" Drizzai la testa pensando che, se ci fossero state visite, i 
cani si sarebbero gi messi ad abbaiare.
Molte volte, la sera, Carlos, Bobby e gli altri uomini stavano seduti a un tavolino a chiacchierare, aprendo e 
passandosi una bottiglia da cui proveniva un acre odore chimico. Non quella sera, per: i cani erano soli nel Cortile.
La mamma alz le zampe anteriori da terra, le spinse contro le assi del cancello di legno e prese in bocca il 
pomello metallico. Ero confuso: perch, mi chiesi, masticare una cosa del genere, quando il Cortile era pieno 
di ottimi ossi di gomma? Inclin il capo a destra e a sinistra, evidentemente incapace di dare a quell'affare un 
bel morso come si deve. Lanciai un'occhiata a Svelto, ma dormiva sodo.

Poi, con mia grande sorpresa, il cancello si apr con un clic. La mamma l'aveva aperto! Lasci cadere le 
zampe a terra e spinse avanti col muso, fiutando prudente l'aria dall'altro lato della palizzata.
Quindi si volt per guardarmi con gli occhi che luccicavano. Il messaggio era chiaro: mia madre se ne stava 
andando. Mi alzai per raggiungerla. Coco, sdraiata accanto a me, sollev pigramente il capo, mi fece 
l'occhiolino, sospir e si allung di nuovo sulla sabbia.
Se me ne andavo, non avrei mai pi rivisto Coco. Mi sentivo diviso tra l'obbedienza alla mamma, che mi 
aveva nutrito, istruito, si era presa cura di me, e la fedelt al branco, compreso il mio inutile fratello Svelto.
La mamma non aspett che mi decidessi. Se la svign silenziosamente nel buio del tramonto. Se volevo raggiungerla dovevo darmi una mossa.
Corsi fuori dal cancello aperto.Svelto non ci vide fuggire.

3.
Non andai molto lontano. Tanto per cominciare non riuscivo a muovermi veloce come la mamma, e poi 
proprio di fronte alla casa c'era un filare di cespugli dove mi sentii obbligato a marcare il territorio. La 
mamma non mi aspett, nemmeno si volt indietro. L'ultima volta che la vidi stava facendo quello in cui era 
pi brava: scivolare via nell'ombra, invisibile e silenziosa.
C'era stato un tempo, non molto prima, in cui tutto ci che volevo dalla vita era rannicchiarmi addosso a lei, 
quando la sua lingua e il suo corpo caldo significavano per me pi di ogni altra cosa. Ma in quel momento, 
mentre la guardavo sparire nel buio, mi resi conto che stava facendo solo quello che tutte le mamme dei cani 
devono fare prima o poi. L'avevo seguita d'istinto, ma in realt il nostro rapporto era cambiato per sempre dal 
giorno in cui avevamo messo piede nel Cortile.
Avevo ancora una zampa per aria, quando Senora usc sul portico. Vedendomi, si ferm.
"Toby, come hai fatto a uscire?"
Se davvero volevo scappare avrei dovuto mettermi a correre subito, ma ovviamente non lo feci. Al contrario, 
mi misi a scodinzolare e saltai sulle gambe di Senora, cercando di leccarle la faccia. Il suo odore di fiori era 
ravvivato da un delizioso aroma di grasso di pollo. Mi lisci le orecchie all'indietro e io la seguii,

ipnotizzato dalle sue carezze, mentre camminava a passo svelto fino al cancello ancora aperto. Il branco 
dormiva immobile nel recinto. Mi diede un buffetto gentile e mi segu dentro.
Nel momento in cui il cancello si richiuse, i cani si erano alzati e correvano verso di noi. Senora li accarezz, 
parlando con voce dolce, mentre io fremevo, innervosito: non ero pi al centro della sua attenzione.
Pochi giorni dopo, mentre facevo la lotta con Coco, la mamma torn. Almeno, pensavo che fosse mia madre. 
Ero distratto da un nuovo gioco che avevo scoperto durante i nostri infiniti incontri di lotta: mi mettevo 
dietro a Coco e le montavo sulla schiena, stringendola con le zampe davanti. Era un gioco stupendo e non 
riuscivo proprio a capire perch Coco s'innervosisse tanto: non faceva che dimenarsi e mostrarmi i denti. 
Sembrava perfetto, perch non lo capiva?
Quando Bobby apr il cancello, alzai gli occhi e l davanti a me c'era lei, la mamma, incerta sulle zampe. Al 
colmo della gioia attraversai di corsa il Cortile, alla testa di una carica di cani, ma quando fui pi vicino 
rallentai.
Era una femmina con gli stessi colori della mamma, con una macchia bianca su un occhio e la coda corta, 
proprio come lei: ma non era la mamma. Si accucci e al nostro arrivo urin con aria sottomessa. Le girai 
intorno insieme agli altri cani, ma fu Svelto ad andare dritto da lei per annusarle il didietro.
Bobby aveva la stessa aria sconfitta, le spalle cadenti, di quando ci aveva tirati gi dal camion la prima volta, 
ma rest accanto a lei, difendendola col proprio corpo.
"Andr tutto bene, piccola" le disse.
Era Sorella. Mi ero quasi dimenticato di lei e in quel momento, mentre la ispezionavo, mi resi conto di 
quanto doveva essere diversa la vita dall'altra parte della palizzata. Era magra,

con tutte le costole in vista e una ferita aperta sul fianco. Il fiato le puzzava di marcio e, quando si accucci 
per fare pip, dalla sua vescica usc un odore disgustoso.
Svelto era contento matto, ma Sorella era troppo intimidita dal resto del branco per accettare il suo invito a 
giocare. Strisci a terra di fronte al Capo e lasci che tutti gli altri l'annusassero, senza nemmeno tentare di 
marcare il proprio territorio. Quando si allontanarono con aria sprezzante lasciandola l, Sorella, furtiva, 
esamin la ciotola del cibo e bevve un po' d'acqua. Sembrava che la stesse rubando.
Svelto non la mollava un attimo. Mi resi conto in quel momento che Sorella era sempre stata la sua preferita, 
pi importante per lui perfino della mamma. Lo osservavo mentre la leccava, mentre si accucciava davanti a 
lei, ma non ero geloso: io avevo Coco.
Invece mi ingelosii quando vidi le attenzioni che Coco riceveva dagli altri maschi, i quali sembravano 
convinti di poter venire a giocare con lei come se io nemmeno ci fossi, e in effetti chi diceva che non 
potevano? Sapevo qual era la mia posizione nel branco ed ero felice per il senso di ordine e sicurezza che mi 
dava, ma volevo Coco tutta per me e non mi piaceva essere spintonato via in malo modo.
Adesso tutti i maschi sembravano voler giocare al gioco che avevo inventato io: si mettevano dietro a Coco e 
cercavano di montarle sulla schiena, ma con magra soddisfazione vidi che a Coco quel gioco non interessava, 
nemmeno con loro.
La mattina dopo l'arrivo di Sorella, Bobby venne in Cortile e prese me, Svelto, Sorella, Coco e un altro 
maschio e ci infil tutti insieme in una gabbia sul cassone del camion. Stavamo stretti e c'era un gran rumore, 
ma adoravo il vento che soffiava forte e l'espressione di Svelto quando gli starnutivo in faccia. Ero sbalordito: una femmina viaggiava nella cabina con Carlos e Bobby. Perch lei poteva stare davanti e io no? - mi chiedevo.
Ci fermammo accanto a un vecchio alberello rachitico, l'unica macchia d'ombra in un parcheggio rovente. 
Bobby entr in un edificio con la femmina che viaggiava in cabina e Carlos venne allo sportello della gabbia. 
Ci alzammo tutti per andargli incontro, tranne Sorella.
"Vieni, Coco. Coco" fece Carlos. Sulle sue dita sentivo odore di arachidi e di bacche, oltre a qualcosa di 
dolce che non riuscivo a decifrare.
Ci mettemmo tutti ad abbaiare per l'invidia quando portarono Coco nell'edificio, poi continuammo ad 
abbaiare anche se non ce n'era pi motivo. Un grosso uccello nero plan sull'albero sopra di noi e ci fiss 
come fossimo una manica di imbecilli, cos per un po' abbaiammo anche a lui.
Bobby torn al camion. "Toby" chiam.
Tutto fiero, mi feci avanti, accettai di buon grado il cappio di pelle che m'infil intorno al collo e saltai gi: 
per terra era cos caldo che faceva male alle zampe. Non mi voltai nemmeno per dare un'ultima occhiata a 
quegli sfigati ancora nella gabbia ed entrai nell'edificio, incredibilmente fresco e profumato di cani e altri 
animali.
Bobby mi guid per un corridoio, poi mi prese in braccio e mi mise su un tavolo tutto luccicante. Entr una 
donna e io agitai la coda mentre mi passava le dita morbide e delicate sulle orecchie, sulla gola. Le sue mani 
avevano un forte odore chimico, ma i vestiti profumavano di altri animali, tra cui anche Coco.
"Lui come si chiama?" domand.
"Toby" disse Bobby. Scodinzolai ancora pi forte sentendo il mio nome.
"Quanti hai detto che ce ne sono, oggi?" Mentre parlava con Bobby, mi scopriva i denti per ammirarli.
"Tre maschi e tre femmine."
"Bobby..." fece la donna. Agitai la coda perch avevo riconosciuto il suo nome.
"Lo so, lo so."
"Si metter nei guai" disse la donna. Mi toccava dappertutto e mi chiesi se fosse il caso di mugolare di 
piacere.
"Non ci sono vicini che si possano lamentare."
"Ma ci sono le leggi."
"La prego, dottoressa, non vada a dirlo."
"No, non dir niente. Va bene, Toby?"
Le leccai la mano.
"Bravo. Adesso ti faremo un'operazioncina e dopo starai meglio di prima."
Bobby ridacchi.
Poco dopo mi trovai in un'altra stanza, con le luci forti ma una frescura deliziosa, in cui c'era lo stesso odore 
chimico che proveniva dalla signora gentile. Bobby mi stringeva forte e io stavo fermo, sdraiato, intuendo in 
qualche modo che era questo che volevano da me. Era bello farsi stringere cos e agitai la coda. Sentii un 
dolore breve e acuto dietro al collo, ma non mi lamentai, continuai a scodinzolare con maggior vigore per far 
capire che non m'importava.
Da l non ricordo pi niente, finch non mi ritrovai di nuovo nel Cortile! Aprii gli occhi e provai a tirarmi su, 
ma le zampe di dietro non volevano darmi retta. Avevo sete, ma ero troppo esausto per andare a bere. 
Appoggiai la testa e mi rimisi a dormire.
Al risveglio, mi accorsi subito di avere qualcosa intorno al collo, una specie di cono di plastica bianca, cos ridicolo che temevo mi avrebbero cacciato dal branco. Riuscii a trascinarmi fino alla fontanella e bevvi un po'. Avevo lo stomaco in subbuglio e la parte di sotto mi faceva un gran male. Dagli odori nel Cortile capii che mi ero perso la cena, ma in quel momento non mi importava. Trovai un pezzo di terra fresca e mi buttai gi con un lamento. Svelto, sdraiato accanto a me, mi guard: anche lui portava un assurdo collare come il mio.
Che cosa ci aveva fatto Bobby?
Le tre femmine che erano entrate insieme a noi nell'edificio con la signora gentile non si vedevano da 
nessuna parte. Il giorno dopo provai a esplorare il Cortile, zoppicante, annusando qua e l in cerca di Coco, 
ma sembrava che non fosse tornata insieme a noi.
A parte l'umiliazione per quello stupido collare, dovetti anche subire l'oltraggio di farmi annusare la parte che 
mi faceva male da tutti i maschi del branco. Il Capo mi butt schiena a terra in malo modo e io restai l, 
sdraiato e infelice, mentre lui e poi gli altri maschi mi fiutavano senza nascondere il proprio disprezzo.
Non provarono a fare lo stesso con le femmine, quando tornarono in Cortile pochi giorni dopo. Ero 
contentissimo di rivedere Coco, anche lei col collare di plastica, e Svelto faceva del suo meglio per consolare 
Sorella, perla quale tutta quella faccenda doveva essere stata un vero e proprio trauma.
Quando finalmente Carlos ci tolse i collari, mi accorsi che ero meno interessato al gioco che facevo sempre 
con Coco, quello in cui le montavo sulla schiena. Adesso avevo trovato un nuovo gioco: prendevo un osso di 
gomma e andavo zampettando da Coco, masticavo l'osso davanti a lei, lo lanciavo per aria e lo facevo cadere 
a terra. Lei, fingendo di non essere interessata, guardava da un'altra parte, ma poi quando lo spingevo in avanti col naso i suoi occhi tornavano a fissarsi sull'osso. Alla fine non resisteva e si lanciava per 
addentarlo, ma io ormai la conoscevo cos bene che riuscivo ad afferrare l'osso prima di lei. Indietreggiavo 
ballonzolando e scodinzolando di gioia, e a volte lei mi inseguiva e ci mettevamo a correre in grandi cerchi: 
era la parte del gioco che preferivo. Altre volte sbadigliava, facendo l'annoiata, e allora mi avvicinavo di 
nuovo per stuzzicarla con l'osso di gomma, finch non ce la faceva pi e tentava ancora una volta di 
afferrarlo. Quel gioco mi piaceva cos tanto che mi capitava perfino di sognarlo.
A volte avevamo anche degli ossi veri, ma in quei casi ci comportavamo diversamente. Carlos entrava nel 
Cortile con una sacca tutta unta e lanciava deliziosi pezzi di carne bruciacchiata chiamandoci per nome. Non 
aveva capito che il primo toccava sempre al Capo, ma per me non era un problema. Non sempre mi capitava 
di avere un osso, per in quei casi Carlos diceva "Toby, Toby" e me lo passava, proprio sotto il naso degli 
altri cani. Quando avevi a che fare con gli umani, le regole erano diverse.
Una volta che Svelto aveva avuto un osso e io no, vidi una cosa straordinaria. Svelto era accovacciato 
dall'altra parte del Cortile e rosicchiava freneticamente, mentre dal suo trofeo salivano ondate di profumo da 
far girare la testa. Mi ero avvicinato furtivamente per guardarlo, pieno d'invidia, ed ero proprio l davanti a 
lui quando arriv il Capo.
Svelto s'irrigid, allarg leggermente le zampe come per prepararsi a saltare in piedi. Quando il Capo si fece 
avanti, Svelto smise di rosicchiare e mand un ringhio basso. Nessuno ringhiava al Capo, mai. Ma sentivo 
che Svelto aveva ragione: era il suo osso, gliel'aveva dato Carlos e nemmeno il Capo poteva prenderglielo.

Tuttavia quell'osso aveva un'aria cos deliziosa che il Capo non riusc a trattenersi. Spinse il naso in avanti e 
a quel punto Svelto reag: un secco schioccare di denti, proprio in faccia al Capo! Svelto ringhiava, gli occhi 
come due fessure. Il Capo lo fiss, sembrava preso alla sprovvista dal suo gesto di ribellione e poi, con la 
testa regalmente alzata, si gir e alz una zampa sulla palizzata, senza degnare Svelto di un altro sguardo.
Sapevo che se il Capo avesse voluto sarebbe stato in grado di portar via a Svelto il suo osso. Aveva quel 
potere, lo aveva esercitato gi altre volte. Avevo visto cos'era successo quando, poco prima di salire sul 
camion per andare dalla signora gentile nella stanza fresca, i maschi si erano radunati intorno a una delle 
femmine, fiutandola e marcando il territorio con determinazione frenetica. Mi costa dire che c'ero anch'io in 
mezzo a loro, ma quella femmina aveva qualcosa di cos irresistibile che nemmeno so descriverlo.
Appena un maschio cercava di annusarle il didietro, lei si metteva a sedere per terra. Teneva le orecchie abbassate in segno di sottomissione, ma ringhiava e ogni volta i maschi indietreggiavano come se fosse stata  eletta Capo.
Eravamo cos ammassati che era impossibile non spintonarci. Fu allora che scoppi la rissa tra il Capo e il maschio pi grosso del branco, un enorme cane nero e marrone che Bobby chiamava Rottie.
Il Capo si batteva da esperto lottatore: afferr Rottie per la collottola e gli fece abbassare le spalle fino a terra. Noi ci allargammo per lasciar spazio ai contendenti, ma fin tutto in pochi secondi, quando Rottie si 
gir sulla schiena con fare servile. La confusione per aveva attirato Carlos, che si mise a gridare: "Ehi! Ehi! 
Basta cos!". Stava in piedi in mezzo al Cortile, ignorato dai maschi, mentre Coco corse subito da lui per farsi accarezzare. Rest qualche minuto a guardarci, poi chiam la femmina che aveva creato tutta quella 
confusione e la port fuori dal recinto.
Non la rividi fino al mattino dopo, quando montammo tutti sul camion per andare dalla signora gentile nella 
stanza fresca. Era lei quella seduta davanti con gli umani.
Probabilmente, dopo aver finito di rosicchiare l'osso, Svelto doveva essersi pentito del suo gesto di sfida. A 
testa bassa e con la coda che si muoveva piano tra le zampe di dietro, si avvicin al Capo con passo 
strascicato. Si acquatt per invitarlo a giocare, del tutto ignorato, dopodich lo lecc sulla bocca. Doveva 
essere un modo sufficiente per scusarsi, perch il Capo accett di giocare un po' con Svelto, lo fece ruzzolare 
a terra e si lasci perfino mordere sul collo. Poi, tutta un tratto, se ne and.
Era cos che manteneva l'ordine: faceva stare ognuno al proprio posto, ma non approfittava della sua supremazia per rubare il cibo distribuito dagli uomini. Eravamo un branco felice, fino al giorno in cui arriv Spike.
Da allora, niente fu pi lo stesso.

4.
Proprio quando iniziavo a pensare che la vita non avesse pi misteri per me, tutto cambi. Al tempo in cui 
scorrazzavamo liberi insieme alla mamma, avevo imparato a temere gli umani e a cercare il cibo tra i rifiuti, 
avevo capito perfino come tenere buono Svelto - almeno per quanto possibile con uno come lui. Poi 
arrivarono gli uomini e ci portarono nel Cortile, dove tutto era diverso.
Nel Cortile mi ero adattato in fretta alla vita di branco, avevo imparato a voler bene a Senora, a Carlos e a 
Bobby. Proprio quando i giochi tra me e Coco iniziavano a farsi diversi, pi complicati, ci avevano portato 
da quella signora gentile nella stanza fresca e tutte le smanie che avevo provato fino al giorno prima erano 
scomparse. Passavo ancora buona parte del mio tempo a mordere e a farmi mordere da Coco, ma senza 
quello strano impulso che prima avvertivo di tanto in tanto.
E poi, quando la gerarchia del branco era ormai stabilita, quando avevo appena iniziato a mangiare dalla 
ciotola degli adulti, quando Carlos ci tirava gli ossi e Senora elargiva baci e prelibatezze, arriv Spike.
Sentendo sbattere le portiere del camion di Bobby, ci mettemmo tutti ad abbaiare, anche se quel giorno 
faceva cos caldo che alcuni di noi, sdraiati all'ombra, non si erano nemmeno
presi la briga di alzarsi. Il cancello si apr ed entr Bobby, seguito da un grosso maschio tutto muscoli legato al bastone.
Vedersi correre incontro un intero branco di cani  una cosa che pu far paura, ma il nuovo cane non 
indietreggi di un centimetro. Era scuro di pelo e largo di spalle, come Rottie, e alto come il Capo. Gli 
mancava la coda, ma il corto moncone che restava non accennava a muoversi. Stava in piedi, il peso 
distribuito su tutte e quattro le zampe. Dal suo petto proveniva un sordo rimbombo.
"Buono, Spike. Qui."
Dal modo in cui Bobby aveva detto "Spike", capii che quello doveva essere il suo nome. Decisi di lasciare 
che gli altri lo ispezionassero per bene prima di prendere ogni iniziativa.
Il Capo come al solito era rimasto indietro, ma in quel momento emerse dall'ombra fresca vicino al getto 
d'acqua e trotterell verso il nuovo arrivato. Bobby tolse il cappio dal collo di Spike. "Ora fa' il bravo" disse.
Bobby era teso e il suo nervosismo contagi tutto il branco. Senza sapere bene perch, mi sentii rizzare i peli 
sul collo. Il Capo e Spike si ispezionarono a vicenda, rigidi, senza fare un passo indietro, circondati dagli altri 
cani. Il muso di Spike era tutto una cicatrice: solchi e protuberanze a forma di lacrima punteggiavano di un 
grigio pallido il suo manto scuro.
C'era qualcosa in Spike che sembrava ipnotizzare noi tutti, mentre eravamo schierati contro di lui. L per l la 
cosa mi spavent, ma poi and tutto come doveva andare. Spike lasci che il Capo gli appoggiasse la testa 
sul dorso, anche se non pieg le zampe davanti n abbass il ventre a terra. Al contrario, trotterell fino alla 
palizzata, l'annus con attenzione e poi alz la zampa. Il Capo e gli altri maschi si misero subito in fila per imitarlo.

Da sopra il cancello apparve il volto di Sefiora e buona parte dell'ansia che avevo provato scomparve. Alcuni 
di noi si staccarono dal gruppo e corsero verso di lei, appoggiando le zampe sulla palizzata perch potesse 
accarezzarci il capo.
"Visto? Si trover bene" disse Sefiora.
"Un cane come quello, addestrato per la lotta... Sefiora, non  come gli altri, niente affatto."
"Farai il bravo, vero, Spike?" lo chiam Sefiora. Guardai il nuovo cane, pieno di gelosia, ma lui per tutta 
risposta si limit a lanciare un'occhiata come se niente fosse.
"Toby" avrei voluto che dicesse Sefiora. "Bravo, Toby." Invece disse: "Non esistono cani cattivi, Bobby, 
solo cattive persone. Hanno bisogno d'amore, tutto qui".
"A volte sono guastati dentro, Sefiora. E non ci si pu fare un bel niente."
Con fare assente, Sehora abbass la mano e diede una grat-tatina a Coco dietro le orecchie. Infilai 
freneticamente il naso sotto le sue dita, ma lei non sembr nemmeno accorgersene.
Poco dopo, Coco era seduta davanti a me, tutta presa a masticare un osso di gomma. La ignoravo, ancora 
offeso: io, il preferito di Sefiora, ero stato trattato in modo cos freddo e distaccato. Coco rotol sulla schiena, 
palleggiando l'osso tra le zampe: se lo portava alla bocca e poi lo lasciava cadere, ma lo teneva cos 
delicatamente che ero certo di riuscire a rubarglielo e allora mi lanciai! Ma Coco rotol via da me e a quel 
punto cominciai a inseguirla per il Cortile, infuriato per quel rovesciamento dei ruoli.
Preso com'ero dal tentativo di strapparle quello stupido osso, che era mio di diritto, non vidi come ebbe 
inizio la rissa che tutti, credo, stavamo aspettando: me ne accorsi solo quand'era gi scoppiata.

Di solito gli scontri col Capo duravano poco: il cane di rango pi basso accettava la punizione che gli 
spettava per aver osato sfidare l'ordine costituito. Ma quell'orribile scontro, accompagnato da forti latrati e 
combattuto con accanimento selvaggio, sembr durare per sempre. Il Capo prov come al solito a stringere 
Spike per la collottola, in modo da controllare il nemico senza fargli danni permanenti, ma Spike se lo scroll 
di dosso, schioccando le fauci finch non strinse tra i denti il muso del Capo. Anche se aveva una ferita che 
sanguinava sotto l'orecchio, adesso Spike era in vantaggio sul Capo e lo costrinse ad abbassare la testa 
sempre pi gi, verso terra.
Il branco rest a guardare impotente, ma in quel momento il cancello si spalanc ed entr Bobby di corsa, 
tirandosi dietro una lunga canna per innaffiare. Un getto d'acqua inond i due contendenti.
"Ehi! Basta, smettetela!" grid.
Il Capo zoppicando fece per staccarsi, remissivo di fronte all'autorit di Bobby, ma Spike continuava a stargli 
addosso, ignorando l'umano. "Spike!" url Bobby. Punt la canna e lo innaffi dritto in faccia, col sangue 
che schizzava dappertutto. Alla fine Spike moll la presa e agit la testa per scrollarsi l'acqua di dosso, 
lanciando a Bobby uno sguardo assassino.
"Cos' successo?  stato quello nuovo? El combattente?" esclam Carlos entrando nel recinto.
"Si. Esteperro sera el problema" rispose Bobby.
Sefiora raggiunse gli uomini nel recinto e, dopo molte discussioni, chiamarono il Capo e gli medicarono le 
ferite con un liquido dall'odore pungente che associai subito alla signora gentile nella stanza fresca. Il Capo 
cercava di divincolarsi, ansimava, tirava fuori la lingua ogni volta che Carlos gli tamponava i tagli sul muso.

Non credevo che Spike avrebbe accettato lo stesso trattamento: invece quando gli medicarono la ferita sotto 
l'orecchio rimase immobile, senza protestare. Sembrava che in qualche modo ci fosse abituato, accettava 
quella roba dall'odore chimico come una cosa normale dopo uno scontro.
I giorni successivi furono una sofferenza. Nessuno sapeva pi quale fosse il proprio posto, soprattutto i 
maschi.
Non avevamo dubbi: il leader adesso era Spike e ce lo fece capire sfidando uno alla volta ognuno di noi. Il 
Capo aveva fatto lo stesso, ma non in quel modo: per Spike, la minima infrazione doveva essere punita e in 
genere il castigo prevedeva un morso rapido e doloroso. Se giocando facevamo troppa confusione oppure 
sconfinavamo nel suo territorio, il Capo restava freddo, gli bastava uno sguardo o un ringhio sommesso per 
metterci in guardia. Spike invece passava buona parte delle sue giornate a pattugliare il Cortile e spesso ci 
azzannava senza nessun motivo. Emanava un'energia oscura, qualcosa di inquietante e malvagio.
Ogni volta che i maschi si sfidavano per ottenere una nuova posizione nel branco, Spike era l e fin troppo 
spesso si lasciava coinvolgere, apparentemente incapace di resistere quando si trattava di gettarsi nella 
mischia. Serviva solo a confonderci e la tensione divenne cos forte che tra di noi iniziarono a scoppiare 
piccole risse per faccende che non erano in discussione da tempo, come i turni per la ciotola o per chi poteva 
dormire nella zona del Cortile rinfrescata dall'acqua.
Quando io e Coco facevamo il nostro gioco in cui io masticavo l'osso di gomma e lei cercava di rubarmelo, 
Spike si avvicinava ringhiando e mi obbligava a mollare il mio trofeo. A volte portava l'osso nel suo angolo e 
il gioco era finito finch non riuscivo a trovarne un altro, altre volte si limitava a dargli una nasata sprezzante 
e lo lasciava l per terra.

Quando veniva Carlos col suo sacco pieno di ossi veri, Spike non si scomodava nemmeno a correre per 
averne uno. Restava ad aspettare finch non c'erano pi uomini nel Cortile e poi si prendeva quello che 
voleva. Lasciava in pace certi cani, come Rottie, il Capo e, stranamente, anche Svelto, ma ogni volta che io 
avevo la fortuna di affondare i denti in una delle prelibatezze di Carlos, accettavo con rassegnazione il fatto 
che presto sarebbe finita in bocca a Spike.
Era il nuovo ordine. Anche se facevamo un po' di fatica a capirne le regole, tutti sapevamo bene chi fosse a 
dettarle e ci adeguavamo. Per questo rimasi di sasso quando Svelto si ribell.
Fu per via di Sorella, ovviamente. Come succedeva di rado, noi tre fratelli - io, Svelto e Sorella - eravamo 
insieme in un angolo, intenti a ispezionare un insetto strisciato da sotto la palizzata. Era rilassante trovarmi l 
insieme a loro, riscoprire un rapporto libero e semplice, soprattutto dopo aver passato giornate cos stressanti. 
Tanto era il piacere che finsi di non aver mai visto niente di pi interessante di quel minuscolo insetto nero 
che alzava le sue microscopiche zampette come per sfidarci a combattere.
Distratti com'eravamo, nessuno di noi si accorse di Spike finch non ci fu addosso. Il suo assalto al didietro 
di Sorella fu cos rapido e silenzioso che lei gua per la paura.
Mi acquattai immediatamente - non avevamo fatto nulla! -mentre Svelto, non sopportando pi le sue 
angherie, si rivolt contro Spike scoprendo i denti. Sorella scapp via, ma io, spinto da una rabbia che non 
avevo mai provato, mi unii a Svelto nello scontro, tutti e due ringhiando, pronti a batterci.
Provai a mordere Spike sulla schiena, ma lui si gir e mi azzann, e io incespicai all'indietro con le sue fauci 
strette intorno alla zampa, uggiolando.

Poco dopo Svelto si ritrov bloccato a terra, ma non lo guardavo pi: il dolore alla zampa era insopportabile 
e mi allontanai zoppicando, senza smettere di guaire. Coco, al mio fianco, mi leccava ansiosa, ma la ignorai e 
andai dritto verso il cancello.
Come previsto, pochi istanti dopo Bobby entr nel recinto con in mano la canna per innaffiare. La rissa era 
finita. Svelto si era arreso e Sorella era nascosta dietro le traversine. Cos fu la mia zampa ad attirare la sua 
attenzione.
Bobby s'inginocchi accanto a me. "Buono, Toby Va tutto bene" mi disse. Agitai debolmente la coda. 
Quando mi tocc la zampa, sentii un dolore straziante salire su fino alla spalla, ma gli leccai la faccia come 
per dirgli: "Lo so, non l'hai fatto apposta".
Sehora venne con noi dalla signora gentile nella stanza fresca. Bobby mi teneva gi mentre lei m'infilava un 
ago dallo stesso odore chimico che avevo sentito l'altra volta e a quel punto la zampa smise di farmi tanto 
male. Restai l sdraiato sul tavolo, mezzo addormentato, mentre la donna mi tirava la zampa, e intanto 
sentivo che parlava con Bobby e Sehora. Percepivo la sua preoccupazione, sentivo il suo tono prudente, ma 
non aveva importanza ora che Senora mi accarezzava il pelo e Bobby mi stringeva forte a s. Anche quando 
Sehora trattenne il fiato, sentendo la signora gentile che diceva "danno permanente", io non alzai nemmeno 
la testa. Volevo solo restare l sdraiato su quel tavolo per sempre, o almeno fino all'ora di cena.
Quando tornai nel Cortile avevo di nuovo addosso quello stupido cono di plastica e uno strano bozzolo 
intorno alla zampa ferita. Potevo camminare solo su tre zampe e Spike dovette trovarlo divertente, perch 
venne dritto da me e mi butt a terra con un colpo di petto. "Bravo, Spike, fai pure, sei il cane pi brutto che 
io abbia mai visto."

Mi faceva sempre male la zampa e avevo bisogno di dormire, e spesso Coco appoggiava la testa su di me. 
Bobby veniva due volte al giorno per darmi un boccone prelibato e io fngevo di non accorgermi che dentro 
il rotolo di carne c'era qualcosa di amaro. Anche se a volte, invece di ingoiarlo, aspettavo un po' e lo 
risputavo: una piccola compressa bianca.
Il giorno in cui vennero quegli uomini, portavo ancora lo stupido collare bianco. Sentendo un rumore di 
portiere che sbattevano nel vialetto, partimmo col nostro solito coro di latrati, anche se molti si zittirono 
quando Senora cominci a gridare.
"No! No! Non potete portarmi via i miei cani!"
Era impossibile non sentire l'angoscia nella sua voce e io e Coco ci rannicchiammo l'uno contro l'altra, in 
allerta: cosa stava succedendo?
Il cancello si apr di botto ed entrarono degli uomini con fare guardingo: avevano in mano i bastoni che 
avevamo gi visto tante altre volte. Alcuni tenevano degli strani barattoli di metallo davanti a s e portavano 
delle protezioni, come s temessero di essere attaccati.
Qualunque fosse il gioco, molti di noi avevano voglia di provarlo. Coco fu una delle prime ad avvicinarsi: la 
accalappiarono e non oppose resistenza quando la trascinarono fuori. Buona parte del branco la segu 
mettendosi in fila, ma alcuni rimasero indietro: Sorella, Svelto, Spike, il Capo e anch'io, perch non avevo 
voglia di andare da loro zoppicando. Se volevano tanto giocare, che giocassero con Spike.
Sorella si mise a correre intorno al perimetro del recinto, come se si aspettasse di trovare un pertugio per 
scappare. Svelto all'inizio la insegu, ma poi si ferm disperato, fissandola mentre correva senza meta, in 
preda al panico. Due uomini la strinsero in un angolo e la legarono con una corda. Svelto si lasci prendere per andare con lei e il Capo si fece avanti con dignit quando lo chiamarono.
Spike invece si dimenava per non essere accalappiato, ringhiava selvaggiamente e cercava di azzannarli. Gli 
uomini urlarono e uno di loro spruzz del liquido dal barattolo sul muso di Spike: l'odore di quella roba era cos forte che, dalla parte opposta del Cortile, mi sentii bruciare il naso. Spike smise di dibattersi e croll a terra, coprendosi il muso con le zampe. Lo trascinarono fuori e poi vennero da me.
"Bel cagnette Ti sei fatto male alla zampa, piccolo?" chiese uno di loro. Scodinzolai appena, abbassando un 
po' la testa per permettergli di infilarmi il cappio al collo, anche se ci volle un po' per colpa di quello stupido cono di plastica.
Una volta fuori dal recinto, fui turbato nel vedere Senora che piangeva dibattendosi, trattenuta da Carlos e Bobby. La sua tristezza entr dentro di me e cominciai a tirare il guinzaglio: volevo andare da lei, consolarla.
Sul ciglio della strada erano parcheggiati dei camion, tutti pieni di cani del branco che abbaiavano. L non era come sul camion di Bobby: ognuno aveva la sua gabbia. Mi misero accanto a Rottie, i cui latrati bassi e 
potenti riempivano l'aria.
Non capivo cosa stesse succedendo. Lo capii ancor meno quando arrivammo a destinazione, in un posto che aveva un po' lo stesso odore della stanza fresca con la signora gentile, ma qui era caldo e pieno di cani in 
preda all'angoscia che facevano una confusione del diavolo. Ubbidii senza fare storie e fui un po' deluso 
quando mi infilarono in una gabbia insieme a Svelto e al Capo. Avrei preferito Coco, o perfino Sorella, 
anche se i miei compagni di gabbia sembravano abbastanza amichevoli.
Tutto quell'abbaiare mi assordava, ma in mezzo al frastuono riuscii a sentire l'inconfondibile ringhio di Spike 
in fase d'attacco, seguito dagli uggioli di dolore di qualche cane sfortunato. Alcuni uomini urlarono e pochi minuti dopo 
vidi Spike, legato a un bastone, che veniva trascinato davanti a noi e scompariva in fondo a un corridoio.
Un uomo si ferm davanti alla nostra gabbia. "Cosa  successo, qui?" chiese.
L'altro uomo, quello che aveva appena portato via Spike, si ferm a sua volta e mi lanci un'occhiata priva 
d'interesse. "E che ne so?"
Il primo uomo sembrava preoccupato e anche un po' triste, mentre nell'altro sentivo solo indifferenza. Il 
primo apr la gabbia e mi tocc la zampa con delicatezza, spingendo via il muso di Svelto. "Con questo non 
c' pi nulla da fare."
Cercai di fargli capire che ero molto meglio, come cane, senza quello stupido collare.
"Non lo prender nessuno" disse il primo.
"Ne abbiamo anche troppi" fece il secondo uomo.
Il primo infil una mano dentro il cono di plastica e mi accarezz le orecchie. Anche se mi sembrava di 
tradire Senora, gli leccai la mano. Aveva addosso l'odore di altri cani.
"D'accordo" disse il primo uomo.
Il secondo mi prese e mi aiut a saltare a terra. M'infil il cappio e mi port in una minuscola stanza calda. L 
dentro c'era Spike chiuso ;n una gabbia, mentre altri due cani che non avevo mai visto gironzolavano liberi, 
cercando di stargli ben alla larga.
"Qui. Aspetta" disse il primo uomo dalla porta. Si chin per togliermi il collare di plastica e una folata d'aria 
mi soffi sul muso come un bacio. "Non li sopportano, questi affari."
"E chi se ne frega" disse il secondo.
Uscirono chiudendosi la porta alle spalle. Uno dei cani che non avevo mai visto, una femmina molto vecchia, 
mi annus il muso con scarso interesse. Spike non la smetteva di abbaiare e l'altro cane, un giovane maschio, sembrava agitato.
Mi accucciai a terra con un lamento. Sentii un forte sibilo e il giovane maschio cominci a uggiolare.
All'improvviso, Spike croll a terra con un tonfo, la lingua penzoloni. Lo guardai incuriosito, chiedendomi 
che cosa gli fosse successo. La vecchia femmina si accasci l accanto, con la testa appoggiata sulla gabbia di 
Spike: rimasi stupito vedendo che glielo lasciava fare. Il giovane maschio gemette e lo fissai impassibile, poi 
chiusi gli occhi. Mi sentivo sopraffatto da un senso di stanchezza opprimente, come quando ero appena un 
cucciolo e i miei fratelli mi montavano addosso e mi schiacciavano sotto il loro peso. Era proprio a quello 
che pensavo, mentre iniziavo a sprofondare in un sonno buio e silenzioso: a quando ero cucciolo. Poi ricordai 
tutte le corse con la mamma, le carezze di Sefiora, Coco e il Cortile.
E mi chiedevo: "Che senso ha avuto tutto questo?".

5.
Era tutto nuovo e al tempo stesso familiare.
Familiare era la calda presenza di altri cuccioli che si dimenavano vicino a me. Familiare era il bisogno di 
farsi largo per raggiungere una tetta, e poi il latte gustoso e nutriente, la ricompensa di tutta quella fatica.
Osservando mia madre per la prima volta, per, vidi che aveva il pelo chiaro ed era pi grossa di... s, della 
mamma. I miei fratelli - sette in tutto! - erano chiari come lei. Guardandomi le zampe, vidi che s'intonavano 
perfettamente col resto della cucciolata.
Da qualche parte nelle vicinanze c'erano un sacco di cani che abbaiavano, sentivo il loro odore, ma non ero 
pi nel Cortile. Quando mi avventurai fuori dalla tana la superfcie sotto le mie zampe era dura e ruvida e, 
dopo appena una decina di metri, la mia esplorazione fu interrotta da un recinto metallico. Ero in una gabbia, 
con il soffitto a grata e il suolo di cemento.
Quando capii cosa significava tutto questo, fui clto da un'immediata spossatezza. Mi trascinai di nuovo fino 
alla tana, mi arrampicai in cima ai miei fratelli che dormivano tutti ammucchiati e crollai.
Ero di nuovo un cuccioletto, capace a malapena di muovere i primi passi. Avevo una nuova famiglia, una  nuova mamma,

una nuova casa. Un uomo veniva a portar da mangiare a mia madre, che ingoiava ogni cosa in tutta fretta per 
tornare subito nella tana a tenerci caldi.
E il Cortile? E Sehora, Svelto, Coco? Ricordavo chiaramente la mia vita, eppure adesso era tutto diverso, 
come se avessi ricominciato da capo. Era possibile?
Mi tornarono in mente i latrati rabbiosi di Spike e le domande che mi ero fatto addormentandomi nella stanza 
calda, quando mi ero chiesto che senso avesse avuto quell'esistenza. Non sembrano domande che pu farsi 
un cane, ma mi ritrovai a pensarci spesso, di solito mentre mi addormentavo in uno di quegli irresistibili 
sonnellini. Perch? Perch ero di nuovo un cucciolo? Perch non riuscivo a liberarmi da quella fastidiosa 
sensazione di avere, in quanto cane, uno scopo, una missione da compiere?
La nostra gabbia non offriva molto alla vista e se  per questo nemmeno ai denti: in mancanza di meglio, noi 
fratelli ci mordicchiavamo a vicenda. Una volta acquisita maggiore consapevolezza, scoprimmo che nella 
gabbia alla nostra destra c'erano altri cuccioli, dei tipetti minuscoli e pieni d'energia, col pelo folto e 
maculato. Dall'altro lato c'era una femmina tutta sola, che si muoveva lentamente, con la pancia che le 
ciondolava e le mammelle gonfie. Aveva il pelo crto, bianco a macchie nere. Non andava molto in giro, n 
sembrava interessarsi granch a noi. Tra le gabbie c'erano una trentina di centimetri e cos potevamo solo 
fiutare l'odore degli altri cani, anche se pensavamo che sarebbe stato divertente giocare con loro.
Dritto di fronte a noi, un'aiuola verde ci attirava con dolci profumi di terra umida ed erba fitta, ma la gabbia 
era chiusa col lucchetto e non c'era verso di uscire. Una palizzata di legno circondava la striscia d'erba e le 
gabbie dei cani.

L'uomo non assomigliava per niente a Bobby e a Carlos. Quando si avvicinava per darci da mangiare non 
rivolgeva la parola a nessuno di noi. Trasmetteva una sensazione di mite indifferenza, cos diversa dalla 
gentilezza degli uomini che badavano a noi nel Cortile. Quando i cuccioli nella gabbia accanto alla nostra gli 
balzarono incontro, lui li spinse via dalla ciotola bofonchiando e lasci avvicinare al cibo solo la madre. Noi 
eravamo meno coordinati nei nostri assalti e di solito non riuscivamo nemmeno a ruzzolare fino all'apertura 
della gabbia prima che se ne andasse. Nostra madre ci fece capire senza mezzi termini che quel cibo non era 
per noi.
A volte,  vero, l'uomo parlava muovendosi da una gabbia all'altra, ma non a noi. Si rivolgeva a un sottile 
oggetto metallico che teneva infilato tra la spalla e l'orecchio. "Yorkshire terrier, aU'incirca una settimana" 
disse una volta, guardando i cani nella gabbia accanto alla nostra. "Golden Retriever, avranno gi tre 
settimane, e poi c' un dalmata femmina che sta per sfornarli da un momento all'altro."
Decisi che, dopo il periodo trascorso nel Cortile, ero pronto a dominare gli altri cuccioli della famiglia e 
m'innervos parecchio scoprire che loro non la pensavano allo stesso modo. Appena riuscivo ad afferrarne 
uno come faceva il Capo con Rottie, altri due o tre dei miei fratelli montavano addosso a me, senza capire 
minimamente il senso di quello che stavamo facendo. Poi, mentre me li scrollavo di dosso, il mio bersaglio 
iniziale si era gi messo a fare la lotta con qualcun altro, come se fosse stato tutto un gioco. Quando provai a 
esibirmi in un ringhio minaccioso ne venne fuori un suono ridicolo e innocuo, e i miei fratelli risposero 
ringhiando a loro volta, tutti contenti.
Un giorno la femmina maculata accanto a noi attir la nostra attenzione: ansimava camminando in su e in gi con passo nervoso. D'istinto ci rannicchiammo tutti vicino a nostra madre, che intanto osservava intensamente la vicina. 
La femmina strapp una coperta lacerando il tessuto coi denti, poi fece pi volte il giro della gabbia prima di buttarsi gi con un sussulto.
Pochi istanti dopo restai di stucco vedendo un nuovo cucciolo sdraiato accanto a lei, tutto bianco e avvolto da 
una pellicola dall'aspetto viscido, una specie di sacco che la madre lecc subito via. Con un colpo di lingua 
fece girare il piccolo a pancia in gi e dopo un minuto quello avanz barcollando fino alle mammelle della 
madre, il che mi ricord che avevo fame.
Nostra madre, sospirando, ci lasci poppare per un po', poi si alz di scatto e se ne and: uno dei miei fratelli 
rimase appeso a una tetta per un secondo prima di cadere. Gli saltai addosso per dargli una lezione, cosa che 
mi prese un sacco di tempo.
Quando guardai di nuovo in direzione della cagna maculata, vidi altri sei cuccioli! Sembravano magri e 
deboli, ma alla madre non importava. Li lecc, spingendoli verso il proprio fianco e poi rimase 
tranquillamente sdraiata mentre poppavano.
Arriv l'uomo ed entr nella gabbia dove i piccoli stavano dormendo, li osserv attentamente, poi si gir e 
and via. Dopodich apr la gabbia alla nostra destra, quella con i cuccioli tutti pelosi, e li lasci andare liberi 
sull'erba!
"No, tu no" disse alla madre, sbarrandole il passo quando cerc di seguirli. La richiuse dentro e mise per 
terra delle ciotole di cibo per i cuccioli, i quali ci si tuffarono e cominciarono a leccarsi a vicenda: erano cos 
scemi che nel Cortile non sarebbero sopravvissuti neppure un giorno. La madre si sedette dietro la porta della 
gabbia e rest l a guaire finch i piccoli non ebbero finito di mangiare, poi l'uomo la fece uscire per 
raggiungere la prole.
I cagnetti pelosi si avvicinarono alla nostra gabbia per darci un'annusatina: finalmente, dopo le ultime settimane passate gli uni accanto agli altri senza nemmeno 
toccarci, potevamo almeno fare naso-naso. Leccai via quella pappa appiccicosa dai loro musi, mentre uno dei 
miei fratelli mi stava appollaiato sulla testa.
L'uomo lasci che i cuccioli scorrazzassero liberi e usc da un cancello nella palizzata di legno, uguale a 
quello che usavano Carlos e Bobby per entrare nel Cortile. Guardai pieno d'invidia i piccoli mentre si 
avventuravano su quel minuscolo pezzo di terra verde, andavano a salutare gli altri cani ancora in gabbia e 
giocavano tra loro. Ero stanco di vivere rinchiuso, volevo uscire, esplorare il mondo. Qualunque fosse il mio 
scopo nella vita, non mi pareva proprio che potesse essere questo.
Dopo qualche ora l'uomo torn, portandosi dietro un altro cane, identico in tutto e per tutto alla mamma dei 
cuccioli pelosi che scorrazzavano davanti a me, solo che si trattava di un maschio. Infil la madre dentro la 
gabbia e ci spinse anche il maschio, poi li chiuse dentro insieme. Il maschio sembrava molto felice di vedere 
la femmina, ma quando prov a montarle addosso da dietro lei rispose con un ringhio.
L'uomo lasci aperto il cancello alle sue spalle: scrutando quel pezzetto di mondo esterno che s'intravedeva 
dall'altra parte della palizzata, fui sorpreso da un senso di nostalgia. Se ci fossi stato io, l fuori, a correre 
libero sull'erba, sapevo che sarei uscito subito dal cancello aperto, ma ovviamente i cuccioli, che in quel 
momento godevano di una simile opportunit, non fecero nulla del genere: erano troppo presi a fare la lotta.
La madre appoggi le zampe anteriori sulla porta della gabbia e gua piano mentre l'uomo spingeva uno per uno tutti i suoi cuccioli fuori dal cancello. Poco dopo se n'erano andati. La cagna percorreva la gabbia in su e in gi, ansando, mentre il maschio stava disteso a osservarla. Ero turbato, sentendo la sua pena. Venne la notte e la femmina permise al 
maschio di stendersi accanto a lei: in qualche modo sembravano conoscersi gi.
Il maschio era l dentro solo da pochi giorni, quando portarono via anche lui.
E poi venne il nostro turno di uscire! Ruzzolammo fuori tutti contenti, leccando il cibo che l'uomo aveva 
preparato per noi. Mentre mi riempivo la pancia, guardavo i miei fratelli che facevano i matti, come se non 
avessero mai visto niente di pi emozionante di una fila di ciotole per cani.
Stavo annusando quell'erba profumata, quando l'uomo torn per liberare nostra madre. I miei fratelli le 
saltarono subito addosso; io no, perch avevo trovato un verme morto. Poi l'uomo se ne and e fu allora che 
cominciai a pensare al cancello.
Quell'uomo si comportava in modo strano. Non mi chiamava Toby. Non ci parlava nemmeno. Pensai alla 
mia prima mamma, a quando l'avevo vista per l'ultima volta, mentre fuggiva dal Cortile perch non poteva 
vivere con gli umani, nemmeno con una persona piena d'amore come Sefiora. Ma l'uomo, lui no, non ci 
amava per niente.
Il mio sguardo si fiss sul cancello.
Proprio l accanto c'era un tavolo di legno. Arrampicandomi su uno sgabello, sarei riuscito a raggiungere il 
tavolo e da l, allungandomi, avrei potuto prendere in bocca la manopola metallica, che non era rotonda come 
quella nel Cortile, ma era una barra di metallo, una maniglia.
Avevo dentini minuscoli, non molto utili per stringere quell'affare, ma feci del mio meglio per muoverlo 
come avevo visto fare alla mamma la notte in cui era fuggita dal Cortile. Persi l'equilibrio e ruzzolai a terra. 
Il cancello era ancora chiuso. Mi sedetti e abbaiai per la frustrazione, con una vocetta che era poco pi di un lieve guaito. I miei fratelli corsero a saltarmi addosso come facevano sempre, ma io mi 
allontanai, irritato. Non ero certo dell'umore giusto per giocare!
Ci riprovai. Stavolta appoggiai le zampe sulla maniglia per non cadere, ma cos facendo persi l'equilibrio e 
diedi una musata contro il cancello. Atterrai con un grugnito.
Rimasi a bocca aperta vedendo che il cancello si era aperto. Infilai il naso nello spiraglio e spinsi in avanti 
per aprirlo meglio. Ero libero!
Impaziente, scorrazzai per gli spazi aperti, inciampando sulle mie minuscole zampette. Una strada sterrata 
correva dritta davanti a me, con due solchi scavati nel terreno sabbioso. L'istinto mi disse che quella era la 
via da seguire.
Corsi solo per pochi metri e mi fermai, avvertendo qualcosa. Mi girai per lanciare un'occhiata a mia madre, 
seduta dietro al cancello aperto, che mi guardava. Ripensai alla mamma, laggi nel Cortile, alla sua ultima 
occhiata prima di fuggire per il mondo. Capii che la mia nuova madre non sarebbe venuta c&n me. Sarebbe 
rimasta l, con la famiglia. Da quel momento in poi sarei stato solo.
In fondo al sentiero sterrato trovai una strada e decisi di seguirla, se non altro perch era battuta dal vento che 
portava al mio naso nuovi e meravigliosi odori. Non era come il Cortile, sempre secco e polveroso: qui tutto 
profumava di foglie umide e mezze marce, di alberi, di pozze d'acqua. Mi lanciai in avanti, col sole in faccia, 
felice di essere libero e in cerca di avventure.
Molto prima di vederlo, udii arrivare un furgone, ma ero cos occupato nel dare la caccia a uno stupefacente 
insetto alato che non alzai la testa finch non sentii sbattere la portiera. Un uomo dalla pelle abbronzata e 
piena di rughe e gli abiti sporchi si mise in ginocchio, tendendo le mani verso di me.
"Ehi! Vieni qui, piccolo!" mi chiam.
Lo osservai, incerto.
"Ti sei perso, bello? Eh, ti sei perso?"
Scodinzolando, decisi che era un tipo a posto. Trotterellai da lui e mi prese tra le braccia, tenendomi alto 
sopra la testa, una mossa che non gradii troppo.
"Sei proprio carino. Sembri un Retriever di razza. Da dove vieni, bello?"
"S," decisi "mi chiamer Bello." Ero tutto emozionato quando mi mise accanto a s, sul sedile davanti!
L'uomo odorava di fumo e di qualcos'altro che mi faceva lacrimare gli occhi, e ripensai a quando Carlos e 
Bobby stavano seduti nel Cortile davanti a un tavolino e chiacchieravano passandosi una bottiglia. Rise 
quando provai ad arrampicarmi su di lui per leccargli la faccia e continu a ridacchiare mentre m'infilavo in 
tutti gli angoli del furgone, godendomi quegli odori forti e insoliti.
Procedemmo per un po' sobbalzando, poi l'uomo ferm il furgone. "Ecco, qui staremo freschi" mi disse.
Si guard intorno, privo d'espressione. Proprio davanti a noi c'era un edificio con tante porte, da una delle 
quali proveniva un forte odore chimico identico a quello che avvolgeva l'uomo.
"Mi fermo a bere un goccio" mi assicur, tirando su i finestrini. Non mi resi conto che se ne stava andando 
finch non scese chiudendosi la portiera alle spalle, e restai a guardarlo, deluso, mentre entrava nell'edifcio. 
E io?
Trovai una striscia di tessuto e mi sdraiai l per un po' a masticarla, finch, preso dalla noia, non appoggiai la  testa per dormire.
Quando mi svegliai faceva un caldo insopportabile. I raggi del sole entravano dritti, l'abitacolo era umido e non passava un filo d'aria. Con la lingua penzoloni cominciai a guaire, alzandomi sulle zampe di dietro per vedere dov'era andato l'uomo. Non se ne vedeva neanche l'ombra! Buttai gi le zampe, ustionate dalla portiera arroventata.
Non avevo mai sentito un caldo simile. Pass pi o meno un'ora, mentre io camminavo avanti e indietro sul 
sedile rovente, ansimando come mai nella mia vita. Non mi reggevo pi in piedi, gli occhi mi pulsavano. 
Ripensai alla fontanella nel Cortile, al latte di mia madre, allo spruzzo d'acqua della canna con cui Bobby 
interrompeva le risse tra cani.
Con lo sguardo annebbiato, mi accorsi che c'era qualcuno dall'altra parte del finestrino che mi guardava. Non 
era l'uomo, ma una donna dai lunghi capelli neri. Sembrava arrabbiata e indietreggiai.
Quando il suo volto scomparve, mi rimisi gi: stavo per svenire. Non avevo pi le forze per muovermi. 
Sentivo una strana pesantezza agli arti, le zampe scosse da spasmi involontari.
E poi ci fu uno schianto e il furgone ondeggi! Un sasso vol'" sopra la mia testa e cadde l accanto, 
rimbalzando sul sedile e poi sul tappetino. Mi piomb addosso una doccia di vetri chiari e una ventata d'aria 
fresca mi baci il muso. Alzai il naso per respirare.
Debole e indifeso, sentii delle mani che mi avvolgevano, sollevandomi in aria. Ero troppo esausto per 
oppormi e mi abbandonai col corpo molle.
"Povero cucciolino. Povero,
 povero cucciolo" mormor la donna.
"Mi chiamo Bello" pensai.

6.
In tutta la mia vita non avevo mai sentito niente di pi buono del getto di liquido fresco e chiaro che mi 
strapp dal mio sonno senza sogni. La donna, in piedi sopra di me, teneva in mano una bottiglia d'acqua e mi 
stava delicatamente innaffiando con un dolce spruzzo. Rabbrividii di piacere mentre un rivolo d'acqua mi 
scendeva gi per il dorso e alzai la bocca per bere e morderlo, come quando cercavo di addentare la 
pioggerella che cadeva dal rubinetto sopra la ciotola, nel Cortile.
L accanto a lei e era un uomo ed entrambi mi guardavano con espressione preoccupata.
"Pensi che si rimetter?" chiese la donna.
"L'acqua sembra fare il suo dovere" rispose lui.
Entrambi mi osservavano con aria di sincera adorazione, la stessa che trasmetteva Senora quando stava 
appoggiata al cancello a guardarci giocare. Rotolai sul dorso per farmi scorrere l'acqua sulla pancia accaldata 
e la donna rise.
"Ma com' carino questo cucciolo!" esclam. "Sai di che razza ?"
"Sembrerebbe un Golden Retriever" osserv l'uomo.
"Oh, cucciolo" sussurr la donna.
S, potevo essere Cucciolo, potevo essere Bello, potevo essere tutto quello che volevano. Quando la donna mi prese tra le braccia senza curarsi dell'alone umido che le stampavo sulla camicetta, la  leccai finch non chiuse gli occhi ridendo.
"Adesso vieni a casa con me, piccolino. Voglio farti conoscere qualcuno."
A quanto pareva, ormai ero diventato un cane da sedile davanti. Mentre guidava mi teneva in grembo e io 
alzai lo sguardo su di lei, pieno di gratitudine. Incuriosito dal nuovo ambiente, scesi dalle sue gambe ed 
esplorai l'interno dell'auto, sbalordito da quella ventata d'aria fresca e profumata che usciva da due aperture 
proprio davanti a me. Avevo ancora il pelo bagnato e l'aria era cos fredda che cominciai a tremare. Alla fine 
mi arrampicai su un ripiano, dove un calore avvolgente come quello della mamma mi cull finch non mi 
addormentai di nuovo.
Mi risvegliai quando l'auto si ferm e guardai con occhi assonnati la donna che si allungava per prendermi in 
braccio.
"Ma come sei carino" mormor. Scendendo dalla macchina, mentre mi teneva stretto al petto, potevo sentire 
il suo cuore che batteva forte e avvertii in lei una sensazione di ansia. Con uno sbadiglio scacciai gli ultimi 
rimasugli del mio sonnellino. Dopo una breve sosta in mezzo all'erba per fare i miei bisogni, ero-pronto ad 
affrontare qualunque sfida.
"Ethan!" chiam. "Vieni, voglio presentarti qualcuno."
Alzai gli occhi su di lei, incuriosito. Eravamo davanti a una grande casa bianca e mi chiedevo se ci fosse un 
canile sul retro o perlomeno un cortile. Non sentivo cani abbaiare, quindi forse ero io il primo.
Poi la porta di ingresso si spalanc e un essere umano mai v.sto prima corse fuori sul portico, saltell gi per 
i gradini e si piant nel prato.
Ci guardammo. Mi resi conto che era un piccolo di razza umana, un maschio. Apr la bocca in un enorme  sorriso e spalanc le braccia: "Un cucciolo!" url e ci corremmo incontro, un vero colpo di fulmine. Io non riuscivo a 
smettere di leccarlo e lui non riusciva a smettere di ridere e insieme iniziammo a rotolarci nell'erba.
Non mi era mai venuto in mente prima, credo, che potesse esistere una cosa del genere, un bambino, ma 
adesso che ne avevo trovato uno mi sembrava l'invenzione pi straordinaria del mondo. Odorava di fango e 
zucchero e di qualche animale di cui non avevo mai sentito il profumo, mentre sulle dita aveva un vago 
sentore di carne e gliele leccai avidamente.
"Possiamo tenerlo, mamma? Eh, possiamo tenerlo?" chiese il bambino, senza fiato dal troppo ridere.
La donna si accovacci per accarezzarmi la testa. "Be', sai com' tuo padre, Ethan. Vorr essere sicuro che ti 
occuperai di lui."
"Lo far, lo giuro!"
"Che lo porterai fuori, gli darai da mangiare..."
"Tutti i giorni! Lo porter fuori e gli dar da mangiare e lo spazzoler e gli dar l'acqua..."
"E dovrai pulire quando fa la cacca in giardino."
Stavolta il bambino non rispose.
"Ho comprato del cibo per cuccioli al negozio, diamogli da mangiare. Non crederai a quello che  successo, 
sono dovuta correre dal benzinaio a prendere dell'acqua. Poverino, era quasi morto dal caldo" raccont la 
donna.
"Ti va di mangiare qualcosa? Eh? Vuoi la cena?" chiese il ragazzino.
Quelle parole non suonavano male.
Restai letteralmente sbalordito quando il bambino mi prese in braccio e mi port dentro la casa!
All'interno, alcuni pavimenti erano morbidi e cosparsi dello stesso odore di animale che avevo sentito sul bambino, mentre altri erano lisci e duri, e scivolai sulle zampe 
mentre inseguivo il piccolo per la casa. Quando mi tir su, la corrente d'amore tra di noi era cos forte che 
sentii un vuoto in pancia, come quando avevo fame.
Ero sdraiato sul pavimento insieme al bambino, a fare la lotta per un pezzo di stoffa, quando percepii una 
vibrazione per tutta la casa e udii un rumore che ormai avevo imparato a riconoscere: lo sportello di un'auto 
che si chiudeva.
" tornato pap" disse la donna di nome Mamma al ragazzino, che si chiamava Ethan.
Ethan si alz in piedi mettendosi davanti alla porta, con Mamma accanto. Addentai il pezzo di tessuto e lo 
agitai in segno di vittoria, ma adesso, senza il bambino che lo tirava dall'altra parte, il gioco mi pareva molto 
meno interessante.
Si apr una porta. "Ciao, pap!" esclam il bambino.
Un uomo entr nella stanza e diresse lo sguardo dall'uno all'altra. "Va bene, cosa succede?" chiese.
"Pap, mamma ha trovato un cucciolo..." disse il bambino.
"Era chiuso dentro una macchina, quasi morto dal caldo" aggiunse Mamma.
"Possiamo tenerlo, pap?  davvero il cucciolo pi buono del mondo!"
Decisi di approfittare di quella momentanea assenza di controllo per avventarmi sulle scarpe del bambino e 
mordergli i lacci.
"Non so, non  un buon momento" disse il padre. "Lo sai quant' impegnativo avere un cane?"
Dieui uno strattone a uno dei lacci e quello cedette, scivolando via dalla scarpa. Cercai di scappare, ma il 
laccio rimase impigliato ai suoi piedi e mi tir indietro, facendomi finire zampe all'aria. Ringhiando, mi tuffai di nuovo sui lacci e li addentai scuotendoli con furia.
"Me ne occuper io, lo porter fuori, gli dar da mangiare e lo laver" stava dicendo il bambino. "Pap,  il miglior cucciolo del mondo!"
Dopo essere uscito vittorioso dalla battaglia contro i lacci, pensai fosse un buon momento per fare una pausa 
e cos mi accovacciai a terra, depositai una cacchetta e gi che c'ero feci anche una pisciatina.
Accidenti, come si agitarono tutti quanti!
Pi tardi, mentre giocavamo fuori, il bambino mi disse che mi chiamavo Bailey. "Qui, Bailey! Bailey!" mi 
chiamava, dandosi pacche sulle ginocchia. Appena trotterellavo verso di lui, scappava via e iniziavamo a 
rincorrerci per tutto il giardino.
Non c'erano altri cani, quel posto era tutto per me!
Dopo un altro pasto, il bambino mi port dentro casa. "Bailey, voglio presentarti la nostra gatta, Smokey."
Stringendomi forte al petto, Ethan si gir per farmi vedere, accovacciato proprio al centro della stanza, un 
animale marrone e grigio, che spalanc gli occhi appena mi vide. Ecco l'odore che stavo cercando di 
individuare! Era pi grosso di me, con orecchie minuscole che sembravano divertenti da mordicchiare. 
Tentai di divincolarmi per andare a conoscere il mio nuovo compagno di giochi, ma Ethan mi stringeva forte.
"Smokey, questo  Bailey" disse il bambino.
Alla fine mi mise per terra e io corsi a dare una leccatina alla gatta, ma quella mi mostr una fila di denti 
aguzzi e minacciosi e mi soffi addosso, inarcando la schiena e gonfiando la coda che teneva dritta per aria. 
Mi fermai, perplesso. Non aveva voglia di giocare? L'odore acre che si alzava da sotto la sua coda era delizioso. Provai ad avvicinarmi piano per darle
un'annusata amichevole al didietro, ma lei mand un sibilo e alz una zampa, tirando fuori le unghie.
"No, Smokey, fa' la brava. Buona, Smokey."
Smokey lanci a Ethan uno sguardo minaccioso. Io, spinto dal tono incoraggiante del bambino, uggiolai con 
fare amichevole, ma lei non si lasciava avvicinare e mi tir pure una zampata sul naso quando cercai di 
leccarle il muso.
Va bene, ero disposto a giocare con lei quando voleva, ma ora avevo cose pi importanti di cui occuparmi 
che una gatta con la puzza sotto il naso. Nei giorni seguenti imparai qual era il mio posto in famiglia.
Per qualche motivo, ogni volta che mi accovacciavo per alleggerirmi un po', tutti in quella casa diventavano 
pazzi, mi prendevano e correvano fuori dalla porta, mi mettevano sull'erba e restavano a guardarmi finch 
non mi riprendevo dallo shock e riuscivo a finire i miei bisogni, al che mi facevano cos tanti complimenti 
che mi chiesi se non fosse quello il mio ruolo. Le loro lodi, per, erano del tutto incoerenti. Avevano 
sistemato dei fogli di carta per farmeli strappare a morsi: se facevo le mie cose l sopra, mi dicevano "bravo 
cane", ma lo dicevano con sollievo, non con vero piacere. E poi, a volte, quando eravamo in casa tutti 
insieme, appena accennavo a fare esattamente la stessa cosa, loro si arrabbiavano di nuovo!
"No!" urlavano Mamma o il bambino se bagnavo per terra. "Bravo!" esultavano quando facevo pip 
sull'erba. "Ok, va bene" dicevano se urinavo sui fogli di carta. Non riuscivo proprio a capire cosa diavolo avessero in testa.
Pap il pi delle volte mi ignorava, anche se sentivo che gli faceva piacere quando gli montavo sulle ginocchia la mattina, per fargli compagnia mentre mangiava. Mi guardava con mite affetto, niente a che vedere con la venerazione incondizionata di Ethan, la stessa che Mamma e Pap nutrivano per il loro piccolo. Ogni tanto, la sera, Pap sedeva a tavola col bambino e parlavano piano, concentrati, mentre fumi dall'odore pungente riempivano l'aria. Pap lasciava che mi accoccolassi ai suoi piedi, dal momento che i piedi del bambino erano troppo alti rispetto a terra perch potessi raggiungerli.
"Guarda, Bailey, abbiamo costruito un aeroplano" disse Ethan dopo una di quelle riunioni, porgendomi un 
giocattolo. Gli odori chimici mi facevano lacrimare gli occhi e non provai nemmeno a morderlo. Facendo 
strani versi con la bocca, il ragazzo corse per tutta la casa sollevando il giocattolo, mentre io lo inseguivo 
cercando di addentargli le caviglie. Poi mise quella cosa su uno scaffale insieme ad altri giocattoli che 
avevano lo stesso vago odore chimico, e a quel punto lui e Pap decidevano sempre di costruirne un altro.
Per la maggior parte del tempo, tuttavia, il mio lavoro consisteva nel giocare col bambino. Avevo una scatola 
con dentro un morbido cuscino, dove il bambino mi metteva a dormire la sera. Avevo capito che dovevo 
restare l finch Mamma e Pap non venivano a dargli la buonanotte, poi il bambino mi lasciava salire sul 
suo letto a dormire. Di notte, se mi annoiavo, potevo sempre mordicchiarlo un po'. Di giorno correvamo in su 
e in gi per la strada e giocavamo con gli altri bambini, maschi e femmine, che abitavano nel vicinato.
Feci amicizia con un'altra giovane femmina di cane con cui fare la lotta: si chiamava Marshmallow, aveva il 
pelo lungo, bianco e marrone, e viveva con una bambina di nome Chelsea. Chelsea mi piaceva: si metteva 
sempre in ginocchio e mi lasciava tirare i suoi lunghi capelli castani.
Quando vivevo nel Cortile, Sehora mi voleva bene, ma adesso mi rendevo conto che si trattava di un amore generico, rivolto a tutti i cani del branco. Senora mi chiamava Toby, ma non pronunciava il mio nome come faceva il bambino quando, di notte, mi sussurrava nell'orecchio: "Bailey, Bailey, Bailey". Il bambino amava me, eravamo il centro del mondo l'uno per l'altro.
Vivendo nel Cortile, avevo imparato come aprire un cancello. Ora tutto questo mi aveva portato dritto al 
bambino, e amare il bambino, vivere insieme a lui davano un senso a tutta la mia vita. Stavamo sempre 
insieme, dal mattino quando ci svegliavamo fino all'ora di andare a letto.
Ma poi, invitabilmente, tutto cambi.


7.
Una delle mie attivit preferite era imparare nuovi "trucchi", come li chiamava Ethan: lui mi parlava con 
tono incoraggiante e poi mi dava delle cose buone da mangiare. "Seduto", per esempio, era uno di questi. 
Lui mi diceva "Seduto, Bailey", mi premeva sul sedere per abbassarlo a terra e poi mi dava un biscotto per cani.
Altre volte giocavamo a "gattaiola": andavamo fuori nel "garage", il posto dove Pap teneva la macchina, e il bambino mi faceva uscire in cortile passando per uno sportello di plastica ricavato nella porta laterale. 
Dopodich mi chiamava, io infilavo il muso nello sportello e lui mi dava un altro biscotto per cani!
Un mattino, il gioco della gattaiola prese un significato del tutto diverso. Il bambino si era alzato presto, poco 
dopo l'alba, e Mamma correva su e gi per tutte le stanze della casa.
"Occupati tu di Bailey!" grid Mamma a un certo punto. Io, che stavo dando una bella ripassata a uno dei 
miei giocattoli da masticare, alzai gli occhi e vidi la gatta Smokey, seduta sul bancone, che mi guardava con 
la sua solita, insopportabile aria di sufficienza. Raccolsi il giocattolo e lo agitai ben bene, per mostrare a 
Smokey cosa si perdeva a fare tanto la spocchiosa.
"Bailey!" mi chiam Ethan. Teneva il mio letto tra le braccia e io lo seguii incuriosito fino al garage. Che 
gioco era mai questo?
"Gattaiola" mi disse. Gli annusai le tasche, ma non sentivo odore di biscotti per cani. Dato che il gioco della 
gattaiola, dal mio punto di vista, era tutto basato sui biscotti, decisi di tornare indietro e alzai la zampa su una 
bicicletta.
"Bailey!" C'era un tono d'impazienza nella sua voce e lo guardai perplesso. "Dormirai qui, va bene, Bailey? 
Fa' il bravo. Se devi fare un bisogno, esci dalla gattaiola, capito? Gattaiola, Bailey. Io adesso devo andare a 
scuola. D'accordo? Ti voglio bene, Bailey."
Mi abbracci e io gli mollai una leccata nell'orecchio. Quando si volt, io ovviamente feci per seguirlo, ma 
una volta arrivato sulla porta di casa mi imped di entrare. "No, Bailey. Resta in garage finch non torno. Hai 
capito, Bailey? Fai il bravo."
E detto questo mi chiuse la porta in faccia.
Resta? Gattaiola? Bravo? Avevo sentito spesso quelle parole, ma cosa c'entravano luna con l'altra? E poi, che 
diavolo di gioco era "resta"?
Non aveva il minimo senso. Annusai un po' in giro per il garage, pieno di odori meravigliosi, ma non ero 
dell'umore giusto per andare in esplorazione: volevo il mio bambino. Abbaiai, ma la porta di casa rest 
chiusa, cos mi misi a raspare. Niente.
Sentii dei bambini che urlavano sul davanti della casa, perci corsi subito alla grande porta del garage, 
sperando che si sollevasse come faceva a volte quando il bambino si piazzava l davanti, ma non successe un 
bel niente. Arriv una specie di camion facendo un gran fracasso e raccolse le voci dei bambini portandole 
via con s. Pochi minuti dopo sentii la macchina di Mamma che se ne andava. A quel punto il mondo, di solito cos pieno di vita, di divertimento, di confusione, divenne insopportabilmente silenzioso.
Restai l per un po' ad abbaiare, ma senza risultati, anche se proprio dietro la porta sentivo l'odore di Smokey 
che gongolava per la mia tragica situazione. Grattai alla porta. Masticai un po' di scarpe. Sbranai il mio letto. 
Trovai un sacco dell'immondizia pieno di vestiti e lo strappai come faceva la mia prima mamma quando 
cercavamo cibo tra i rifiuti, poi sparsi i vestiti per tutto il garage. Feci pip in un angolo e la cacca in un altro 
angolo. Ribaltai un bidone di plastica e mangiai dei pezzi di pollo, un po' di spaghetti e una focaccina, poi 
leccai un barattolo di pesce che aveva lo stesso odore dell'alito di Smokey. Mangiai della carta. Rovesciai la 
mia ciotola dell'acqua e la mordicchiai.
Non c'era niente da fare.
Dopo quello che mi era sembrato il giorno pi lungo della mia vita, sentii la macchina di Mamma entrare nel 
vialetto. La portiera si chiuse e udii dei piedi che correvano per tutta la casa.
"Bailey!" grid il bambino, aprendo la porta.
Mi avventai su Ethan, immensamente felice che quella follia fosse finita per sempre. Ma lui rest fermo a 
fissare il garage.
"Oh, Bailey" disse. Sembrava triste.
Elettrizzato, gli passai accanto di corsa e schizzai su e gi per la casa, sfrecciando da un mobile all'altro. 
Vedendo Smokey mi lanciai all'inseguimento, la rincorsi su per le scale e mi misi ad abbaiare quando s'infil 
sotto il letto di Mamma e Pap.
"Bailey!" mi chiam Mamma con voce severa.
"Cattivo, Bailey" disse il bambino, brusco.
Ero sconvolto da quelle accuse assurde. Cattivo? Mi avevano rinchiuso per sbaglio in garage, eppure ero 
pronto a perdonarli. Allora perch adesso mi rimbrottavano agitando il dito?
Pochi minuti dopo ero di nuovo in garage, a dare una mano al bambino mentre raccoglieva tutte le cose con cui avevo giocato e ne infilava la maggior parte nel bidone della spazzatura che avevo rovesciato per terra. Poi venne Mamma a smistare i vestiti e ne port alcuni in casa, ma nessuno mi elogi per aver scoperto dov'erano nascosti.
"Gattaiola" disse il bambino con tono duro, ma non mi diede nemmeno un biscotto. Iniziavo a pensare che 
"gattaiola" equivalesse a "cattivo", il che era molto seccante, per non dire di peggio.
Doveva essere stata una pessima giornata per tutti ed ero pi che disposto a lasciarmi alle spalle quegli 
incidenti di percorso, ma quando Pap torn a casa, Ethan e Mamma andarono subito a parlargli e lui attacc 
a urlare: capii che doveva avercela con me. Me la svignai in soggiorno, ignorando l'espressione maligna di 
Smokey.
Pap e il bambino uscirono subito dopo cena. La madre rest seduta al tavolo fissando i giornali e non si 
mosse nemmeno quando andai da lei per metterle in grembo una meravigliosa palla tutta bagnata di saliva. 
"Bailey, che schifo!" si limit a dire.
Una volta tornato a casa con Pap, Ethan mi chiam in garage e mi mostr una grande scatola di legno. Si 
infil dentro e io lo seguii, anche se faceva un gran caldo e ci stavamo stretti stretti. "Cuccia, Bailey. Questa 
 la tua cuccia."
Non capivo cosa c'entrasse quella scatola con me, ma quando spuntarono i biscotti per cani fui ben felice di 
giocare a "cuccia". "Cuccia" voleva dire: "entra nella scatola e mangia i biscotti". Facemmo il trucco della 
cuccia e poi anche quello della gattaiola, mentre Pap si aggirava per il garage riponendo le cose in alto sugli 
scaffali e legando il bidone di plastica con una corda. Ero cos felice che i biscotti fossero tornati a far parte del gioco della gattaiola!

Quando il bambino fu stanco di insegnarmi nuovi trucchi, entrammo in casa e facemmo la lotta sul 
pavimento. " ora di andare a nanna" disse Mamma.
"Mamma, ti prego, posso restare alzato ancora un po'?"
"Domattina abbiamo scuola tutti e due, Ethan. Dai la buonanotte a Bailey."
Di solito quando parlavano in quel modo non ci facevo caso, ma quella volta alzai la testa sentendo 
pronunciare il mio nome e percepii un cambiamento d'umore nel bambino. Trasmetteva tristezza e 
rammarico mentre si alzava, con le spalle curve.
"Va bene. Bailey,  ora di andare a letto."
Sapevo cos'era il letto, ma a quanto pareva dovevamo fare prima una deviazione, perch il bambino mi port 
in garage per provare ancora il trucco della "cuccia". Per me non era un problema, ma restai di sasso quando, 
pochi minuti dopo, Ethan mi chiuse in garage tutto solo.
Abbaiai cercando di raccapezzarmi. Era perch avevo sbranato il mio letto? Ma tanto non ci dormivo mai, 
era solo per figura. Davvero si aspettavano che passassi tutta la notte in garage? No, non era possibile.
Osi?
Ero cos angosciato che non potevo fare a meno di guaire. Il pensiero del bambino tutto solo a letto senza di 
me mi metteva cos tanta tristezza che avevo voglia di masticare delle scarpe. Uggiolavo sempre pi forte, 
dando libero sfogo alla mia frustrazione.
Dopo dieci, quindici minuti di strazio ininterrotto, la porta del garage si apr di uno spiraglio. "Bailey" 
sussurr il bambino.
Corsi da lui, rincuorato. Entr piano, senza far rumore, aveva con s una coperta e un cuscino. "Buono. 
Cuccia, cuccia" mi disse. Scivol nella cuccia e sistem la coperta sulla sottile imbottitura all'interno. Mi infilai accanto a lui: avevamo tutti e due le zampe di fuori. Appoggiai la testa sul suo petto con un sospiro mentre mi accarezzava le orecchie.
"Bravo, Bailey" sussurr.
Poco dopo Mamma e Pap aprirono la porta e restarono l a guardarci. Agitai la coda ma non mi alzai, per 
non svegliare il bambino. Alla fine Pap venne da noi e prese in braccio Ethan, mentre Mamma mi chiam 
con la mano, e ci misero a letto dentro casa.
Il giorno dopo, come se non avessimo imparato niente dai nostri errori, ero di nuovo in garage! Questa volta 
c'erano molte meno cose da fare, anche se riuscii, con qualche sforzo, a strappare l'imbottitura della cuccia e 
a farla a pezzi come si deve. Buttai a terra il bidone dell'immondizia, ma non fui in grado di togliere il 
coperchio. Sugli scaffali non c'era niente di masticabile, o meglio, niente alla mia portata.
A un certo punto mi avventai contro lo sportello della gat-taiola e infilando il naso nell'apertura sentii l'aroma 
gustoso di un temporale in arrivo. Qui non era come il Cortile, dove ogni giorno la polvere secca e sabbiosa 
ci allappava la lingua: il bambino viveva in un posto pi fresco e umido, e adoravo il modo in cui, quando 
pioveva, gli odori si mescolavano tutti per poi diventare pi forti. Cullata da quei profumi stuzzicanti, la mia 
mente inizi a viaggiare lontano, finch all'improvviso, quasi per caso, mi ritrovai in giardino: non c'era stato 
nemmeno bisogno che Ethan mi spingesse!
Estasiato, mi misi a scorrazzare nell'erba abbaiando. Era come se la gattaiola fosse stata messa l apposta per 
farmi uscire in giardino! Mi accovacciai e feci i miei bisogni: stavo iniziando a capire che mi piaceva molto 
di pi farli all'aperto piuttosto che in casa e non solo per la mancanza di sceneggiate. Dopo averla fatta, era una gioia pulirsi le zampe sul prato e poi fiutare l'odore che avevo lasciato sui fili d'erba. Ed era 
molto pi gratificante marcare il territorio su un albero che non - per esempio - su una gamba del divano.
Pi tardi, quando la pioggia fredda pass da una lieve spruzzata a grossi goccioloni, scoprii che la gattaiola 
funzionava in entrambe le direzioni! Avrei voluto che il bambino fosse a casa, per fargli vedere il nuovo 
trucco che avevo imparato tutto da solo.
Finito il temporale, scavai una buca, morsicai un po' la canna per innaffiare e abbaiai a Smokey che, seduta 
sul davanzale, fingeva di non sentirmi nemmeno. Quando un grande autobus arancione si ferm davanti a 
casa e sput fuori Ethan, Chelsea e un sacco di altri piccoli del vicinato, io ero nel giardino sul retro, con le 
zampe sulla staccionata, e il bambino corse da me ridendo.
Da allora non andai praticamente pi nella cuccia, se non quando sentivo Mamma e Pap che urlavano. 
Ethan allora veniva in garage, s'infilava nella cuccia insieme a me e mi prendeva tra le braccia, e io restavo 
fermo fermo per tutto il tempo che voleva. Era quello il senso della mia vita da cane: consolare il bambino 
ogni volta che aveva bisogno di me.
C'erano famiglie che andavano via dal vicinato e altre che arrivavano. Quando Drake e Todd si trasferirono 
poche case pi in l, per me fu davvero una buona notizia. Drake era pi grande e pi grosso di Ethan, ma 
Todd aveva la sua stessa et e divennero subito amici. Avevano una sorella di nome Linda che era ancora pi 
piccola e, quando nessuno guardava, mi dava delle cosette dolci da mangiare.
Todd era diverso da Ethan. Gli piaceva andare al ruscello e giocare con i fiammiferi, dando fuoco a giocattoli di plastica tip le bambole di Linda. Anche Ethan partecipava ai suoi giochi, ma non rideva tanto quanto Todd e di solito restava a guardare le cose che bruciavano.
Un giorno, quando Todd annunci che aveva dei petardi, Ethan era tutto emozionato. Non avevo mai visto 
un petardo e mi spaventai per il lampo di luce, il rumore e quell'improvviso odore di fumo che saliva dalla 
bambola, o meglio, da quei pochi pezzi che riuscii a trovare dopo lo scoppio. Incalzato da Todd, Ethan and 
in casa e torn con uno dei giocattoli che aveva costruito con suo padre. Ci infilarono dentro un petardo, lo 
lanciarono per aria e quello esplose.
"Figo!" grid Todd. Ma Ethan rest zitto zitto, fissando imbronciato i pezzetti di plastica che galleggiavano 
sul pelo dell'acqua. Sentivo in lui un groviglio confuso di emozioni. Quando Todd lanci per aria una 
manciata di petardi, uno mi atterr accanto ed esplose. Corsi subito dal bambino in cerca di conforto e lui mi 
abbracci e mi port dentro casa.
Avere accesso cos facilmente al giardino presentava i suoi vantaggi. Il bambino non sempre si ricordava di 
chiudere il cancello e quindi a volte ero libero di passeggiare per il vicinato. Trotterellavo fuori e andavo a 
far visita al cane bianco e marrone di nome Marshmallow che viveva in una grande gabbia metallica proprio 
accanto a casa di Chelsea. Marcavo per bene tutti i suoi alberi e, di quando in quando, attratto da un odore al 
tempo stesso sconosciuto e familiare, mi allontanavo col naso per aria e partivo per mille avventure. A volte, 
nel corso dei miei vagabondaggi, mi dimenticavo completamente del bambino e mi tornava in mente il 
giorno in cui alcuni di noi erano stati portati via dal Cortile, in quella stanza fresca con la signora gentile: la 
cagna sul sedile anteriore del furgone aveva un odore stuzzicante, simile a quello che adesso mi attirava lontano.

A un certo punto ne perdevo le tracce e l, ricordandomi chi ero, mi voltavo e tornavo a casa a passo svelto. 
La sera, quando il pulmino riportava Ethan a casa, andavamo a trovare Chelsea e Marshmallow, e la madre 
di Chelsea dava la merenda a Ethan, ma lui la divideva sempre con me. Altre volte, Ethan tornava a casa 
sulla macchina di Mamma. E altre volte ancora, nessuno in casa si alzava per andare a scuola e dovevo 
mettermi ad abbaiare per svegliarli tutti!
Un giorno, nel mio vagabondare, mi allontanai pi del solito, cos quando mi diressi di nuovo verso casa era 
ormai pomeriggio tardi. Ero in ansia: il mio orologio interno mi diceva che il pulmino di Ethan era gi 
tornato.
Tagliando per il ruscello, arrivai proprio dietro al giardino di Todd. Stava giocando sulle rive fangose e 
vedendomi mi chiam.
"Ehi, Bailey! Qui, bello" disse, tendendo le mani.
Lo guardai, sospettoso. C'era qualcosa di diverso in Todd, qualcosa di cui non mi fidavo.
"Su, bello, vieni" disse, battendo la mano sulla gamba. Si gir e and verso casa.
Cosa potevo fare? Abbassai la testa e lo seguii.
8
Todd mi fece entrare dalla porta sul retro, chiudendosela alle spalle senza far rumore. Alcune finestre erano 
oscurate e la stanza aveva un che di cupo e inquietante. Todd mi guid oltre la cucina, dove sua madre era 
seduta davanti alla luce tremolante della tv. Capii dal comportamento di Todd che dovevo fare piano, e mossi 
appena la coda quando sentii l'odore di sua madre, un aroma chimico simile a quello dell'uomo che mi aveva 
raccolto per strada e mi chiamava Bello.
Sua madre non ci vide, ma Linda s. Si tir su dritta a sedere quando le passammo davanti in soggiorno. 
Anche lei stava guardando la tv, ma scivol gi dal divano e ci invit a seguirla nel corridoio.
"No" sibil Todd.
Quella parola s che la conoscevo. Mi acquattai, sentendo il veleno nella voce di Todd.
Linda alz la mano per farmela leccare, ma Todd la spinse via. "Lasciami in pace." Apr una porta ed entrai, 
fiutando i vestiti sparsi per terra. Era una stanza piccola con un letto. Chiuse a chiave la porta dietro di noi.
Trovai una crosta di pane e la mangiai in fretta, tanto per fare un po' di pulizia. Todd s'infil le mani in tasca. 
"Bene" disse. "Bene, e ora... ora..."

Si sedette alla scrivania e apr un cassetto. Sentii che dovevano esserci dei petardi, l dentro: quell'odore pungente era inconfondibile. "Non so dov' Bailey" stava dicendo a bassa voce. "Non l'ho visto."
Scodinzolai sentendolo pronunciare il mio nome, poi con uno sbadiglio crollai a terra, esausto per la mia lunga avventura.
Bussarono appena alla porta e Todd salt in piedi come se gli avessero dato la scossa. Anch'io balzai su e mi misi alle sue spalle mentre con tono arrabbiato sussurrava qualcosa a Linda, dietro la porta: non la vedevo, il 
corridoio era immerso nell'oscurit, ma potevo sentire il suo odore. Chiss perch, sembrava al tempo stesso spaventata e preoccupata, e la sua ansia mi contagi. Cominciai ad ansimare appena, sbadigliando nervosamente. Ero troppo agitato per rimettermi gi.
Finirono di parlare, poi Todd sbatt la porta e la richiuse a chiave. Lo guardai andare alla scrivania, rovistare nel cassetto e tirarne fuori un piccolo oggetto a forma di cilindro. Sembrava eccitato e ansioso. Tolse il 
cappuccio e lo annus, mentre forti vapori chimici invadevano la stanza. Ricordavo quell'odore, era lo stesso che mi allappava la lingua quando il bambino e Pap si sedevano a tavola a giocare con i loro aeroplani.
Me lo ficc sotto il naso, ma io sapevo gi che non volevo avvicinarmi a quell'affare e cos spostai bruscamente il capo. Avvertii in Todd un lampo di rabbia. Iniziavo a spaventarmi. Raccolse un pezzo di stoffa e ci vers sopra il liquido chiaro del tubetto, ripiegando e strizzando il tessuto finch non fu tutto ricoperto da uno strato appiccicaticcio.
Proprio in quel momento sentii il grido lamentoso di Ethan che entrava dalla finestra aperta. "Bayleeeeey!" 
Mi stava chiamando. Corsi verso la finestra e saltai su, ma era troppo alta per me, cos abbaiai, frustrato.

Sentii un dolore acuto al didietro quando Todd lo colp con la mano aperta. "No! Cattivo! Non si abbaia!"
Di nuovo avvertii l'intensit della sua furia, forte come i vapori che salivano dallo straccio che teneva in mano.
"Todd?" chiam una donna da dentro casa.
Mi lanci un'occhiata cattiva. "Sta' qui. Qui" sibil. Usc chiudendosi la porta alle spalle.
Con gli occhi lacrimanti per i fumi che appestavano l'aria, camminavo su e gi per la stanza, in apprensione. 
Il bambino mi stava chiamando e non capivo che diritto avesse Todd di tenermi rinchiuso l, come se fossi in garage.
Poi un rumore sordo mi fece drizzare le orecchie. Linda stava aprendo la porta, con in mano un biscotto molliccio. "Qui, Bailey" sussurr. "Da bravo."
In realt l'unica cosa che volevo era andarmene da l, ma non ero mica scemo e cos mi mangiai il biscotto. 
Linda spalanc la porta. "Vieni" disse con tono d'urgenza e tanto mi bast. La seguii di corsa gi per il corridoio, scesi le scale e trottai fino alla porta. Lei la spinse e una folata d'aria fresca spazz via quegli 
orribili vapori dalla mia testa.
La macchina di Mamma si allontanava, in fondo alla strada, col bambino che si spenzolava dal finestrino gridando: "Bailey!". Li inseguii, pi veloce che potevo. Le luci posteriori della macchina lampeggiarono, 
Ethan scese e corse verso di me. "Oh, Bailey, dove sei stato?" disse, affondando il viso nel mio pelo. 
"Cattivo, cane cattivo!"
Sapevo che essere un cane cattivo era sbagliato, ma l'amore che trasmetteva il bambino era troppo forte e non 
potei fare a meno di pensare che, almeno in questo caso, essere un cane cattivo era una cosa buona.
Poco tempo dopo la mia avventura a casa di Todd, mi portarono in macchina a trovare un uomo in una stanza pulita e fresca. Mi resi conto di essere gi stato in un 
posto simile. Pap accompagn me e Ethan, e dal suo atteggiamento ebbi l'impressione che mi stessero in 
qualche modo punendo, ma non mi sembrava per niente giusto. Se c'era qualcuno che doveva stare in una 
stanza fresca, secondo me, quello era Todd. Ad ogni modo, scodinzolai e restai gi, fermo fermo, mentre 
m'infilavano un ago sotto il pelo, dietro la testa.
Quando mi svegliai, ero tutto indolenzito: conoscevo quella sensazione. E poi indossavo uno stupido collare 
di plastica: ancora una volta, mi ritrovavo con la testa incassata in fondo a un cono. Chiaramente, Smokey 
trovava la faccenda molto divertente, quindi feci tutto il possibile per ignorarla. Anzi, non c'era niente di 
meglio che stare sdraiato sul fresco cemento del garage per qualche giorno, con le zampe di dietro allargate.
Mi tolsero il collare e tornai a essere me stesso, ma adesso mi interessava meno inseguire odori esotici fuori 
dal giardino, anche se, quando il cancello restava aperto, ero sempre ben felice di esplorare il vicinato e 
vedere che cosa combinavano gli altri cani. Per cercavo di girare alla larga da casa di Todd e se mi capitava 
di vedere lui o suo fratello Drake che giocavano al ruscello, facevo di tutto per evitarli, svicolando nell'ombra come mi aveva insegnato la mia prima mamma.
Ogni giorno imparavo parole nuove. Oltre a essere un bravo cane e a volte un cattivo cane, sempre pi spesso mi dicevano che ero un "grosso" cane, il che in pratica significava che facevo sempre pi fatica a 
infilarmi comodamente nel letto del bambino. Imparai che "neve", che somigliava un po' a "bevi" ma era gridato con molta pi gioia, voleva dire che il mondo era ricoperto da un manto bianco e freddo. A volte montavamo su uno slittino e scendevamo per una lunga strada ripida e io cercavo di restare a bordo insieme a Ethan finch non ci rovesciavamo. "Primavera", invece, significava caldo e 
giornate pi lunghe: Mamma, in quel periodo, passava tutti i fine settimana a scavare buche in giardino e a piantare fiori. Dalla terra smossa salivano odori cos splendidi che, quando erano tutti a scuola, io - per far 
capire a Mamma quanto li apprezzavo - sradicavo tutti i fiori e masticavo i germogli amarognoli, ma poi li risputavo sempre.
Quel giorno, chiss perch, mi dissero di nuovo che ero un cane cattivo e dovetti perfino passare tutta la sera in garage, invece che sdraiato ai piedi di Ethan mentre lui lavorava su dei pezzi di carta.
Poi, un giorno, i bambini del grande pulmino arancione fecero cos tanto rumore che sentii le loro grida ancora prima che arrivassero davanti a casa. Il bambino salt gi tutto felice e mi corse incontro, cos 
eccitato che mi misi a correre in cerchio, abbaiando senza sapere perch. Andammo a casa di Chelsea a giocare con Marshmallow e anche Mamma era contenta quando torn a casa. Da allora, Ethan non and pi a 
scuola e potevamo stare tranquilli a letto invece di alzarci per fare colazione con Pap. Finalmente la vita era tornata alla normalit!
Ero felice. Un giorno facemmo un lungo viaggio in macchina e all'arrivo dissero che eravamo alla "Fattoria", un posto tutto nuovo, con animali e odori completamente sconosciuti.
Quando la macchina entr nel vialetto, due umani pi vecchi uscirono da una grande casa bianca. Ethan li 
chiam "Nonno e Nonna" e cos fece Mamma, anche se pi tardi la sentii che li chiamava "Mamma e Pap", 
ma pensai che stesse solo facendo confusione.
C'erano cos tante cose da fare alla Fattoria che io e il bambino passammo i primi giorni a correre da una 
parte all'altra. Un cavallo enorme mi fissava da dietro una palizzata mentre
mi avvicinavo, ma non sembrava aver voglia di giocare e si limitava a guardarmi con espressione assente, 
senza scomporsi nemmeno quando mi infilai sotto la staccionata per abbaiargli contro. C'era una famiglia di 
anatre che mi faceva proprio imbestialire: ogni volta che mi avvicinavo quelle si buttavano nell'acqua e 
partivano a nuoto, ma poi, appena mi stancavo di abbaiare, mamma anatra tornava verso di me e dovevo 
ricominciare tutto da capo.
Nella classifica delle cose che contavano di pi per me e il mio bambino, le anatre erano agli ultimi posti, 
insieme a Smokey.
Pap se ne and pochi giorni dopo, ma Mamma rest con noi alla Fattoria per tutta l'estate. Era felice. Ethan 
dormiva nella veranda chiusa davanti alla casa e io dormivo insieme a lui, e a nessuno venne in mente di 
cambiare quella sistemazione. A Nonno piaceva stare seduto in poltrona a grattarmi le orecchie, mentre 
Nonna non faceva che allungarmi cose buone da mangiare. L'amore che emanavano mi riempiva di gioia 
fino a scoppiare.
Non c'era un giardino, ma solo un grande campo aperto, con una palizzata messa l perch potessi andare e 
venire ogni volta che volevo, come una specie di lunghissima gattaiola, solo senza sportello. Il cavallo, che 
in realt era una cavalla e si chiamava Fiamma, restava sempre dietro la palizzata e passava le giornate a 
mangiare erba, anche se non la vedevo mai vomitare. La cacca che depositava sul prato aveva un buon odore 
e a prima vista sembrava appetitosa, ma quando provai ad assaggiarla era secca e priva di sapore, quindi la 
mangiai solo un paio di volte.
Ero libero di andare dove mi pareva: potevo esplorare i boschi dall'altra parte dello steccato o correre gi allo 
stagno per giocare, oppure fare semplicemente tutto quello che mi veniva in mente. Di solito restavo vicino a 
casa, perch Nonna stava sempre a cucinare pasti deliziosi a ogni ora del giorno e aveva bisogno che fossi a disposizione per assaggiare i suoi intrugli e assicurarle che fossero commestibili. Ero ben 
lieto di fare la mia parte.
Al bambino piaceva spingere la barca a remi nello stagno, gettare un verme in acqua e poi tirarne fuori un 
pesciolino guizzante perch io potessi abbaiare. Dopodich lo liberava.
" troppo piccolo, Bailey," diceva ogni volta "ma uno di questi giorni ne prenderemo uno grosso, vedrai."
Alla fine scoprii, con grande fastidio, che nella Fattoria c'era un gatto nero che viveva in un grande edificio 
cadente chiamato "granaio". Ogni volta che decidevo di entrare l dentro per dargli un'annusata, lo vedevo 
che mi guardava, rannicchiato nel buio. Sembrava aver paura di me, quindi era molto meglio di Smokey, 
come d'altronde tutto il resto in quel posto.
Un giorno, tra gli alberi del bosco, mi sembr di vedere il gatto nero. Partii subito all'inseguimento, ma lui 
zampettava piano, con un'andatura ciondolante. Quando mi avvicinai, vidi che non era affatto un gatto, ma 
una creatura mai vista, con strisce bianche lungo il dorso. Tutto contento, mi misi ad abbaiare, al che 
l'animale si gir e mi guard serio, con la sua coda nera e soffice ritta per aria. Vedendo che non scappava, 
immaginai che volesse giocare, ma appena saltai in avanti per fare a zampate, la bestia fece una cosa 
stranissima: si gir dall'altra parte, come per andarsene, sempre con la coda dritta.
Un attimo dopo, mi ritrovai avvolto da una nuvola di fetore insopportabile che mi faceva pizzicare gli occhi e 
le labbra. Accecato e uggiolante, battei in ritirata, chiedendomi cosa diavolo fosse successo.
"Puzzola!" esclam Nonno quando grattai alla porta. "Ah, non t'azzardare a entrare, Bailey!"

"Bailey, hai trovato una puzzola?" chiese Mamma da dietro la zanzariera. "Oddio, s!"
Non avevo mai sentito quella parola, "puzzola", ma sapevo che laggi nel bosco era successo qualcosa di 
molto strano e ancor pi strano fu quello che accadde dopo: storcendo il naso, il bambino mi port sul prato, 
prese una canna per innaffiare e cominci a spruzzarmi con l'acqua. Poi mi tenne ferma la testa mentre 
Nonna raccoglieva dei pomodori dall'orto e ne spremeva il succo aspro sul mio pelo che divent tutto rosso.
Non riuscivo a capire l'utilit di tutto questo, tanto meno quando poco dopo mi sottoposero a una pratica 
umiliante che, m'inform Ethan, si chiamava "fare il bagno". Mi strofinarono una saponetta profumata sul 
pelo bagnato finch il mio odore non divenne un misto tra quello di Mamma e un pomodoro.
Non mi ero mai sentito cos mortificato in vita mia. Quando fui asciutto, mi confinarono nella veranda e 
Ethan, che dormiva insieme a me, mi butt fuori dal letto a calci.
"Puzzi, Bailey" disse.
Assalito cos su tutti i fronti, mi sdraiai per terra e provai a dormire, nonostante il miscuglio di odori che 
aleggiava intorno a me. Quando finalmente arriv il mattino, corsi gi allo stagno e mi rotolai su un pesce 
morto che era stato spinto a riva, ma neanche questo serv a molto: puzzavo ancora di profumo.
Ansioso di capire cosa fosse successo, tornai nel bosco alla ricerca del simil-gatto, per trovare una 
spiegazione. Ormai conoscevo il suo odore e non mi fu difficile localizzarlo, ma appena provai a dargli 
un'annusata, successe la stessa identica cosa: mi colp con una zaffata di puzzo accecante, sparata proprio dal 
suo didietro!
Non sapevo come chiarire quel malinteso e mi chiedevo se non avrei fatto meglio a ignorare la bestia, per farle pagare tutte le umiliazioni che avevo dovuto subire.
E fu proprio quello che decisi di fare quando, una volta tornato a casa, mi sottoposero di nuovo all'intero 
ciclo di lavaggi e ammolli nel succo di pomodoro. Era quella la mia vita, adesso? Tutti i giorni a bagno negli 
ortaggi, strigliato con saponette puzzolenti, senza il permesso di entrare in casa nemmeno quando Nonna cucinava?
"Bailey, sei proprio scemo!" mi rimprover Ethan mentre mi strigliava in giardino.
"Non dire "scemo".  una brutta parola" fece Nonna. "Digli... digli che  un citrullo, come mi diceva sempre 
la mia mamma da piccola quando facevo qualcosa di male."
Il ragazzo mi guard con occhi severi. "Bailey, sei un cane citrullo. Sei un cane molto citrullo." Poi si mise a 
ridere e anche Nonna rise, ma io ero cos triste che riuscivo a malapena a muovere la coda.
Per fortuna, pi o meno quando quegli odori insoliti iniziarono a dissolversi, la famiglia smise di comportarsi 
in modo cos strano e mi permisero di nuovo di entrare in casa. A volte il bambino mi chiamava ancora 
"cane citrullo", ma mai con rabbia, pi come se mi avesse trovato un altro nome.
"Ti va di andare a pesca, cane citrullo?" mi chiedeva, quindi salivamo sulla barca a remi e per qualche ora 
tiravamo fuori i pesciolini dall'acqua.
Un giorno, verso la fine dell'estate, faceva pi fresco del solito e noi eravamo in barca. Ethan aveva un 
cappuccio attaccato al collo della maglietta. Tutta un tratto salt su. "Ne ho preso uno grosso, Bailey! Ma 
grosso grosso!"
Di fronte a tanta eccitazione, saltai su anch'io, abbaiando. Per pi di un minuto stette l, ridendo felice, a tirare la canna, e poi lo vidi, un pesce grosso come un gatto, venire in superficie proprio accanto alla barca! Io e Efhan ci sporgemmo in avanti per guardarlo, la barca oscill e poi con un urlo il bambino cadde in acqua!
Saltai sul bordo e fissai l'acqua verde cupo. Riuscivo a individuare il bambino che a poco a poco scompariva alla vista e le bollicine che salivano in superficie portandomi il suo odore, ma non sembrava riemergere. 
Senza un attimo di esitazione, mi tuffai vicino a lui, con gli occhi aperti mentre mi addentravo nell'acqua, 
cercando di seguire la scia di bollicine gi nella fredda oscurit.

9.
Non riuscivo a vedere quasi nulla laggi, in mezzo all'acqua che mi premeva contro le orecchie e rallentava 
la mia discesa affannosa. Sentivo il bambino, per, che affondava lentamente sotto di me. Nuotai ancora pi 
forte e alla fine lo vidi: era come quando avevo visto la mamma per la prima volta, un'immagine sfocata tra 
ombre scure. Mi diedi una spinta in avanti, spalancando i denti, e quando fui proprio sopra di lui riuscii a 
stringere in bocca il suo cappuccio. Alzai la testa e, trascinandomelo dietro, risalii pi in fretta che potevo 
fino alla superficie dello stagno, illuminata dal sole.
Riemergemmo, nell'aria fresca. "Bailey!" grid il bambino ridendo. "Stavi cercando di salvarmi, amico?" 
Allung un braccio per aggrapparsi alla barca. Freneticamente, provai a salirgli sulle spalle per montare su e 
tirarlo in salvo.
Stava ancora ridendo. "Bailey, no, cane citrullo! Smettila!" Mi spinse via e gli nuotai intorno, cercando di 
non allontanarmi.
"Devo riprendere la canna, Bailey, mi  caduta la canna. Sto bene! Tu vai, sto bene. Vai!" Il bambino fece 
un gesto verso la riva, come per tirare una palla in quella direzione. Sembrava volesse dirmi di uscire dallo 
stagno, cos dopo un po' uscii fuori dall'acqua e mi diressi verso il piccolo terreno sabbioso vicino al piccolo molo.

"Bravo, Bailey" disse con tono incoraggiante.
Mi girai e vidi i suoi piedi dritti per aria e un istante dopo era scomparso nell'acqua. Con un guaito feci 
subito dietrofront e nuotai pi veloce che potevo, con le spalle che per lo sforzo si sollevavano dall'acqua. 
Quando trovai la scia di bolle, mi misi a seguire il suo odore. Stavolta era molto pi difficile restare 
sott'acqua, perch non avevo preso lo slancio tuffandomi dalla barca, e proprio mentre mi dirigevo verso il 
fondo dello stagno sentii che il ragazzo stava risalendo e cambiai direzione.
"Bailey!" mi chiam tutto allegro, buttando la canna in barca. "Sei proprio un bravo cane, Bailey."
Nuotai al suo fianco mentre tirava la barca fino alla riva sabbiosa. Ero cos sollevato che, quando si chin per 
trascinarla a terra, gli leccai tutta la faccia.
"Hai davvero cercato di salvarmi, amico." Mi sedetti con la lingua di fuori e lui mi accarezz il muso. Il sole 
e le sue carezze mi rinfrancavano.
Il giorno dopo, il bambino port Nonno gi al molo. Faceva molto pi caldo del giorno prima. Corsi davanti 
a loro per vedere se la famiglia di anatre era al solito posto, al centro dello stagno. Il bambino portava 
un'altra maglietta col cappuccio e tutti e tre corremmo fino in fondo al molo e guardammo l'acqua verde sotto 
di noi. Le anatre nuotarono subito nella nostra direzione per vedere cosa stavamo facendo e io finsi di 
saperlo.
"Si tuffa sott'acqua, te lo giuro" disse il bambino.
"Ci creder quando lo vedr" rispose Nonno.
Tornammo indietro fino alla riva. Nonno mi prese per il collare. "Vai!" grid.
Il bambino prese a correre e solo dopo qualche istante Nonno mi lasci perch potessi seguirlo. Ethan si lanci dal bordo del molo alzando un enorme spruzzo e le anatre starnazzarono lamentose, scivolando sulle onde. Corsi fino alla fine del molo e abbaiai, poi mi voltai a guardare Nonno.
"Vallo a prendere, Bailey!" mi incalz.
Guardai gi l'acqua schiumosa in cui il bambino era scomparso, poi mi girai di nuovo verso Nonno. Era 
vecchio e si muoveva lentamente, ma non riuscivo a credere che fosse cos sciocco da non fare niente. 
Abbaiai di nuovo.
"Vai!" mi disse Nonno.
Tutt'a un tratto capii e lo guardai incredulo. Dovevo fare tutto io in quella famiglia? Abbaiai un'ultima volta e 
mi tuffai dal bordo del molo, poi nuotai gi verso il fondo, dove sentivo che Ethan giaceva immobile. Gli 
strinsi il colletto tra i denti e tornai su, verso l'aria.
"Visto? Mi ha salvato!" esclam il bambino una volta in superfcie.
"Bravo, Bailey!" gridarono all'unisono Nonno e il bambino. Le loro lodi mi riempivano cos tanto di piacere 
che partii all'inseguimento delle anatre, che nuotarono via starnazzando come stupide. Mi mancava tanto cos 
a strappar via le penne della coda a un paio di loro, quando battendo le ali si alzarono in un breve volo: dal 
mio punto di vista, avevo vinto.
Passammo il resto del pomeriggio a giocare a "salvami". A poco a poco la mia ansia diminuiva, mentre mi 
rendevo conto che il bambino era perfettamente in grado di pensare a se stesso, laggi nello stagno, ma la sua 
soddisfazione quando lo trascinavo in superficie era tale che ogni volta mi tuffavo dietro di lui. Le anatre alla 
fine uscirono dall'acqua e si accovacciarono sulla riva a guardarci, perplesse. Perch non volassero sugli 
alberi come gli altri uccelli, questo non l'avevo mai capito.
Non vedevo nessun motivo per andarcene dalla Fattoria, ma quando pochi giorni pi tardi Pap torn e 
Mamma cominci a fare avanti e indietro da una stanza all'altra, aprendo cassetti e tirando fuori la roba, ebbi la sensazione che 
stavamo per traslocare un'altra volta. Cominciai a camminare in su e in gi, pieno d'ansia, temendo che 
volessero lasciarmi l. Solo quando il bambino grid: "In macchina!", ebbi il permesso di montare e di 
mettere la testa fuori dal finestrino. Il cavallo, Fiamma, mi fissava con un'espressione di tremenda invidia - 
almeno, cos la interpretai - e sia Nonna che Nonno mi abbracciarono.
Alla fine arrivammo a casa. Ero proprio contento di ritrovarmi tra i cani e i bambini del vicinato, ma rivedere 
Smokey, quello no, non mi faceva molto piacere. Giocavo con Marshmallow, inseguivamo le palle, 
facevamo la lotta... Ero cos occupato a divertirmi che mi feci cogliere del tutto impreparato quando un 
mattino, pochi giorni dopo, ci alzammo presto e mi portarono in garage senza tanti discorsi. Corsi subito 
fuori dalla gattaiola e quello che vidi mi conferm che sia Mamma sia Ethan se ne stavano andando. Ethan 
stava salendo col resto dei bambini sul solito pulmino arancione.
Era del tutto inaccettabile. Rimasi un po' ad abbaiare e Marshmallow mi rispose dal fondo della strada, cos 
cominciammo ad abbaiarci l'un l'altra, ma non fu utile come si potrebbe pensare. Di umore nerissimo, tornai 
in garage e annusai sdegnato la cuccia. Decisi che non avrei passato la giornata l dentro, nemmeno se fosse 
stato il posto pi morbido del mondo.
Vidi le zampe di Smokey da sotto la porta e, con un sospiro di frustrazione, infilai il naso nella fessura per 
fiutare il suo odore. Non emanava molta simpatia.
Ormai, essendo un cane grosso, raggiungevo facilmente la maniglia della porta e mi resi conto che potevo 
trarre qualche vantaggio da quella sfortunata situazione. Appoggiai le zampe alla porta, presi la maniglia in 
bocca e girai.

Non successe niente, ma alla fine, a forza di provare, con un clic appena accennato la porta si apr!
Smokey era seduta dall'altra parte. Probabilmente fino a un attimo prima stava ridendo, ma quando mi vide 
non rise pi. Le sue pupille si fecero scure scure, si volt e scapp via. Io ovviamente la inseguii, perdendo 
l'equilibrio mentre giravo l'angolo, e le abbaiai contro quando mont sul bancone.
In casa era molto meglio. La sera prima dalla porta era entrata una pizza, dentro una grande scatola piatta che 
era ancora appoggiata sul bancone. Mi fu facile tirarla gi coi denti, la buttai a terra e mangiai il delizioso 
cartone, facendo a brandelli le parti meno saporite, mentre Smokey mi guardava con finto disgusto. Poi 
mangiai un barattolo del suo cibo per gatti e leccai il metallo fino a farlo brillare.
Di solito non mi era permesso dormire sul divano, ma non vedevo alcun motivo per rispettare una regola 
simile: tutto era cambiato da quando mi trovavo in casa da solo. Mi sistemai per un bel sonnellino, con la 
testa su un cuscino soffice e i raggi del sole che mi scaldavano la schiena.
Pi tardi mi resi conto con fastidio che il sole doveva essersi spostato e cos bofonchiando cambiai posizione 
sul divano.
Non molto dopo sentii l'inconfondibile rumore della credenza di cucina che veniva aperta e corsi a vedere 
cosa stava succedendo. Smokey, sul bancone, si era allungata per aprire uno sportello, gesto che mi sembr 
molto intraprendente da parte sua. La fissai intensamente mentre s'infilava nella credenza, annusando col suo 
minuscolo naso le deliziose prelibatezze all'interno. Poi abbass lo sguardo su di me, come se stesse 
valutando.
Decisi di mordicchiarmi un po' l'attaccatura della coda e quando mi voltai di nuovo restai affascinato nel 
vedere Smokey che tirava zampate a un sacchetto di cibo. Lo colp una, due
volte, e al terzo colpo quello cadde gi dalla credenza, per terra!
Tirai un morso alla plastica: dentro c'erano delle cosette croccanti e salate, che mangiai in tutta fretta prima 
che Smokey venisse a reclamare la sua parte. Lei mi guardava impassibile dal suo piedistallo, poi con 
un'altra zampata tir gi un secondo sacchetto pieno di rotolini dolci e soffici.
In quel momento capii che mi ero sempre sbagliato sul conto di Smokey. Provavo quasi rimorso per aver 
mangiato il suo cibo per gatti, ma non era mica colpa mia se non finiva i pasti quando glieli servivano, come 
facevamo tutti in famiglia. Cosa poteva aspettarsi?
Non riuscivo ad aprire la credenza da solo, mi sfuggiva la tecnica. Per riuscii ad agganciare una pagnotta e a 
tirarla gi dal bancone, separandola attentamente dal suo sacchetto, che mangiai a parte. Il bidone della 
spazzatura in cucina non era legato con una corda ed era facile da aprire, anche se l dentro c'era della roba 
immangiabile: una specie di sabbia nera e amara che mi allapp la lingua quando provai a leccarla, insieme a 
gusci d'uova e contenitori di plastica. La plastica, a dire il vero, me la mangiai lo stesso.
Ero fuori ad aspettare quando arriv il pulmino. Scesero Chelsea e Todd, ma non c'era traccia del bambino, 
quindi capii che sarebbe tornato a casa con Mamma. Rientrai in casa e tirai fuori delle scarpe dal guardaroba 
di Mamma, ma non le masticai molto perch mi era venuto un gran sonno dopo tutti gli spuntini che mi 
aveva regalato Smokey. Andai in soggiorno cercando di decidere se sdraiarmi sul divano, dove ormai la luce 
se n'era andata, o dormire nella chiazza di sole sul tappeto. Fu una decisione difficile e alla fine, quando 
scelsi il sole, mi sdraiai per terra un po' a disagio: non ero sicuro di aver fatto la scelta giusta.

Appena sentii sbattere le portiere della macchina di Mamma, attraversai tutta la casa precipitandomi in 
garage. Un attimo dopo, uscendo dalla gattaiola, andai verso la staccionata scodinzolando allegramente: 
nessuno avrebbe scoperto il mio segreto. Ethan corse dritto da me e andammo in giardino a giocare, mentre 
Mamma risaliva il vialetto con le scarpe che ticchettavano.
"Bailey, mi sei mancato! Ti sei divertito, oggi?" mi chiese il bambino grattandomi sotto il mento. Ci 
fissammo in adorazione.
"Ethan! Vieni a vedere cos'ha fatto Bailey!"
Sentendo pronunciare il mio nome con un tono cos severo, le mie orecchie si abbassarono all'istante. Non 
sapevo bene come, ma io e Smokey eravamo stati beccati.
Entrammo in casa e mi avvicinai a Mamma scodinzolando a pi non posso per farmi perdonare. Teneva in 
mano uno dei sacchetti sbranati.
"La porta del garage era aperta. Guarda cos'ha fatto" disse * Mamma. "Bailey, sei un cane cattivo. Cattivo."
Chinai la testa. Tecnicamente io non avevo fatto niente di male, ma mi resi conto che Mamma era arrabbiata 
con me. E anche Ethan, soprattutto quando dovette raccogliere i pezzi di plastica dal pavimento.
"Come diavolo avr fatto a salire sul bancone? Deve essere saltato" disse Mamma.
"Sei cattivo, Bailey. Sei un cane cattivo cattivo" ripet Ethan.
Arriv Smokey con passo rilassato e salt languidamente sul bancone. Le lanciai un'occhiata triste: anche lei 
era cattiva, un gatto cattivo cattivo.
E invece, incredibilmente, nessuno disse niente a Smokey per aver fatto da istigatrice. Anzi, tutto il contrario: 
le riempirono perfino la ciotola di altro cibo per gatti! Restai seduto fiducioso, convinto  che a me sarebbe spettato almeno un biscotto, ma tutti non facevano che rivolgermi sguardi arrabbiati.
Mamma spingeva uno straccio per terra mentre il bambino andava a portare un sacco dell'immondizia in garage.
"Bailey, hai fatto proprio una brutta cosa" mi sussurr di nuovo il bambino passandomi accanto. A quanto pareva, per gli altri era molto pi difficile di quanto non fosse per me lasciarsi alle spalle quel banale incidente.
Ero ancora in cucina quando sentii Mamma, dal retro della casa, che strillava: "Bailey!".
Doveva aver trovato le scarpe.

10.
Nei due anni successivi mi resi conto che, quando i bambini giocavano tutti insieme, spesso Todd veniva 
escluso. Se si avvicinava, gli altri sembravano a disagio, un cambiamento d'umore che io e Marshmallow 
avvertivamo nettamente, come se fosse un grido d'allarme. Di solito le femmine gli voltavano le spalle, 
mentre i maschi lo facevano partecipare ai loro giochi con molta riluttanza. Da tempo Ethan non andava pi 
a casa di Todd.
Il fratello pi grande di Todd, Drake, non si faceva quasi mai vedere fuori, se non per montare in macchina e 
andarsene. Invece presto Linda impar ad andare in bicicletta e quasi tutti i giorni veniva gi per la strada 
pedalando, per giocare con le altre bambine della sua et.
Io seguivo l'esempio del bambino e non mi avvicinavo pi a Todd, anche se una notte in cui nevicava, 
mentre ero fuori in giardino a fare i miei bisogni prima di andare a letto, sentii il suo odore dietro la 
palizzata, da qualche parte tra gli alberi. Lanciai un latrato di avvertimento e fui molto soddisfatto sentendo 
che scappava via.
Non mi piaceva troppo quella storia della scuola tutte le mattine. Preferivo quando arrivava l'estate e Ethan 
era in vacanza e andavamo alla Fattoria a vivere con Nonno e Nonna.
Tutte le volte, appena arrivato alla Fattoria, mi mettevo a correre ovunque per vedere cos'era cambiato e cosa era rimasto uguale, marcando il territorio e ricucendo i 
rapporti con Fiamma il cavallo, col misterioso gatto nero nel granaio e con le anatre, che avevano deciso 
sconsideratamente di sfornare un'altra nidiata di pulcini. Spesso nei boschi mi capitava di sentire l'odore della 
puzzola ma, ricordando il nostro spiacevole incontro, avevo deciso di non inseguirla pi. Se mi voleva, 
sapeva dove trovarmi.
A volte Nonno andava in citt in macchina e io e il bambino
lo  accompagnavamo. Non ci avevo messo molto a imparare a memoria l'intero itinerario: prima c'era un odore di umido, mescolato a quello inconfondibile delle stupide anatre, poi un delizioso aroma di pesce 
marcio, seguito dopo qualche minuto da un odore pungente che riempiva la macchina.
"Bleah" diceva spesso Ethan a quel punto.
" il ranch delle capre" rispondeva sempre Nonno.
Con la testa fuori dal finestrino scrutavo le capre, responsabili di quelle meravigliose fragranze, e gli 
abbaiavo contro, anche se erano cos sceme che non fuggivano mai terrorizzate. Restavano l a fissarmi inebetite come Fiamma il cavallo.
Poco dopo il ranch delle capre, la macchina prendeva a sobbalzare violentemente mentre passavamo sopra a 
un ponte di legno e l cominciavo a scodinzolare, perch mi piaceva andare in citt e quel rimbombare di colpi voleva dire che eravamo quasi arrivati.
Nonno andava volentieri in un posto dove rimaneva seduto mentre un uomo giocava con i suoi capelli, ma 
Ethan si annoiava presto e allora ci mettevamo a camminare su e gi per la strada, guardando le vetrine nella speranza di incontrare dei cani: immaginavo fosse per quello che eravamo venuti in citt.
Il posto migliore per trovare altri cani era il parco, un grande
terreno pieno d'erba dove la gente stava seduta su delle coperte. C'era anche uno stagno, ma il bambino non 
voleva che ci facessi il bagno.
Da qualsiasi punto della citt potevo sentire l'odore del ranch delle capre: se mi fossi perso, sarebbe bastato 
muovermi fiutando l'aria finch la traccia non si faceva pi forte per capire che quella era la strada di casa.
Un giorno, mentre eravamo nel parco, un bambino pi grande stava lanciando un giocattolo di plastica per 
farlo riacchiappare dal suo cane. Il cane era una femmina, piccola e dai modi sbrigativi: se mi avvicinavo non 
mi considerava nemmeno, aveva occhi solo per il suo giocattolo, un disco sottile e di colore acceso. Il disco 
si alzava per aria e lei lo afferrava con un balzo prima che toccasse terra: piuttosto impressionante, se uno  
appassionato di quel genere di cose.
"Che ne dici, Bailey? Vuoi farlo anche tu, eh?" mi chiese Ethan. Aveva gli occhi che brillavano guardando il 
cane che afferrava il disco di plastica. Appena tornati a casa, and dritto in camera sua a costruire quello che 
chiam il "flip".
" un misto tra un boomerang, un frisbee e un pallone" spieg a Nonno. "Vola due volte pi lontano, perch la palla gli d peso, vedi?"
Annusai quell'affare, che era stato un'ottima palla da football prima che Ethan la tagliasse e chiedesse a Nonna di ricucirla. "Andiamo, Bailey!" grid il bambino.
Corremmo fuori. "Quanti soldi si possono guadagnare con un'invenzione del genere?" chiese a Nonno.
"Prima vediamo se vola" osserv Nonno.
"Va bene. Pronto, Bailey? Sei pronto?"
Immaginai volesse dire che stava per succedere qualcosa e mi misi in guardia. Il bambino pieg il braccio  all'indietro e lanci
il flip per aria, ma quello gir su se stesso e cadde gi, come se avesse colpito qualcosa.
Scesi trotterellando dal portico e gli diedi un'annusata un po' dubbiosa.
"Riporta il flip, Bailey!" esclam il bambino.
Con circospezione, lo presi in bocca. Ripensando al cagnette che inseguiva l'elegante disco volante nel parco, 
sentii una fitta d'invidia. Lo riportai al bambino e lo sputai per terra davanti a lui.
"Non  aerodinamico" stava dicendo Nonno. "Troppa resistenza."
"Devo solo lanciarlo nel modo giusto" rispose Ethan.
Nonno torn dentro casa e nell'ora successiva il bambino continu a fare pratica con il flip in giardino e io 
ogni volta glielo dovevo riportare. Sentivo montare la disperazione dentro di lui, cos a un certo punto, 
quando lo lanci per l'ennesima volta e quello cadde pesantemente a terra, invece del flip gli portai un 
bastoncino. "No, Bailey" disse mogio. "Il flip. Prendi il flip."
Abbaiai scodinzolando, per fargli capire che il bastone poteva essere molto divertente, se solo ci avesse 
provato.
"Bailey! Il flip!"
E poi qualcuno disse: "Ciao".
Era una bambina dell'et di Ethan. Mi avvicinai scodinzolando e lei mi accarezz la testa. In una mano 
portava un cestino coperto con un fazzoletto, con dentro qualcosa dall'odore dolce che ebbe subito tutta la 
mia attenzione. Mi sedetti cercando di sembrare il pi attraente possibile per farmi consegnare quello che teneva nel cestino. "Come ti chiami, cagnolina?"
" un maschio" disse Ethan. "Si chiama Bailey."
Sentendo il mio nome, mi girai verso il bambino e vidi che si comportava in modo strano. Era come se avesse paura, ma non proprio, anche se nel vederla aveva fatto mezzo passo indietro. Guardai di nuovo la bambina, che mi piaceva 
molto per via dei dolci che portava nel cestino.
"Io abito in fondo alla strada. La mia mamma ha preparato dei brownie per la tua famiglia. Uh..." fece lei, indicando la bicicletta.
"Ah" disse il bambino.
Io ero sempre concentrato sul cestino.
"E insomma..." disse la bambina.
"Vado a chiamare Nonna" fece il bambino. Si gir ed entr in casa, ma io scelsi di restare l con la bambina e i suoi biscotti per cani.
"Ehi, Bailey, sei un bravo cane? S che sei bravo" mi disse lei.
Bravo ma, scoprii, non cos tanto da meritare un biscotto. Dopo un minuto diedi un colpetto col naso al cestino per riportarla sull'argomento. Aveva i capelli chiari e se li lisciava aspettando che tornasse Ethan. 
Anche lei sembrava vagamente spaventata, ma non vedevo nulla di allarmante in giro, se non un povero cane affamato che aveva urgente bisogno di un biscotto.
"Hannah!" esclam Nonna uscendo di casa. "Che piacere vederti."
"Salve, signora Morgan."
"Vieni pure, entra. A cosa dobbiamo la tua visita?"
"Mia mamma ha preparato dei brownie."
"Ma che carino da parte sua. Ethan, probabilmente non ti ricordi, ma tu e Hannah giocavate sempre insieme, 
da piccoli. Ha solo un anno meno di te."
"Non mi ricordo" fece Ethan tirando un calcio al tappeto.
Continuava a comportarsi in modo strano, ma io mi sentivo in dovere di tenere d'occhio il cestino dei dolcetti per me, che Nonna aveva appoggiato su un tavolo. Nonno era sulla sua sedia che leggeva un libro e fece per infilare una mano nel cestino, guardando da sopra gli occhiali.
"Non ti rovinare l'appetito!" sibil Nonna. Lui ritir prontamente la mano e ci scambiammo uno sguardo addolorato.
Pass ancora qualche minuto, ma non successe granch, perlomeno sul fronte dolcetti. Era soprattutto Nonna a parlare, mentre Ethan rimaneva in piedi con le mani in tasca e Hannah stava seduta sul divano senza 
guardarlo. Alla fine Ethan chiese a Hannah se voleva vedere il fiip. Sentendo quella parola spaventosa, agitai debolmente la coda e lo guardai, incredulo. Credevo che quel capitolo della nostra vita fosse ormai chiuso.
Uscimmo tutti in giardino. Ethan mostr il flip a Hannah, ma quando prov a lanciarlo, quello cadde di nuovo a terra come un uccello morto.
"Mi sa che devo fare qualche modifica" disse Ethan.
M'incamminai verso il flip, ma non lo raccolsi, nella speranza che il bambino avesse deciso di mettere fine 
una volta per tutte a quella seccante faccenda.
Hannah rimase ancora un po'. Andammo allo stagno a guardare le stupide anatre, accarezz Fiamma sul naso e facemmo un altro paio di lanci col flip. Poi lei mont sulla bicicletta e io le andai dietro mentre pedalava 
gi per il vialetto, ma il bambino mi fece un fischio e tornai su di corsa.
Qualcosa mi diceva che avrei rivisto ancora quella bambina.
In seguito, la stessa estate, quando credevo fosse ancora troppo presto per tornare a casa e ricominciare con la storia della scuola, Mamma mise tutta la roba in macchina. Io e Ethan restammo davanti all'auto mentre 
Nonno e Nonna prendevano posto sui sedili.
"Io faccio il navigatore" disse Nonno.
"Ti addormenterai prima ancora di essere usciti dalla contea" rispose Nonna.
"Allora, Ethan. Ormai sei grande. Fai il bravo e chiama se ci sono problemi."
Ethan si divincol dall'abbraccio della madre. "Lo so" disse.
"Torniamo tra due giorni. Se hai bisogno di qualcosa, puoi chiedere al signor Huntley, qui accanto. In frigo 
c' un pasticcio di carne gi pronto, lo devi solo riscaldare."
"Lo so!" disse Ethan.
"E tu, Bailey, bada a Ethan, d'accordo?"
Scodinzolai tutto allegro, senza capire un accidenti. Facevamo un viaggio in macchina o no?
"Stavo sempre da solo, quando avevo la sua et" disse Nonno.
Percepivo ansia e preoccupazione in Mamma, ma alla fine si mise dietro al volante. "Ti voglio bene, Ethan."
Ethan borbott qualcosa tirando calci alla polvere.
La macchina scese per il vialetto, e io e Ethan la guardammo allontanarsi tutti seri. "Andiamo, Bailey!" 
grid, appena l'auto " fu uscita dalla visuale. E corremmo in casa.
All'improvviso tutto divenne pi divertente. Il bambino mangi qualcosa per pranzo e alla fine pos il piatto 
a terra per farmelo leccare! Andammo nel granaio e si arrampic sulle travi mentre io abbaiavo da sotto e 
quando salt su un covone di fieno gli balzai addosso. Un'ombra color inchiostro nell'angolo mi disse che il 
gatto ci stava tenendo d'occhio, ma quando trotterellai l per indagare, lui scivol via svanendo nel nulla.
Provai disagio quando vidi Ethan che apriva il lucchetto dell'armadio dei fucili, una cosa che non faceva mai 
quando c'era Nonno. Le armi mi innervosivano, mi facevano ripensare a quando Todd aveva lanciato un 
petardo e quello mi era caduto cos vicino che avevo sentito uno scoppio sulla pelle. Ma Ethan era cos eccitato che non potevo fare a meno di saltellargli intorno. Sistem delle lattine sulla 
staccionata, poi spar e le lattine volarono via. Non riuscivo a capire il rapporto tra le lattine e lo scoppio 
fragoroso del fucile, ma sapevo che doveva essere tutto collegato e, a giudicare dalla reazione del bambino, 
estremamente divertente. Fiamma, con un nitrito, trott fino all'angolo opposto del suo recinto, per 
allontanarsi da tutta quella confusione.
Poi Ethan per cena riscald un pollo succulento. Ci sedemmo in soggiorno e accese la tv. Mentre mangiava 
dal piatto che teneva in grembo, ogni tanto mi lanciava qualche pezzo di pelle. Questo s che era divertente, 
lo capivo benissimo anch'io.
In quell'istante, non m'interessava se Mamma fosse tornata o meno.
Dopo aver leccato il piatto che Ethan aveva lasciato per terra, decisi di sperimentare le nuove regole in 
vigore e montai sulla comoda poltrona di Nonno, guardandomi alle spalle in attesa del solito comando: 
"Gi!". Ma il bambino continu a fissare la tv e allora mi acciambellai per fare un pisolino.
Ancora mezzo addormentato, sentii il telefono squillare e il bambino che diceva "letto", ma quando riattacc 
non and a letto: si rimise a sedere sul divano per continuare a guardare la tv.
Dormivo sodo, quando fui risvegliato dall'improvvisa sensazione che qualcosa non andava. Il bambino era 
seduto dritto e rigido, con la testa voltata di lato.
"Hai sentito un rumore?" mi sussurr.
Mi chiesi se il tono d'urgenza nella sua voce significava che il mio sonnellino era finito. Decisi che aveva 
solo bisogno di tranquillizzarsi e cos, per dargli l'esempio, abbassai di nuovo la testa sul morbido cuscino.
Dall'interno della casa si sent un tonfo attutito. "Bailey!" sibil il bambino.
Va bene, la faccenda era seria. Sceso dalla poltrona, mi stiracchiai e lo guardai in attesa. Allung una mano 
per accarezzarmi il capo, trasmettendomi la sua paura. "Ehi?" chiam. "C' qualcuno?"
Si immobilizz e io con lui: situazione di massima allerta. Non ero del tutto sicuro di cosa stesse succedendo, 
ma sapevo che eravamo in presenza di una minaccia di qualche tipo. Quando un altro colpo lo fece saltare 
per aria, col terrore che gli sprizzava da tutti i pori, mi preparai ad affrontare il problema, chi o qualunque 
cosa fosse. Sentivo rizzarsi i peli sul mio dorso e lanciai un basso ringhio d avvertimento.
Al mio ringhio, il bambino attravers la stanza senza fare rumore. Io gli andai dietro, sempre in allerta, e lo 
guardai mentre apriva l'armadio delle armi, per la seconda volta in un giorno solo.

11.
Stringendo il fucile di Nonno nelle mani tremanti, il bambino avanz lentamente su per le scale e percorse il 
corridoio fino alla camera di Mamma. Io gli stavo alle costole. Ethan controll in bagno e sotto il letto, e 
aprendo di botto la porta del guardaroba lanci un "Ah!" che per poco non mi fece venire un colpo. 
Ripetemmo la stessa ispezione in camera di Nonno e Nonna, e anche nella stanzina con il divano dove 
Nonna andava a dormire quando Nonno, di notte, faceva quello strano rumore che sembrava una sega 
elettrica. Prima di partire per il viaggio in macchina, Nonna aveva passato un sacco di tempo l dentro a 
lavorare sul flip, cercando di aggiustarlo secondo le indicazioni di Ethan: la chiamavano "la stanza del 
cucito".
Il bambino ispezion tutta la casa, sempre tenendo il fucile davanti a s, prov tutte le maniglie e controll 
ogni finestra. Passando per il soggiorno m'incamminai speranzoso verso la poltrona di Nonno, ma Ethan 
ancora non si era stancato di esplorare la casa e cos, con un sospiro di stanchezza, lo accompagnai a 
esaminare la tenda della doccia.
Alla fine torn in camera di Mamma. Dopo aver trafficato con la maniglia, trascin il com davanti alla 
porta. Mise il fucile per terra al suo fianco e mi fece salire sul letto. Mentre si stringeva forte a me, ripensai 
alle volte in cui Mamma e Pap attaccavano a urlare e lui veniva a dormire nella cuccia in garage. Emanava la stessa sensazione di terrore 
solitario. Lo leccai cercando di confortarlo come potevo: in fondo se stavamo insieme che cosa poteva 
succedere?
Il mattino dopo dormimmo fino a tardi e poi ci facemmo una colazione da favola. Mangiai croste di toast, 
leccai le uova strapazzate e finii il latte che Ethan aveva lasciato. Che giornata fantastica! Ethan mise 
dell'altro cibo in un sacchetto, insieme a una bottiglia di plastica che aveva riempito d'acqua, e infil tutto 
quanto nel suo zaino. Uscivamo per una passeggiata? A volte io e Ethan andavamo a camminare e lui 
portava dei panini per dividerli con me. Ultimamente tutte le nostre passeggiate sembravano condurre in 
direzione della casa della bambina: avevo sentito il suo odore nella cassetta della posta. Il bambino restava l 
per un po', immobile, fissando la casa, dopodich ci voltavamo e tornavamo indietro.
La paura della notte precedente si era volatilizzata. Fischiettando, Ethan and a prendersi cura di Fiamma, 
che si avvicin pigramente per mangiare nel recipiente pieno di semi secchi e insapori, o qualunque cosa 
ruminasse quando non mangiava tutta quell'erba per vomitare.
Rimasi sorpreso, tuttavia, vedendo che il bambino prendeva una coperta e una sella dal granaio e le legava in 
groppa al cavallo. L'avevamo gi fatto: Ethan si arrampicava e si metteva seduto sul dorso di Fiamma, ma le 
altre volte c'era sempre Nonno, e il cancello era chiuso col lucchetto. Invece stavolta il bambino apr il 
cancello e mont in groppa, con un sorriso a trentadue denti.
"Andiamo, Bailey!" mi chiam, dall'alto.
Lo seguii, un po' imbronciato. Non mi andava che adesso fosse Fiamma a ricevere tutte le attenzioni, non mi 
piaceva essere tanto lontano dal ragazzo, costretto a camminare accanto a
quell'enorme creatura che, ormai l'avevo capito, era stupida non meno delle anatre. Ma soprattutto non gradii 
quando, alzando la coda, Fiamma moll in mezzo alla strada una montagna di cacca che mi manc per un pelo. Ci feci una pisciatina sopra, perch dopotutto ormai apparteneva a me, ma avrei potuto giurare che il 
cavallo l'avesse fatto apposta.
Presto lasciammo la strada e ci inoltrammo nei boschi, procedendo lungo un sentiero. Mi misi a inseguire un coniglio e l'avrei anche preso, se lui non mi avesse imbrogliato cambiando direzione all'improvviso. Fiutai 
pi di una puzzola, ma il mio orgoglio m'impediva di muovere anche solo un passo in quella direzione. A una piccola pozza ci fermammo. Io e Fiamma bevemmo e il bambino mangi il suo panino, lanciandomi le croste di pane.
"Non  fantastico, Bailey? Ti stai divertendo?"
Gli guardai le mani, chiedendomi se il suo tono interrogativo significasse che mi avrebbe lanciato ancora un 
po' del suo panino.
A parte il fatto di dover sopportare la presenza di Fiamma, in effetti mi stavo proprio divertendo. Certo, 
allontanarsi da quello stupido flip era gi di per s una ragione sufficiente per festeggiare, ma dopo qualche 
ora eravamo cos lontani da casa che non ne sentivo nemmeno pi l'odore.
Mi accorsi che Fiamma iniziava a essere stanca, ma dall'atteggiamento del bambino capivo che dovevamo 
ancora raggiungere la nostra meta. A un certo punto, Ethan disse: "Dove si va? Da questa parte? O di l? Te 
lo ricordi, Bailey? Sai dove siamo?".
Lo guardai, in attesa, e dopo un istante ripartimmo per un sentiero letteralmente invaso dagli odori di altri 
animali.
Avevo marcato cos tante volte il territorio che mi facevano male le zampe a forza di rizzarle per aria. 
Fiamma si ferm e lasci andare un enorme fiotto di urina; mi sembrava del tutto fuori luogo, dal momento che il suo odore 
avrebbe cancellato il mio e, fino a prova contraria, ero io il cane! La superai per togliermi quel tanfo dal naso.
Fu l, arrivato in cima a una piccola salita, che vidi il serpente. Acciambellato al sole, tirava fuori 
ritmicamente la lingua. Mi bloccai di colpo, affascinato: non ne avevo mai visto uno prima.
Abbaiai senza suscitare la minima reazione. Tornai trotterellando dal bambino, che intanto aveva fatto 
ripartire Fiamma.
"Cosa c', Bailey? Cos'hai visto?"
Decisi che, qualunque cosa avesse detto, non era "va' a mordere il serpente". Scivolai di fianco a Fiamma, che avanzava impassibile, e mi chiesi come avrebbe reagito vedendo il serpente arrotolato ai suoi piedi.
In un primo momento non lo not nemmeno, ma poi, mentre si avvicinava, il serpente tutta un tratto si ritir alzando la testa, e fu allora che Fiamma lanci un nitrito. Le sue zampe davanti si sollevarono dal suolo 
scalciando e il bambino vol gi dalla groppa. Corsi subito da lui, ma vidi che era tutto intero. Salt in piedi. "Fiamma!" grid.
Amareggiato, guardai il cavallo che scappava al galoppo, con gli zoccoli che alzavano nuvole di polvere. 
Quando il bambino part di corsa, capii subito cosa dovevo fare e mi misi all'inseguimento, ma Fiamma non 
accennava a fermarsi e, vedendo che mi ero allontanato troppo da Ethan, feci marcia indietro e tornai da lui.
"Oh, no!" stava dicendo, ma non era rivolto a me. "Oddio. E adesso cosa facciamo, Bailey?"
Con mio completo sgomento, il bambino attacc a piangere. Lo faceva sempre meno negli ultimi anni, il che 
rendeva la cosa tanto pi sconvolgente. Riuscivo a percepire la sua disperazione e gli infilai il muso tra le mani cercando di consolarlo. La cosa migliore da fare - decisi - era tornare a casa e mangiare altro pollo.
Alla fine il bambino smise di piangere e si guard intorno nel bosco, con gli occhi smarriti. "Ci siamo persi, Bailey." Bevve un sorso d'acqua. "Va bene, forza. Andiamo."
A quanto pareva, la nostra passeggiata non era finita, perch c'incamminammo in una direzione tutta nuova, non quella da cui eravamo venuti.
Facemmo un lungo giro per i boschi. A un certo punto fiutai il nostro odore, ma il bambino non ne voleva sapere di fermarsi. Ero cos stanco che, quando uno scoiattolo schizz proprio davanti a me, non mi degnai nemmeno di inseguirlo, ma continuai ad andare dietro al bambino: mi accorsi che anche lui iniziava a essere stanco. Quando il cielo cominci a farsi scuro, ci sedemmo su un tronco e lui mangi l'ultimo panino, stando 
ben attento a darmene un pezzo. "Mi dispiace tanto, Bailey."
Appena prima che calasse il buio, Ethan si mise a giocare con dei rami. Li portava su un albero abbattuto, 
ammucchiandoli contro un monticello di fango e radici contorte. Sotto quel baldacchino fece un monticello 
di aghi di pino e sopra sistem altri rami. Io lo guardavo incuriosito, pronto, nonostante la stanchezza, a correre dietro a un bastone se me lo avesse tirato, ma rest concentrato sulla sua opera.
Quando ormai non si vedeva pi nulla, si rannicchi sugli aghi di pino. "Vieni, Bailey! Qui!"
Strisciai dietro di lui. Mi ricordava la nostra cuccia. Pensai con rimpianto alla poltrona di Nonno, 
chiedendomi come mai non potessimo semplicemente tornare a casa e dormire l. Ma presto il bambino 
cominci a tremare, allora gli appoggiai la lesta addosso e distesi la pancia sulla sua schiena, come facevo con i miei fratelli quando avevamo freddo.
"Bravo, Bailey" mi disse.
Poco dopo inizi a respirare regolarmente e smise di tremare. Anche se non stavo proprio comodo, feci ben attenzione a restargli sdraiato addosso, per tenerlo il pi caldo possibile durante la notte.
Eravamo gi in piedi quando gli uccelli iniziarono a cantare e prima che fosse del tutto giorno ci eravamo 
rimessi in cammino. Annusai speranzoso lo zaino, ingannato dai suoi odori, ma quando il bambino mi ci fece 
mettere il muso dentro non trovai niente da mangiare.
"Lo conserviamo in caso dovessimo accendere un fuoco" mi disse. Io lo tradussi come "Ci servono altri 
panini" e scodinzolai, pienamente d'accordo.
Quel giorno la nostra avventura prese una piega del tutto nuova. La fame si tramut in un dolore acuto allo 
stomaco e il bambino pianse di nuovo, singhiozzando per quasi un'ora. Sentivo l'angoscia impadronirsi di lui, 
seguita da un senso di tetra apatia che mi sembr altrettanto preoccupante. Quando ci sedemmo e mi fiss 
con occhi spenti, gli mollai una leccata in pieno viso.
Ero in pensiero per il mio bambino. Dovevamo tornare a casa, e subito.
Arrivati a un ruscelletto, si butt sulla pancia ed entrambi bevemmo avidamente. L'acqua don a Ethan 
nuova energia e determinazione. Ripartimmo seguendo il corso del ruscello, che serpeggiava tra gli alberi 
fino a un prato pieno di insetti canterini. Il bambino alz il viso al sole e acceler il passo, con la speranza 
che montava dentro di lui, ma si rifece mogio quando, dopo pi di un'ora, il ruscello s'infil di nuovo nel bosco buio.

Passammo la notte stretti l'uno all'altro, come la notte precedente. Anche se avevo sentito l'odore di una carcassa nelle vicinanze, roba vecchia ma probabilmente commestibile, restai sempre accanto al mio bambino. Aveva bisogno pi che mai del mio calore. Le forze lo stavano abbandonando, le sentivo venir meno.
Non avevo mai avuto tanta paura.
Il giorno dopo, mentre camminavamo, vidi che il bambino non faceva che inciampare. Sentii odore di sangue. Un ramo gli aveva sferzato il viso. Lo annusai.
"Vattene, Bailey!" mi url.
Sentivo rabbia, paura e dolore dentro di lui, ma non mi allontanai, restai dov'ero, e seppi di aver fatto la cosa giusta quando affond il viso nel mio collo e riprese a piangere.
"Ci siamo persi, Bailey. Mi dispiace tanto" mormor. Scodinzolai sentendo il mio nome.
A un certo punto il ruscello usciva dagli argini per diramarsi in un terreno paludoso e fummo costretti a camminare nel fango. Il bambino affondava fino al polpaccio: a ogni passo i suoi piedi facevano un rumore come di risucchio. Gli insetti scendevano in picchiata su di noi, infilandoci negli occhi e nelle orecchie.
In mezzo alla palude il bambino si ferm di colpo, con le spalle curve e un'espressione vuota, ed emise un sospiro lungo e profondo. Al colmo dell'angoscia, avanzai pi in fretta che potevo sul terreno limaccioso e 
gli appoggiai una zampa sulla gamba. Non ce la faceva pi. Una sensazione opprimente di sconfitta cresceva dentro di lui, si stava arrendendo. Stava perdendo la voglia di vivere, come mio fratello Affamato il giorno in 
cui si era disteso pancia a terra nel canale di scolo per non rialzarsi mai pi.
Abbaiai ed entrambi sobbalzammo. Vidi un lampo ravvivare i suoi occhi inebetiti. Abbaiai di nuovo.
"D'accordo" borbott. Senza energia; mise fuori un Piede dal fango e prov ad appoggiarlo, affondando  di nuovo.
Ci volle pi di mezza giornata per attraversare la Palude.Quando raggiungemmo il ruscello dall'altra parte del terreno, le acque erano pi rapide e profonde.  Pi avanzavamo e il torrente confluiva in un altro torrente, e poi un altro ancora e il bambino dovette prendere la rincorsa per saltarlo, ma un albero caduto gli sbarr il passo. A ogni balzo sembrava pi stanco e alla line decidemmo di riposarci un paio d'ore distesi accanto a lui, terrorizzato all'idea che non si Svegliava piu'invece dopo un po' si tir su lentamente.
"Sei un bravo cane, Bailey" mi disse ad alta voce.
Era tardo pomeriggio quando arrivammo nel punto in cui il ruscello si gettava nel fiume. Il ragazzop rest a lungo immobile a fissare l'acqua scura, con lo sguardo smarrto, poi Partimmo seguendo la corrente, addentrandoci tra l'erba e gli alberi.
Stava calando la notte, quando fiutai l'odore di uomini. Ormai Ethan sembrava camminare alla cieca' trascinando i piedi stanchi. Quando cadeva, ogni volta ci metteva di piu a rialzarsi e non si accorse di niente mentre mi lanciavo in avanti, col naso a terra.
"Bailey" mormor. "Dove vai?"
Credo non si fosse nemmeno reso conto che avevamo incrociato un sentiero. Stringeva gli occhi nella penombra cercando di non inciampare, e quando l'erba alta sotto i suoi  piedi divent  una pista di terra battuta, per qualcne secondo non avvertii alcuna reazione da parte sua.
Sentivo l'odore di molti uomini; tutti ormai vecchi ma inconfondibili come quelli dei bambini nella strada di casa.

Poi tutt'a un tratto' Ethan si raddrizz, trattenendo il respiro. "Ehi!" disse piano' mettendo a fuoco il sentiero.
Ora che avevo chiara la direzione da seguire, corsi in avanti Der alcuni metri sentendo la fatica svanire mentre nel bambino le emozioni si risvegliavano. Sia il sentiero che il fiume  curvavano paralleli verso destra e io tenni il naso a terra, perch mi ero accorto che a Passo passo gli odori umani si facevano pi forti e pi recenti 
Alcuni uomini erano Passati di l non molto tempo prima.
Ethan si blocc e tornai da lui. Era in piedi, con gli occhi fissi e la bocca aperta. "Accidenti" disse-
Vidi un'ombra attraversare il fiume. In quel momento una figura usc dall'ombra e cammin lungo il parapetto, scrutando l'acqua. Sentii che il cuore di Ethan batteva sempre pi forte L'emozione per si tramut in timore e il bambino si nascose nell ombra: ma io invece ripensavo a mia madre, a come reagiva quando incrociavamo degli uomini mentre  eravamo a caccia.
"Bailey,sta buono" sussurr'
Non sapevo cosa stesse succedendo, ma capivo perfettamente il suo stato d'animo: era lo stesso della sera in cui aveva  preso il fucile e frugato in tutti gli angoli della casa.  Lo guardai in allerta.
"Ehi'" chi sei?" grid l'uomo dal ponte. Sentii che il bambino s'irrigidiva pronto a scappare.
"Ehi!" grid di nuovo "Sei Ethan?>

12.
L'uomo del ponte ci diede un passaggio in macchina fino a un grande edificio. Appena ci fermammo, Pap apr la portiera e lui e Mamma abbracciarono Ethan. C'erano anche Nonno e Nonna, e tutti erano felici, ma 
non vidi nemmeno l'ombra di un biscotto per cani. Il bambino sedette su una sedia con delle ruote e un uomo lo spinse all'interno dell'edificio. Un attimo prima di entrare, Ethan si volt per salutarmi con la mano: capii 
che non stava succedendo niente di grave, anche se separarmi da lui mi riempiva di ansia. Ma Nonno mi teneva forte per il collare, quindi non avevo molta scelta.
Nonno mi port a fare un giro in macchina e mi fece sedere davanti. Ci fermammo in un posto dove dal 
finestrino gli porsero un sacchetto dall'odore celestiale. Mi diede da mangiare l dentro, in macchina: scartava i panini uno alla volta e me li passava. Anche lui ne mangi uno.
"Non dirlo a Nonna" mi fece.
Tornati a casa, fui sorpreso nel vedere Fiamma al solito posto, nel recinto, che mi guardava con la stessa faccia da schiaffi. Le abbaiai da dietro il finestrino, poi Nonno mi disse di smetterla.
Il bambino rest via una sola notte, ma era la prima volta da quando lo avevo incontrato che dormivo senza 
di lui, e cos feci avanti e indietro nel corridoio per ore finch Pap non url: "Bailey, a cuccia!". Mi raggomitolai nel letto di Ethan e mi addormentai con la testa sul cuscino, dove il suo odore era pi forte.
Il giorno dopo, quando Mamma riport Ethan a casa, ero al colmo della gioia, ma l'umore del bambino sembrava cupo. Pap gli disse che era cattivo. Nonno disse qualcosa sull'armadio dei fucili. Erano tesi, ma nessuno disse una parola su Fiamma, che pure era stata la causa di tutte le nostre disgrazie! Non sapevano cosa fosse successo veramente e invece che col cavallo se la prendevano col bambino.
Anch'io ero arrabbiato: avevo voglia di uscire e dare un bel morso a quella bestia, ma ovviamente non lo feci, perch era troppo grossa per me.
La bambina venne a trovare Ethan e si sedettero sul portico. Non parlarono granch, si limitarono a borbottare qualche frase senza guardarsi.
"Hai avuto paura?" chiese lei.
"No" rispose il bambino.
"Io ne avrei avuta."
"Be', io no."
"Avevi freddo, la notte?"
"S, parecchio."
"Ah."
"Gi."
Seguivo la loro conversazione con le orecchie tese, nel caso qualcuno pronunciasse le parole "Bailey", "macchina", "biscotti". Ma non ne dissero neanche una e cos abbassai la testa sospirando. Quando la 
bambina fece per accarezzarmi, mi girai sulla schiena per una bella grattatina alla pancia.
Avevo deciso che quella bambina mi piaceva, avrei voluto che venisse pi spesso, portando i suoi meravigliosi dolcetti: magari prima o poi si sarebbe decisa a darne qualcuno anche a me.
Non avevo nessuna voglia di ripartire, ma un giorno Mamma radun le nostre cose e facemmo un lungo viaggio in macchina. Capii che la scuola stava per ricominciare. Quando ci fermammo nel vialetto di casa, 
alcuni bambini corsero da noi, e sul prato io e Marshmallow riprendemmo i contatti, dopodich tornammo al nostro incontro di lotta lasciato in sospeso.
C'erano altri cani nel quartiere, ma Marshmallow era quella che mi piaceva di pi, probabilmente perch la vedevo quasi tutti i giorni quando il bambino, dopo scuola, andava dalla mamma di Chelsea. Spesso, quando 
uscivo dal cancello e partivo per qualche avventura, accanto a me c'era anche Marshmallow, che mi accompagnava a ispezionare i bidoni dell'immondizia dei vicini.
Per questo mi allarm sentire Chelsea, un giorno, che sporgendosi dalla macchina di sua madre gridava: 
"Marshmallow! Marshy! Qui, bella!". Chelsea venne da noi per parlare con Ethan e dopo un po' tutti i 
bambini del vicinato urlavano: "Marshmallow! Marshmallow!". Per me era chiaro che Marshmallow aveva 
fatto il cattivo cane ed era partita da sola per qualche avventura.
Vicino al ruscello le sue tracce erano pi recenti, ma c'erano cos tanti cani e bambini che non riuscivo a capire in che direzione fosse andata. Chelsea era triste e piangeva; mi faceva compassione e le appoggiai la testa in grembo. Lei mi strinse forte.
Tra tutti i bambini che davano una mano a cercare Marshmallow, Todd era uno di quelli che s'impegnavano 
di pi. Curiosamente, fiutai l'odore di Marshmallow sui suoi pantaloni. Lo annusai attentamente, ma lui mi 
spinse via con un'occhiataccia. Aveva le scarpe coperte di fango e anche l l'odore di Marshmallow era forte, 
insieme ad altri che non riuscivo a identificare.
"Andiamo, Bailey" mi disse il bambino quando vide la reazione di Todd alla mia ispezione.
Marshmallow non torn mai a casa. Ripensavo alla mia prima mamma, uscita dal cancello e scappata via per il mondo senza mai guardarsi indietro. Ci sono cani cos, che vogliono solo essere liberi di viaggiare, perch non hanno un bambino che li ama.
Quell'inverno, pi o meno nello stesso periodo in cui Pap mise un alber in soggiorno per il periodo di 
"Buon Natale", Chelsea ricevette un nuovo cucciolo. La chiamarono Duchessa. Non si stancava mai di 
giocare, al punto che ogni tanto, stanco di farmi affondare quei dentini aguzzi nelle orecchie, buttavo l un 
ringhio secco per farla smettere. Lei mi guardava sbattendo gli occhi con aria innocente e si allontanava per 
pochi secondi, giusto il tempo di decidere che non potevo fare sul serio, e mi si buttava addosso un'altra 
volta. Era molto irritante.
A primavera i bambini del vicinato continuavano a parlare di "go kart", e per la strada non facevano altro 
che segare e prendere a martellate pezzi di legno, ignorando del tutto i loro cani. Pap ogni sera veniva in 
garage e parlava col bambino, tutto affaccendato a fare chiss cosa. Provai perfino a infilarmi nel ripostiglio 
di Ethan per tirar fuori il tanto odiato flip, nella speranza di distrarlo, ma lui, troppo concentrato a giocare 
con i suoi pezzi di legno, non mi degnava di uno sguardo e non si sognava nemmeno di lanciarmeli perch li 
andassi a prendere.
"Hai visto il mio go kart, Bailey? Andr come un razzo!"
Alla fine, il bambino apr la porta del garage, si sedette sul go kart e scese gi per il vialetto come su una 
slitta. Io gli trotterellai dietro, pensando che ci eravamo dati tanta pena per un risultato cos poco esaltante, 
ma arrivato in fondo al vialetto Ethan raccolse il go kart e lo riport in garage per giocarci ancora!
Almeno quando c'era il flip avevo qualcosa da addentare.
In una giornata assolata e senza scuola, tutti i bambini del
vicinato presero i loro go kart e li portarono su una lunga strada ripida a qualche isolato di distanza. 
Duchessa era ancora troppo piccola per seguire la processione, ma io andai col mio bambino, anche se la sua 
idea iniziale - lui seduto sul go kart mentre io lo tiravo lungo la strada - non mi aveva entusiasmato poi molto.
Tra i bambini c'erano anche Todd e il suo fratello maggiore, Drake, che ridevano facendo commenti sul go 
kart di Chelsea e io sentii che c'era rimasta male. Quando misero tutti i go kart in fila uno accanto all'altro in 
cima alla strada, Todd era proprio accanto a Ethan.
Non mi aspettavo affatto quello che successe dopo: qualcuno url "Via!" e i go kart partirono tutti insieme 
scendendo gi per la collina, pi veloci, sempre pi veloci. Drake corse dietro a Todd e diede una spinta al 
suo go kart, facendogli fare un balzo in avanti.
"Avete barato!" url Chelsea. Il suo go kart andava molto piano, mentre quello di Ethan guadagnava sempre 
pi velocit e presto dovetti mettermi a correre per stargli dietro. Gli * altri go kart uscirono di strada e dopo 
un po' rimasero solo quello di Todd, in testa, e quello di Ethan, che ormai gli era alle calcagna.
Io correvo senza freni, preso da un inebriante senso di libert, galoppando gi per la collina dietro al mio 
bambino. Gi in fondo alla strada c'era un ragazzino di nome Billy, che reggeva una bandiera appesa a un 
bastone, e intuii che anche lui faceva parte di quanto stava accadendo. Ethan stava piegato in avanti, a testa 
bassa, ed era tutto cos divertente che decisi di salire anch'io sul go kart insieme a lui. Mi diedi lo slancio e 
con un salto atterrai sulla coda del go kart, rischiando di ruzzolare gi. La forza del mio impatto ci fece 
guadagnare velocit: stavamo superando Todd! Billy agit il bastone. Dietro di noi sentivo urla e applausi, mentre il go kart, finalmente arrivato in piano, rallent per poi fermarsi.
"Bravo, Bailey" mi disse il bambino ridendo.
Tutti i go kart ci raggiunsero, seguiti dagli altri bambini che ridevano e gridavano. Billy si avvicin e alz al 
cielo la mano di Ethan, lasciando cadere il bastone con la bandiera. Io raccolsi il bastone e me lo portai in 
giro tutto baldanzoso, sfidando chiunque a prendermelo. Mi divertivo come un matto!
"Non  giusto!" url Todd.
La folla di bambini fece subito silenzio. Todd, in piedi davanti a Ethan, trasmetteva un senso di rabbia 
cocente.
"Hai vinto solo perch quello stupido cane  saltato sul tuo go kart. Sei squalificato" fece Drake, di fianco a Todd.
"E tu hai spinto tuo fratello!" grid Chelsea.
"E allora?"
"Ti avrei ripreso comunque" disse Ethan.
"Tutti quelli che pensano che abbia ragione Todd, dicano s" esclam Billy.
Todd e suo fratello gridarono: "S!".
"Chi pensa che abbia vinto Ethan dica no."
"No!" gridarono tutti i bambini, all'unisono. Spaventato da quel frastuono improvviso, lasciai cadere il 
bastone.
Todd fece un passo avanti e tir un pugno a Ethan, che si abbass e lo placc alla vita. Caddero a terra entrambi.
"Se le danno!" url Billy.
Saltai su per difendere il mio bambino, ma Chelsea mi tenne per il collare. "No, Bailey. Fermo."
Si rotolavano per terra, avvinghiati in uno stretto nodo di rabbia. Io mi dimenavo, cercando di liberarmi del 
collare, ma Chelsea lo stringeva forte. Iniziai ad abbaiare per la frustrazione.
Poco dopo Ethan era seduto a cavalcioni sopra Todd. Tutti e due avevano il fiato grosso. "Ti arrendi?" domand Ethan.
Todd distolse lo sguardo, stringendo forte gli occhi. In lui sentivo umiliazione e odio in pari quantit. Alla 
fine annu. Si alzarono con diffidenza, pulendosi i pantaloni sporchi di terra.
Percepii un accesso improvviso di rabbia nell'istante esatto in cui Drake si butt in avanti, spintonando Ethan 
con tutte due le mani. Ethan vacill, ma non cadde.
"Forza, Ethan, fatti sotto" ringhi Drake.
Ci fu un lungo istante di silenzio, mentre Ethan osservava il ragazzo pi grande, poi Billy si mise in mezzo. 
"No" disse.
"No" disse Chelsea.
"No" fecero alcuni degli altri bambini. "No."
Drake rest a guardarci tutti per un minuto, poi sput per terra e raccolse il go kart. I due fratelli se ne 
andarono senza dire una parola.
"Oggi gliel'abbiamo proprio fatta vedere, eh, Bailey?" mi disse Ethan. I bambini trascinarono i go kart su per 
la collina e poi scesero di nuovo gi: non fecero altro per tutto il giorncr. Ethan lasci il go kart a Chelsea, 
perch il suo aveva perso una ruota, e ogni volta lei mi faceva salire dietro.
Quella sera a cena, Ethan non faceva che parlare tutto eccitato, mentre Mamma e Pap ascoltavano 
sorridendo. Ci mise un sacco di tempo ad addormentarsi e anche quando finalmente riusc a prendere sonno, 
era cos agitato che decisi di scendere dal letto e dormire per terra. Perci non mi ero ancora addormentato, 
quando sentii uno schianto al piano di sotto.
"Cos' stato?" mi chiese il bambino, saltando a sedere dritto sul letto. Balz sul pavimento mentre le luci nel 
corridoio si accendevano.
"Ethan, resta in camera tua" gli disse Pap. Era teso, arrabbiato e spaventato. "Bailey, vieni."
Obbediente, scesi piano le scale con Pap che, muovendosi con prudenza, accese le luci nel soggiorno. "Chi 
c'?" chiese, a voce alta.
Il vento soffiava attraverso le tende della finestra sul davanti, che di solito era sempre chiusa. "Non scendete 
a piedi nudi!" url Pap.
"Cosa  successo?" chiese Mamma.
"Qualcuno ha rotto la finestra con un sasso. Sta indietro, Bailey."
Sentivo la preoccupazione di Pap e annusai i frammenti sparsi per la stanza. Per terra c'era un sasso 
circondato da minuscole schegge di vetro. Avvicinai il naso e riconobbi immediatamente quell'odore.
Todd.



13.
Quell'anno, a primavera, la gatta Smokey si ammal. Se ne stava sdraiata a lamentarsi e non protestava 
quando le mettevo il naso in faccia per indagare sul suo strano comportamento. Mamma, preoccupatissima, 
port Smokey a fare un giro in macchina e quando torn a casa era triste, probabilmente perch portarsi un 
gatto in macchina non  poi cos divertente.
Pi o meno una settimana dopo, Smokey mor. Tutta la famiglia si riun dopo cena nel giardino sul retro, 
dove Ethan aveva scavato una buca. Avvolsero il corpo di Smokey in una coperta, lo misero nella buca e lo 
coprirono di terra. Ethan, col martello, piant un pezzo di legno nel suolo, proprio accanto al monticello di 
terra smossa, e lui e Mamma piansero un po'. Li accarezzai col muso, per ricordare loro che non c'era di che 
esser tristi: stavo bene e, senza falsa modestia, ero molto meglio di quanto Smokey non fosse mai stata.
Il giorno successivo, dopo che Mamma e il bambino furono andati a scuola, andai in giardino e dissotterrai 
Smokey, immaginando che non l'avessero fatto apposta a seppellire un gatto morto in ottimo stato.
Quell'estate non andammo alla Fattoria, neanche un giorno. Ethan e alcuni suoi amici del quartiere si 
alzavano ogni mattina e andavano nelle case della gente a tagliare i prati con dei tosaerba che facevano un fracasso del diavolo. Il bambino mi portava con s, ma mi teneva sempre legato a un albero. Adoravo l'odore dell'erba appena tagliata, ma l'attivit della falciatura in s non m'interessava molto e sentivo che c'entrava col fatto che non eravamo andati alla Fattoria. Nonno e Nonna vennero a stare da noi per una settimana, ma non fu altrettanto divertente, tanto meno quando Pap e Nonno si scambiarono parole dure mentre erano in giardino a scartocciare pannocchie. Sentivo che erano tutti e due molto arrabbiati: forse perch avevano capito che i cartocci della pannocchia non sono commestibili? Io l'avevo gi scoperto da solo, sia annusandoli che masticandoli. Da quel giorno Pap e Nonno sembravano sempre a disagio quando si trovavano insieme nella stessa stanza.
La scuola ricominci e molte cose erano cambiate. Il bambino non andava pi a trovare Chelsea appena 
tornato a casa. Adesso di solito era l'ultimo ad arrivare e quando la sera risaliva il vialetto, dopo che una 
macchina sconosciuta l'aveva mollato per strada, puzzava di terra, erba e sudore. Certe sere prendevamo la 
macchina e andavamo - cos mi sembr di capire - alla partita di football, dove io dovevo star seduto davanti 
a un grande prato, legato al guinzaglio vicino a Mamma e ad altra gente che urlava e fischiava senza motivo. 
I bambini facevano la lotta e si tiravano una palla, a volte correvano verso di me e altre volte giocavano dalla parte opposta del prato.
In certi momenti riuscivo a sentire l'odore di Ethan in mezzo a tutti quei ragazzi. Era un po' frustrante dover 
restare seduto l senza poter entrare in campo a dare una svolta al gioco: a casa avevo imparato ad afferrare 
con la bocca il pallone da football di Ethan. Una volta, mentre giocavo con lui, morsi un po' troppo forte e la palla si sgonfi fino a diventare un pezzo di cuoio rinsecchito, simile al flip. Da quel giorno, Ethan non mi lasciava pi addentare la palla, ma avevo ancora il 
permesso di giocarci. Mamma per non lo sapeva e alle partite mi teneva forte per il guinzaglio. Se solo mi 
avesse lasciato andare a prendere la palla, sapevo che i ragazzi si sarebbero divertiti molto di pi a correre 
dietro a me che non a inseguirsi tra loro, anche perch io andavo parecchio pi veloce.
Il cucciolo di Chelsea, Duchessa, era cresciuto. Diventammo ottimi amici dopo che le ebbi insegnato come 
comportarsi quando aveva a che fare con me. Un giorno, trovando il cancello aperto, entrai per salutarla: 
portava uno di quei coni di plastica intorno al collo e sembrava un po' stordita. Quando mi vide agit appena 
la coda da dentro la cuccia, ma non prov nemmeno ad alzarsi.
Arriv un'altra estate e ancora niente Fattoria. Il bambino non faceva che tagliare l'erba con i suoi amici: 
credevo che si fosse tolto dalla testa quell'assurdit, ma evidentemente la cosa continuava a piacergli. Pap se 
ne and per qualche giorno e mentre era via vennero a trovarci Nonno e Nonna. La loro macchina odorava di 
Fiamma, di fieno e di laghetto: restai l ad annusarla, poi feci una pisciatina sulle ruote.
"Oh, santo cielo, come sei cresciuto!" disse Nonna a Ethan.
Quando le giornate si fecero pi fresche, torn il football e arriv una magnifica sorpresa: Ethan poteva fare 
viaggi in macchina da solo! Questo cambiava le carte in tavola, perch adesso andavo quasi dappertutto 
insieme a lui: stavo sempre seduto davanti, col naso fuori dal finestrino, e lo aiutavo a guidare. Ora capivo 
perch tornava sempre cos tardi: ogni sera, dopo la scuola, andava a giocare a football e mi lasciava legato a 
un palo con una ciotola d'acqua. Era una gran noia, ma almeno potevo stare vicino al mio bambino.
"Bailey, vuoi andare a fare una passeggiata?" mi chiedeva pi volte, finch non ero cos eccitato che 
cominciavo a ballonzolare in cerchio. Mi metteva il guinzaglio e pattugliavamo le strade, fermandoci ogni tre 
passi per marcare il territorio. Spesso, passando davanti a gruppi di bambini che giocavano, mi chiedevo 
come mai Ethan non facesse pi come loro. A volte Mamma mi toglieva il guinzaglio e mi lasciava correre 
un po' insieme ai bambini.
Mamma mi piaceva un sacco. Solo di una cosa potevo lamentarmi: quando usciva dal bagno, chiudeva 
sempre il coperchio della mia ciotola dell'acqua preferita. Ethan invece lo lasciava sempre su, apposta per me.
Quell'estate, finita la scuola, Ethan e Mamma mi portarono a fare un viaggio in macchina fino alla Fattoria. 
Ero cosi felice di tornare! Fiamma fnse di non riconoscermi e non ero sicuro che le anatre fossero sempre le 
stesse, ma per il resto sembrava non fosse cambiato nulla.
Quasi tutti i giorni Ethan lavorava con Nonno e altri uomini, martellando e segando delle assi. All'inizio 
pensai che stessero costruendo un altro go kart, ma dopo un mese o gi di l fu chiaro che stavano tirando su 
un nuovo granaio, proprio accanto a quello vecchio che aveva un grande buco nel soffitto.
Fui il primo a vedere la donna che saliva per il vialetto e corsi gi per mettere in atto le necessarie misure di 
sicurezza. Quando fui abbastanza vicino da sentirne l'odore, mi accorsi che era la bambina, ma tanto 
cresciuta. Lei si ricordava di me e io strizzai gli occhi di piacere mentre mi grattava dietro le orecchie.
"Ehil, Bailey! Ti sono mancata? Bravo, Bailey."
Quando videro la bambina, gli uomini smisero di lavorare. Ethan, che proprio in quel momento stava 
uscendo dal vecchio granaio, si blocc: sembrava sorpreso.
"Oh. Ciao. Hannah?"
"Ciao, Ethan."
Nonno e gli altri uomini li guardavano con un ghigno in volto. Ethan lanci loro un'occhiata da sopra le 
spalle e divent tutto rosso, poi si avvicin a noi due.
"Insomma, ciao" disse.
"Ciao."
Distolsero lo sguardo. Hannah smise di grattarmi e io le diedi un colpetto col naso perch continuasse.
"Vieni in casa" disse Ethan.
Per tutto il resto dell'estate, dovunque andassimo a fare i nostri viaggi in macchina, sentivo l'odore della 
bambina, come se fosse stata seduta al mio posto. A volte veniva a cena da noi, e poi lei e Ethan si sedevano 
sul portico a chiacchierare e io mi sdraiavo l vicino per dar loro un argomento interessante di cui parlare.
Una volta, mentre facevo la mia ben meritata siesta, mi svegliai avvertendo in entrambi un vago senso di 
allarme. Erano seduti sul divano, con i volti vicini vicini, il cuore che batteva forte: percepivo paura ed 
eccitazione. Dal rumore che fecero subito dopo, sembrava che stessero mangiando, ma non c'era odore di 
cibo. Non capendo bene cosa stesse succedendo, mi arrampicai sul divano e infilai il naso in mezzo a loro, nel punto in cui i loro visi erano attaccati, e scoppiarono a ridere tutti e due.
Il giorno in cui Mamma e Ethan dovevano tornare a casa per andare a scuola, l'aria era piena dell'odore di vernice del nuovo granaio. La bambina venne dai noi, e lei e Ethan andarono al molo, mettendosi seduti con i piedi nell'acqua. 
Parlavano, e la bambina piangeva. Si abbracciarono un sacco, senza lanciare bastoni n fare nessuna delle 
cose che la gente normalmente fa su un laghetto: non ero sicuro di cosa stesse succedendo. Una volta tornati 
alla macchina, ci furono altri abbracci e poi ce ne andammo, con Ethan che suonava il clacson.
A casa, le cose erano cambiate. Tanto per cominciare, adesso Pap aveva una camera tutta per s, con un 
letto nuovo. Divideva il bagno con Ethan e, a dirla tutta, non  che mi piacesse granch entrare l dentro dopo 
che c'era stato Pap. E poi, quando non era a giocare a football con i suoi amici, Ethan passava un sacco di 
tempo in camera sua a parlare al telefono e lo sentii pi volte pronunciare il nome "Hannah".
Le foglie avevano iniziato a cadere dagli alberi il giorno in cui Ethan mi port a fare un viaggio in macchina 
fino a un posto con tanti pulmini della scuola argentati: c'era un sacco di gente e da uno dei pulmini 
vedemmo scendere proprio lei, la bambina! Non saprei dire chi fosse pi felice, se io o il bambino. Avrei 
voluto giocare con lei, ma Ethan voleva solo abbracciarla. Ero cos emozionato per quella svolta inaspettata 
che non m'importava nemmeno di essere stato automaticamente retrocesso al ruolo di cane da sedile 
posteriore per il viaggio di ritorno.
Quella sera, mentre Ethan giocava a football con i suoi amici, ero fiero di stare con Hannah. Di certo non era 
mai stata in un posto meraviglioso come quel grande prato, cos la tirai fino al punto in cui mi portava di 
solito Mamma per mostrarle dove sedersi.
Appena arrivati, spunt Todd. Negli ultimi tempi non lo avevo visto molto, anche se sua sorella Linda continuava a fare su e gi per la nostra strada in bicicletta. "Ciao, Bailey" mi disse tutto amichevole, ma c'era ancora qualcosa in lui che decisamente non andava e quando mi porse la mano mi limitai ad annusarla.
"Conosci Bailey?" chiese la bambina, e io scodinzolai sentendo fare il mio nome.
"Siamo vecchi amici, vero? Bravo cane."
Non avevo bisogno di sentirmi dire "bravo cane" da uno come Todd.
"Non vieni a scuola qui, vero? Vai alla East?" le chiese.
"No, sono venuta a trovare Ethan e la sua famiglia."
"Sei una cugina o cosa?"
La folla si mise a urlare e mi girai per vedere cosa stesse succedendo, ma stavano solo facendo a botte come 
al solito. Ogni volta quella cosa mi lasciava interdetto.
"No, sono solo... un'amica."
"Vuoi venire a divertirti un po'?" le chiese Todd.
"Prego?"
"Vuoi venire a divertirti con noi? Siamo un po' di amici. Questa partita  di una noia mortale."
"No, io... preferisco aspettare Ethan." Alzai la testa per guardarla. Sentivo che qualcosa la faceva stare in 
ansia e al tempo stesso, come mi era capitato gi tante volte, percepivo la rabbia montare dentro Todd.
"Ethan!" Todd si volt, sputando sull'erba. "Cos', state insieme?"
"Ecco..."
"Perch forse non lo sai, ma esce con Michelle Underwood."
"Cosa?"
"Gi. Lo sanno tutti."
"Ah."

"Eh, s. Quindi, se pensi di farti una storia con lui, insomma, puoi levartelo dalla testa." Todd si avvicin alla 
bambina e lei si irrigid: vidi che le stava accarezzando una spalla. La tensione era sempre pi forte e mi 
alzai. Todd mi lanci un'occhiata e quando i nostri sguardi si incrociarono sentii rizzarsi il pelo sul mio collo. 
Quasi involontariamente, dal profondo della gola mi usc un ringhio basso.
"Bailey!" La ragazza salt in piedi. "Cosa ti prende?"
"Gi, Bailey, cos'hai? Sono io, non mi riconosci?" Si gir verso la bambina. "A proposito, io sono Todd."
"Hannah."
"Perch non leghi il cane e vieni con me? Ci divertiremo."
"Ehm... Ecco, no. Non posso."
"Perch no? Dai."
"No, devo badare a Bailey."
Todd alz le spalle e la fiss. "Vabbe'. Come ti pare."
La sua rabbia era cos forte che ringhiai di nuovo e stavolta la bambina non disse niente. "Bene" fece Todd. 
"Chiedi a Ethan di Michelle, d'accordo?"
"S, d'accordo."
"Chiediglielo." Infil le mani in tasca e si allontan.
Quando Ethan torn da noi, un'ora dopo o gi di l, era tutto contento ed eccitato, ma la sua felicit svan in 
un istante.
"Cosa c'?"
"Chi  Michelle?"
Appoggiai una zampa sulla gamba di Ethan per fargli capire che, se voleva, ero disposto a giocare a palla con lui.
"Michelle? Chi?" Ethan si mise a ridere, ma la sua risata dur solo un secondo, come se si fosse strozzato. 
"Ehi, che ti prende?"
Mi fecero camminare in cerchio intorno al grande prato. Erano cos presi dalla loro conversazione che non si accorsero di nulla, mentre ingollavo mezzo hot dog, un po' di popcorn e qualche avanzo di tramezzino al tonno.
"Non so di chi parli" continuava a ripetere Ethan. "Chi te l'ha detto?"
"Non mi ricordo come si chiama. Ma conosceva Bailey."
M'immobilizzai, sentendo il mio nome: forse si erano arrabbiati per l'involucro di caramella che stavo 
masticando di nascosto?
"Tutti conoscono Bailey, viene sempre alle partite."
Lo ingoiai in tutta fretta, ma evidentemente non era quello il problema. Dopo un altro giro intorno al prato, 
molto meno interessante dal momento che avevo gi trovato tutto quanto ci fosse di vagamente 
commestibile, il bambino e la bambina si fermarono e si abbracciarono. Lo facevano in continuazione. "Sei 
tutto sudato" rise lei, spingendolo via.
"Vuoi fare un giro in macchina, Bailey?" chiese Ethan.
Ma certo che volevo! Tornati a casa, ricominciarono a par-lottare a voce bassa e mi diedero da mangiare, 
dopodich mi addormentai tutto soddisfatto sul pavimento del soggiorno mentre il bambino e la bambina, 
che finalmente avevano smesso di parlare, facevano la lotta sul divano.
Adesso avevamo una nuova gattaiola, che portava in giardino dalla porta sul retro e non dormivo pi in 
garage. Ero molto contento di aver tolto alla famiglia quella brutta abitudine. Uscii a fare i miei bisogni e, 
con mia grande sorpresa, trovai un pezzo di carne in mezzo all'erba, vicino alla staccionata.
Aveva un profumo strano, un aroma pungente, amarognolo, che non avevo mai sentito. Cosa ancora pi bizzarra, odorava di Todd.
Tirai su coi denti il pezzo di carne e lo portai nel patio sul retro. Lo lasciai cadere a terra, quel sapore amaro mi faceva venire la schiuma alla bocca. Poi mi sedetti e lo guardai. Aveva un sapore proprio cattivo, ma era un bel pezzo di carne. Se lo masticavo abbastanza in fretta, forse sarei riuscito a mandarlo gi senza nemmeno 
sentire l'amaro in bocca.
Gli diedi un colpetto col naso. Perch l'odore di Todd era cos forte?

14.
Il mattino dopo, quando Mamma usc sul patio e mi vide, abbassai la testa, battendo il pavimento con la 
punta della coda. Chiss perch, anche se non avevo fatto niente di male, mi sentivo parecchio in colpa.
"Buongiorno, Bailey" disse. Poi vide il pezzo di carne. "E quello cos'?"
Quando si chin per osservarlo meglio, mi girai sul dorso per una grattatina alla pancia. Mi sembrava di aver 
passato tutta la notte a fissare quel pezzo di carne, ero esausto e avevo bisogno di conforto, che qualcuno mi 
dicesse che avevo fatto la cosa giusta, anche se non capivo perch. C'era qualcosa che non andava e quel 
qualcosa mi aveva addirittura impedito di approfittare di un pasto gratis.
"Da dove  arrivato, Bailey?" Mamma mi accarezz leggermente la pancia, poi allung la mano per prendere 
la carne. "Bleah" disse.
Mi tirai su, in allerta. Se me lo avesse dato da mangiare, voleva dire che era buono. Invece si gir e lo port 
dentro casa. Feci per alzarmi sulle zampe di dietro. Adesso che me lo stava togliendo da sotto il naso, avevo 
cambiato idea: volevo mangiarlo a tutti i costi!
"No, Bailey, qualunque cosa sia  meglio se non lo mangi" disse Mamma e butt la carne nella spazzatura.

Tornammo in quel posto con i grandi pulmini della scuola argentati. Durante il viaggio in macchina, Hannah 
stava seduta al mio posto e poi mi lasciarono un sacco di tempo da solo mentre lei e Ethan stavano fuori ad 
abbracciarsi. Quando il bambino torn in macchina si sentiva triste e abbandonato, cos, invece di mettere il 
naso fuori dal finestrino, gli appoggiai la testa in grembo.
La bambina torn a trovarci il giorno dopo che tutta la famiglia, seduta intorno all'albero piantato dentro 
casa, aveva strappato la carta per "Buon Natale". Io ero di cattivo umore, perch Ethan aveva portato a 
Mamma una gattina nuova, bianca e nera, di nome Felix. Era proprio maleducata: non facevo in tempo a 
sedermi che lei si avventava sulla mia coda e spesso mi faceva gli agguati da dietro il divano, colpendomi 
con le sue minuscole zampette. Quando provavo a giocare con lei, si arrampicava sul mio naso, dando morsi 
coi suoi dentini aguzzi. Hannah, appena arrivata, dedic fin troppe attenzioni alla gattina, anche se io la 
conoscevo da pi tempo ed ero di gran lunga l'animale preferito.
Ma c'era una cosa che la gattina non poteva fare: uscire di casa. Il giardino era tutto ricoperto da uno spesso 
strato di neve e l'unica volta che Felix prov a infilare una zampa in quella roba bianca, corse subito dentro 
come se le avessero dato fuoco. Perci, quando Hannah e Ethan ammassarono un grosso mucchio di neve nel 
giardino sul davanti e gli misero sopra un cappello, c'ero solo io con loro. Al bambino piaceva prendermi e 
trascinarmi in mezzo alla neve, e io glielo lasciavo fare, per il puro piacere di sentire le sue braccia intorno a 
me, come succedeva tutti i giorni quando era piccolo.
Mentre giocavamo con lo slittino, Hannah stava seduta dietro e io correvo accanto alla slitta abbaiando a pi non posso e cercavo di strappare i guanti dalle mani del bambino.
Un pomeriggio di sole, l'aria era cos fredda e pulita che potevo sentirne il sapore fino in fondo alla gola. 
Tutti i bambini del vicinato erano l, sulla collina delle slitte, e Hannah e Ethan passavano pi tempo a 
spingere i piccoli che a scendere col loro slittino. Dopo un po', stanco di correre su e gi per il pendio, mi 
misi in fondo alla discesa: fu allora che arriv Todd in macchina.
Scendendo mi guard, ma non disse niente n fece per accarezzarmi. Io restai sulle mie.
"Linda! Muoviti,  ora di andare a casa" grid, col fiato che gli usciva dalla bocca in una nuvola di fumo 
bianco.
Linda, con tre dei suoi piccoli amici, stava discendendo il pendio su uno slittino a forma di disco. Ethan e 
Hannah la superarono sulla loro slitta, ridendo. "Non mi va!" url Linda in risposta.
"Subito! L'ha detto la mamma!"
Il bambino e Hannah si fermarono in fondo alla discesa, rotolando gi dalla slitta. Per un attimo restarono l, 
uno sopra all'altra, ridacchiando. Todd li guardava.
A quel punto avvertii in lui una strana sensazione. Non era proprio rabbia: era qualcosa di peggio, di pi 
oscuro, un'emozione che non avevo mai percepito. Lo capii dal modo in cui fissava Ethan e Hannah, col viso 
tirato.
Ethan e la bambina si alzarono, pulendosi via la neve a vicenda, e si avvicinarono a Todd stringendosi ancora 
fra le braccia. Irradiavano una tale quantit di amore e di gioia che non si accorsero dei fiotti di odio che 
sprizzavano da Todd.
"Ciao, Todd."
"Ciao."
"Lei  Hannah. Hannah, lui  Todd. Vive in fondo alla strada."
Hannah gli porse la mano, sorridendo. "Piacere."
Todd s'irrigid appena. "Veramente ci siamo gi conosciuti."
Hannah pieg la testa di lato, scostandosi i capelli dagli occhi. "Davvero?"
"Quando?" fece Ethan.
"A una partita di football" disse Todd. Poi scoppi in una breve risata.
Ethan scuoteva la testa senza capire, ma Hannah lo mise a fuoco. "Ah, s, giusto" disse abbassando 
improvvisamente la voce.
"Cosa?" chiese Ethan.
"Devo portare a casa mia sorella. Linda!" grid Todd mettendo le mani a coppa davanti alla bocca. "Vieni 
subito a casa!"
Linda si stacc dal gruppo dei suoi amici e con aria scoraggiata si trascin nella neve.
"...  lui quello con cui avevo parlato" disse Hannah a Ethan. Hannah ebbe un moto di preoccupazione e le 
lanciai un'occhiata incuriosita. Poi, sentendo la rabbia montare dentro Ethan, alzai la testa verso di lui.
"Cosa? Tu? Todd, sei stato, tu a dire a Hannah che uscivo con Michelle? Non la conosco nemmeno, questa 
Michelle! Perch l'hai fatto?"
"Devo andare" borbott Todd. "Monta in macchina, Linda" disse a sua sorella.
"No, aspetta un attimo" fece Ethan. Allung una mano per fermarlo e Todd si divincol.
"Ethan" mormor Hannah, appoggiandogli un guanto sul braccio.
"Perch l'hai fatto, Todd? Perch hai mentito? Che problema hai?"
Anche se i conflitti e le emozioni che si agitavano dentro Todd erano cos forti da sciogliere la neve sotto i 
suoi piedi, lui rest immobile, fissando Ethan senza dire una parola.

" per questo che non hai amici, Todd. Perch non puoi essere come tutti gli altri? Devi sempre comportarti 
in questo modo" disse il bambino. La rabbia lo stava abbandonando, ma sentivo che era ancora turbato.
"Ethan" ripet Hannah, pi seccamente.
Todd, sempre in silenzio, mont in macchina sbattendo la portiera. Il suo viso, quando si gir a guardare 
Hannah e Ethan, era completamente privo d'espressione.
"Sei stato troppo duro" disse Hannah.
"Non lo conosci."
"Non m'interessa" rispose lei. "Non dovevi dirgli che non ha amici."
"Ma  vero. Fa sempre cos. Come quando ha detto che un tipo gli aveva rubato l'iPod, e invece era tutta una 
balla."
"Non ... C' qualcosa di diverso in lui, vero?  nelle classi speciali?"
"Oh, no,  molto intelligente. Non  questo.  fatto cos, punto e basta. Un tempo, da piccoli, eravamo amici. 
Ma aveva sempre degli strani modi di giocare, tipo tirare uova addosso ai bambini che aspettavano il 
pulmino per l'asilo. Io gli dissi che non volevo farlo - insomma, c'era anche sua sorella in mezzo a quei 
bambini - e allora lui schiacci la scatola di uova che si era portato dietro. Sporc tutto il vialetto di casa e 
dovetti ripulire con la canna prima che tornasse mio padre. Per a Bailey quella parte piacque molto."
Scodinzolai sentendo il mio nome, lieto di pensare che forse adesso stavano parlando di me.
"Ci credo" rise Hannah accarezzandomi.
Hannah se ne and. Pochi giorni dopo, dal cielo ricominci a cadere la neve e il vento soffiava cos forte che 
ce ne stavamo tutto il giorno chiusi in casa, seduti davanti al radiatore (almeno,  quello che facevo io). Quella notte dormii sotto le coperte di Ethan e ci rimasi anche quando divenne cos caldo che non respiravo, ma era troppo piacevole starmene stretto accanto a lui come quando ero cucciolo.
Il mattino dopo, finalmente, la neve smise di cadere: io e Ethan uscimmo e passammo ore e ore a spalare il 
vialetto. La neve era pesante e profonda, e correre era faticoso: riuscivo appena a fare qualche salto prima di dovermi fermare per un riposino.
Subito dopo cena in cielo spunt la luna, cos luminosa che si vedeva come fosse giorno, e l'aria era piena 
dell'odore di fumo dei caminetti. Ethan era stanco e and a letto presto, ma io uscii dalla gattaiola e restai un 
po' in giardino, col naso per aria a fiutare il vento, eccitato da quella luce cos bizzarra e dall'aria frizzante 
della notte.
Quando scoprii che la neve vicino alla palizzata era ammucchiata a formare un enorme monticello, tutto 
contento mi arrampicai fino in cima e saltai dall'altra parte. Era la serata perfetta per un'avventura. Andai da 
Chelsea per vedere se Duchessa era disponibile, ma non c'era traccia della mia amica, a parte una macchia 
relativamente fresca di urina nella neve. Da bravo feci una pisciatina l accanto per marcare il territorio.
Di solito quando partivo per le mie esplorazioni notturne, mi avventuravo lungo il corso del ruscello. Mi 
faceva ripensare alla vecchia vita, quando ero un cucciolo senza padrone e andavo a caccia con Svelto e 
Sorella, tra odori ogni volta pi emozionanti. Ma adesso ero costretto a rimanere sulle strade libere dalla 
neve, risalendo i vialetti delle case per infilare il naso nello spiraglio tra l'asfalto e la porta del garage. Alcuni 
avevano gi portato fuori i loro alberi di "Buon Natale" (quello di Ethan era ancora in casa, vicino alla finestra sul davanti, con appesi un sacco di
gingilli e lucine colorate, messi l perch Felix ci si potesse avventare). Quando mi trovai davanti tutti quegli 
alberi da interno stesi per terra lungo i vialetti sgombri, non potei fare a meno di marcarli col mio odore. Mi 
attardai per colpa di quella sfilza interminabile di alberi su cui fare pip. Se non fosse stato per l'aroma 
dell'ennesimo alberello lasciato fuori, che mi spingeva ad andare avanti, sarei tornato prima a casa e forse 
sarei arrivato in tempo per impedire ci che accadde.
Mi ritrovai davanti i fari di una macchina che rallent per un attimo: quell'odore mi fece ripensare alla 
macchina di Mamma, quando lei e Ethan venivano a cercarmi perch mi ero allontanato troppo in una delle 
mie avventure, e provai un improvviso senso di colpa. Abbassando la testa, m'incamminai a passo svelto 
verso casa.
Quando infilai il vialetto spalato di fresco, fui colpito da varie cose, tutte fuori posto.
La porta d'ingresso era aperta e l'odore di casa fuoriusciva a zaffate, spinto dal calore dei radiatori nella 
gelida aria notturna. Tra le correnti fiutai un puzzo chimico, al tempo stesso pungente e familiare: era l'odore 
che sentivo sempre in quel posto dove ci fermavamo durante i nostri viaggi in macchina, quando Ethan si 
divertiva a infilare una grosso tubo nero nel retro dell'auto. E poi vidi un'ombra uscire di spalle dall'ingresso: 
all'inizio pensai fosse il bambino, ma appena si volt per spargere tra i cespugli ancora un po' di quel liquido 
puzzolente, riconobbi il suo odore.
Era Todd. Scese i tre gradini del portico, tir fuori dei pezzi di carta dalle tasche e li accese, col fuoco che 
tremolava davanti al suo viso dall'espressione gelida. Quando butt i fogli infuocati, una fiammata blu 
divamp tra i cespugli.
Todd non mi vedeva, troppo concentrato a guardare il fuoco. E io non abbaiai, non provai nemmeno a ringhiare, ma risalii il vialetto spinto da una furia silenziosa. Gli 
saltai addosso come se non avessi fatto altro in vita mia: sentivo crescere in me una potenza sconosciuta, 
come se fossi stato a capo di un branco.
Todd cadendo lanci un urlo e mi sferr un calcio sul muso. Io gli addentai il piede e lo strinsi forte, mentre 
lui gridava. Gli strappai i pantaloni e quando perse una scarpa sentii il sapore del sangue. Mi tir un pugno, 
un altro, ma io non mollavo la presa sulla sua caviglia e, scuotendo il capo, sentii la carne lacerarsi di nuovo.
All'improvviso, distratto da un rumore che fendeva l'aria, voltai la testa verso casa e Todd riusc a liberarsi. 
L'albero di "Buon Natale" aveva preso fuoco e un fumo denso e acre, uscito dalla porta d'ingresso, si 
spandeva nella notte. Il fischio elettronico era acuto e assordante e indietreggiai d'istinto.
Todd si alz in piedi e si allontan pi veloce che poteva, zoppicando. Con la coda dell'occhio vidi che stava 
scappando, ma non m'importava pi di lui. Suonai il mio allarme personale, abbaiando cercavo di attirare 
l'attenzione sulle fiamme che si diffondevano rapidamente per tutta la casa, salendo su per le scale verso la 
camera del bambino.
Corsi sul retro e mentre ero l ad abbaiare, la porta sul patio si apr e Mamma e Pap ne uscirono barcollando. 
Mamma tossiva.
"Ethan!" grid.
Dalla porta si alzava un fumo nero. Mamma e Pap corsero verso il cancello e mi spinsero da una parte 
mentre correvano sulla neve dirigendosi all'ingresso anteriore. Guardavano la finestra della camera di Ethan.
"Ethan!" urlavano. "Ethan!"
Mi allontanai e corsi di nuovo verso il cancello sul retro.

M'infilai attraverso la porta sul patio, con gli occhi e il naso pieni di fumo. Brancolando alla cieca cercavo di 
raggiungere le scale.
Il rumore del fuoco era forte come il vento quando andavamo in macchina coi finestrini abbassati. Il fumo 
era soffocante, ma fu il calore a respingermi. L'intensit del fuoco mi faceva bruciare il naso e le orecchie, e 
incapace di fare ancora un passo in avanti abbassai la testa e corsi fuori, dove l'aria fredda allevi 
immediatamente il dolore.
Mamma e Pap stavano ancora urlando. Si erano accese delle luci nelle case di fronte e in quella a fianco, e 
vidi un vicino che guardava dalla finestra, parlando al telefono.
Ancora non c'era traccia del bambino.
"Ethan!" gridavano Mamma e Pap. "Ethan!"

15.
In tutta la mia vita non avevo mai percepito tanta paura come quella che emanavano Mamma e Pap mentre 
urlavano verso la finestra del bambino. Mamma singhiozzava e Pap aveva la voce strozzata. Quando ricominciai ad abbaiare disperato nessuno mi disse di smettere.
Le mie orecchie colsero il lamento lontano di una sirena, ma pi che altro sentivo i miei latrati, le urla di Mamma e Pap e, su tutto, il fragore del fuoco, cos forte che sembrava rimbombare dentro tutto il mio 
corpo. I cespugli davanti a casa erano ancora in fiamme e nuvole di vapore salivano al cielo mentre la neve si 
scioglieva sfrigolando.
"Ethan! Ti prego!" grid Pap con voce rotta.
Proprio in quel momento, sentii uno schianto provenire dalla finestra di Ethan e un oggetto cadde sulla neve insieme a una pioggia di vetri. Era il flip!
Corsi a prenderlo, per far vedere al bambino che s, ce l'avevo. La sua testa apparve nel buco aperto dal flip, mentre nubi di fumo nero gli incorniciavano il viso.
"Mamma!" grid, tossendo.
"Devi uscire subito, Ethan!" tuon Pap.
"Non riesco ad aprire la finestra,  bloccata!"
"Salta!" rispose Pap.

"Devi saltare, tesoro!" gli url Mamma.
Il volto di Ethan scomparve di nuovo all'interno. "Cos il fumo lo uccider, cosa sta facendo?" disse Pap.
"Ethan!" grid Mamma.
Ci fu un altro schianto e la sedia del bambino vol fuori dalla finestra: un secondo dopo, Ethan si lanci. Ma 
probabilmente era rimasto impigliato nelle schegge di legno e vetro perch, invece di saltare oltre i cespugli 
in fiamme, ci fin proprio nel mezzo.
"Ethan!" strill Mamma.
10 abbaiavo senza tregua, mi ero completamente dimenticato del flip. Pap infil un braccio nel fuoco per 
tirare fuori Ethan e lo trascin sulla neve facendolo rotolare pi volte. "Oddio! Dio..." Mamma singhiozzava.
Ethan, disteso nella neve a pancia in su, teneva gli occhi chiusi. "Stai bene, tesoro? Stai bene?" chiese Pap.
"La gamba" disse Ethan, con un colpo di tosse.
Fiutai l'odore della sua carne bruciata. Aveva il volto annerito e coperto di sudore. Mi avvicinai stringendo in 
bocca il flip e sentii tutto il dolore che lo straziava. Avrei voluto aiutarlo.
"Va' via, Bailey" disse Pap.
Il bambino apr gli occhi e mi rivolse un sorriso fiacco. "No, va bene. Bravo, Bailey, hai preso il flip. 
Bravo."
Agitai la coda. Ethan allung una mano per accarezzarmi la testa e io lasciai cadere il flip, anche perch, a 
dirla tutta, non aveva un sapore molto buono. Teneva l'altra mano, sporca di sangue, piegata sul petto.
Iniziarono ad arrivare macchine e furgoni. Degli uomini corsero sul prato e cominciarono a spruzzare la casa 
con grandi tubi. Qualcuno port uno strano letto per adagiarci sopra il bambino e lo infil nel retro di un furgone. Cercai di salire
insieme a lui, ma una donna, in piedi accanto alla portiera, mi spinse via. "No, mi spiace" disse.
"Fermo, Bailey, va tutto bene" fece il bambino.
Sapevo perfettamente come si giocava a "fermo", anche se era.il trucco che mi piaceva di meno. Il bambino 
stava ancora male e avrei voluto rimanere con lui.
"Posso salire?" chiese Mamma.
"Certo, venga, le do una mano" rispose la donna.
Mamma si arrampic sul retro del furgone. "Va tutto bene, Bailey." Si avvicin la madre di Chelsea e 
Mamma la guard. "Laura? Potete occuparvi voi di Bailey?"
"Certo."
La mamma di Chelsea mi prese per il collare. Le sue mani erano ricoperte dell'odore di Duchessa. Le mani di 
Pap, invece, puzzavano di fuoco e capii che stava soffrendo. Si infil nel furgone insieme a Mamma e al bambino.
Quasi tutto il vicinato era per strada, ma non si vedeva nemmeno un cane. Il furgone part e io lanciai un 
lungo ululato dolore. E adesso, come facevo a sapere se il mio bambino stav bene?
La mamma di Chelsea si fece da parte, sempre reggendom per il collare. Capii che non sapeva bene cosa fare. La maggio parte dei vicini si era radunata per strada, ma lei era rimast davanti a casa e tutti si comportavano come se dovesse stare Ir invece di raggiungere i suoi amici.
"Si tratta chiaramente di incendio doloso" disse un uom rivolto a una donna con una pistola alla cintola. 
Sapevo che le persone vestite cos si chiamavano "la polizia". "I cespugli l'albero, ha preso fuoco tutto contemporaneamente. Pi punti di accensione, grandi quantit di combustibile. Sono fortunati a essere ancora  vivi."
"Tenente, guardi qua" esclam un altro uomo. Anche lui aveva una pistola. Gli uomini con le giacche di plastica non portavano pistole e stavano ancora innaffiando la casa.
Esitando, la mamma di Chelsea si avvicin per vedere cosa stavano guardando. Era la scarpa di Todd. Mi voltai, con aria colpevole, sperando che nessuno facesse caso a me.
"Ho trovato questa scarpa da ginnastica, sembra che ci sia del sangue" not l'uomo, illuminando la neve con 
una torcia.
"Il ragazzo si  tagliato buttandosi dalla finestra" osserv qualcun altro.
"S, laggi. Ma non qui. Qui ci sono solo orme di cane e questa scarpa."
Sentendo la parola "cane", mi feci piccolo piccolo. La donna con la pistola tir fuori una torcia e la punt 
sulla neve. "Guarda, guarda" disse.
" sangue" fece un altro.
"D'accordo. Voi due andate a vedere dove portano le tracce. E circondiamo l'area. Sergente?"
"Sissignora" disse un uomo avvicinandosi al gruppo.
"Abbiamo trovato tracce di sangue, voglio che tutta l'area sia isolata, per due metri e mezzo da ogni lato. 
Chiudete la strada al traffico e fate allontanare questa gente."
La donna si tir su e la mamma di Chelsea si abbass, come se solo in quel momento si fosse accorta di me. 
"Stai bene, Bailey?" chiese accarezzandomi.
Scodinzolai.
Smise improvvisamente di accarezzarmi e si guard la mano.
"Signora, lei vive qui?" chiese la donna con la pistola alla mamma di Chelsea.
"No, ma il cane s."
"Posso chiederle di... aspetti, lei  una vicina?"

"Abito due case pi in l."
"Ha visto nessuno gironzolare da queste parti, stasera?"
"No, stavo dormendo."
"Va bene. Posso chiederle di raggiungere gli altri, laggi? Oppure, se ha freddo, pu fornirci i suoi dati e 
tornare a casa."
"S, ma..." fece la madre di Chelsea.
"S?"
"Qualcuno potrebbe dare un'occhiata a Bailey? Mi sembra che stia sanguinando."
Scodinzolai di nuovo.
"Certo" rispose la donna. " docile?"
"Oh, s."
La donna si chin. "Ti sei ferito? Come ti sei fatto male?" mi chiese piano. Tir fuori una torcia e mi osserv 
attentamente il collo. Le diedi una leccatina, tanto per provare, e si mise a ridere.
"Ok, s,  docile. Per non mi pare che il sangue sia suo. Signora, avremmo bisogno di esaminare meglio il 
cane, va bene?"
"Posso restare, se serve."
"No, va bene cos" disse la donna.
Mi portarono fino a una delle macchine, dove un uomo molto gentile prese delle forbici e, dopo avermi 
tagliato qualche pelo, lo infil in un sacchetto di plastica.
"Quanto scommetti che  lo stesso sangue che abbiamo trovato sulla scarpa? Secondo me  andata cos: il 
nostro amico a quattro zampe stanotte era di pattuglia e ha mollato un bel morso al piromane. Se abbiamo un 
sospettato, l'esame del DNA lo incastrer" disse la donna all'uomo che mi stava tagliando il pelo.
"Tenente" disse un uomo, avvicinandosi. "So dove abita il piromane."
"Cosa aspetta a dirlo?" rispose la donna.
"Il bastardo ha lasciato una scia di sangue che porta dritta fino a una casa in fondo alla strada. Dal 
marciapiede le tracce vanno fino alla porta laterale."
"Direi che abbiamo abbastanza elementi per un mandato di perquisizione" fece la donna. "E potrei 
scommettere che, chiunque viva l, ha un morso di cane sulla gamba."
Nei giorni che seguirono, abitai a casa di Chelsea. Duchessa sembrava convinta che fossi l per fornirle un 
compagno di giochi ventiquattrore su ventiquattro, ma io non riuscivo a scacciare la tensione che mi faceva 
camminare avanti e indietro, in attesa che Ethan tornasse a casa.
Il secondo giorno ricomparve Mamma. Mi disse che ero un bravo cane e, sentendo l'odore del bambino sui 
suoi vestiti, mi (irai un po' su di morale e giocai per un'oretta al gioco preferito di Duchessa, "prendi il 
calzino", mentre la madre di Chelsea offriva a Mamma un caff dall'aroma forte.
"Ma cosa diavolo pensava di fare quel ragazzo? Perch dar fuoco alla vostra casa? Poteva ammazzarvi tutti."
"Non lo so. Un tempo Ethan e Todd erano amici."
Mi voltai sentendo il nome di Ethan e Duchessa ne approfitt per strapparmi il calzino di bocca.
"Sono sicuri che sia stato Todd? Pensavo che la polizia avesse detto che ci sarebbe voluto pi tempo per 
analizzare il sangue."
"Ha confessato appena l'hanno portato in centrale per interrogarlo" disse Mamma.
"E ha spiegato perch l'ha fatto?"
Duchessa mi faceva ciondolare il calzino davanti al muso, sfidandomi a prenderlo. Io distolsi lo sguardo di 
proposito.
"Dice che non sa perch l'ha fatto."
"Cristo santo."
Con un rapido affondo addentai il calzino. Duchessa punt le zampe ringhiando. La trascinai per tutta la stanza, ma non voleva lasciarlo andare.
"Bailey adesso  un eroe. A Todd hanno dovuto dare otto punti alla gamba."
Sentendo fare il mio nome, sia io che Duchessa ci bloccammo. Erano in arrivo biscotti per cani? Il calzino 
rest ciondoloni in mezzo a noi.
"Vogliono fargli una foto da pubblicare sul giornale" disse Mamma.
"Per fortuna gli ho fatto il bagno" rispose la madre di Chel-sea.
Cosa? Un altro bagno? Ma se l'avevo appena fatto! Lasciai cadere il calzino e Duchessa lo agit tutta felice, 
portandolo in trionfo per il soggiorno in segno di vittoria.
"Ethan come sta?"
Mamma pos la tazzina di caff. Sentendo il nome del bambino e il senso di angoscia e preoccupazione che 
proveniva da lei, mi avvicinai per appoggiarle la testa in grembo. Mi accarezz.
"Hanno dovuto mettergli un ferro nella gamba e resteranno le... cicatrici." Mamma si port le mani alla 
faccia, coprendosi gli occhi.
"Mi dispiace... mi dispiace tanto" disse la madre di Chelsea.
Mamma stava piangendo. Le appoggiai una zampa sulla gamba per consolarla.
"Bravo, Bailey" disse.
Duchessa mi piant in faccia il suo muso idiota, col calzino che le ciondolava dalla bocca. Le lanciai un 
ringhio sommesso e lei indietreggi confusa.
"Su, fate i bravi" disse la madre di Chelsea.
Poco dopo offr a Mamma un pezzo di torta, ma a noi cani non tocc un bel niente. Duchessa stava sdraiata sul dorso, reggendo il calzino sopra la bocca con le zampe, proprio come facevo io con Coco quando vivevamo nel Cortile. Mi pareva fossero passati secoli.
Vennero delle persone e mi sedetti in soggiorno con Mamma, strizzando gli occhi a quelle luci accecanti che 
sembravano fulmini senza tuono. Poi andammo fino a casa nostra, che adesso era coperta con teli di plastica 
che sventolavano all'aria, e l ci furono altri lampi.
Una settimana dopo, Mamma mi port a fare un viaggio in macchina e ci trasferimmo nell'"appartamento". 
Era una casa piccola, dentro un grande edifcio pieno di altre case, e con un sacco di cani dappertutto. Per la 
maggior parte erano piccoli, ma di pomeriggio Mamma mi portava in un grande giardino di cemento per 
conoscerli. Lei si sedeva su una panchina e parlava con altre persone, mentre io correvo a farmi nuovi amici 
e a marcare il territorio.
L'appartamento non mi piaceva e nemmeno a Pap. Lui e Mamma urlavano molto pi spesso di quando 
stavamo a casa. Era piccolo e, cosa ancora peggiore, il bambino non c'era. Spesso sia Pap che Mamma 
avevano addosso il suo odore, ma non viveva pi con noi e avevo il cuore spezzato.
Dov'era il mio bambino?

16.
Abitavamo ancora nell'appartamento il giorno in cui il bambino torn. Ero acciambellato per terra, con la 
gattina Felix che mi dormiva addosso. All'inizio avevo cercato di mandarla via, ma dopo un po' mi ero 
arreso: a quanto pareva Felix era convinta che fossi sua madre. Un po' offensiva, come idea, ma dopotutto 
era un gatto e quindi, dal mio punto di vista, completamente idiota.
Avevo imparato a riconoscere le auto che entravano nel parcheggio dal suono del motore, cos saltai subito in 
piedi sentendo arrivare la macchina di Mamma. Felix mi guard confusa, mentre correvo alla finestra e 
appoggiavo le zampe sul davanzale per guardare Mamma che saliva le scale.
Ma ci che vidi, laggi nel parcheggio, fece fare al mio cuore un grosso balzo: era il bambino, che cercava a 
fatica di scendere dalla macchina. Mamma si era chinata per aiutarlo, ma lui ci mise qualche secondo prima 
di tenersi in piedi da solo.
Ero fuori di me dall'emozione, abbaiavo e giravo su me stesso, correvo dalla finestra alla porta cercando di 
uscire e poi di nuovo alla finestra per vedere cosa stava succedendo. Felix, terrorizzata, corse a rifugiarsi 
sotto il divano e rimase l a fissarmi.
Quando sentii armeggiare alla serratura, mi misi davanti alla porta tremante di gioia. Mamma apr appena e 
l'odore del bambino si sparse per tutta la stanza trasportato dalle correnti d'aria.
"Bailey, sta' indietro. Gi, Bailey, gi. Seduto." Non ce la facevo proprio. Appoggiai per un istante il sedere 
a terra, ma saltai subito in piedi. Mamma infil la mano dentro la porta e mi prese per il collare, spingendomi 
indietro mentre
apriva.
"Ciao, Bailey. Come stai, amico?" fece Ethan.
Mamma mi tenne lontano dal bambino mentre lui entrava con passo incerto, appoggiandosi a degli oggetti 
che, come avrei scoperto poco dopo, si chiamavano "stampelle". And fino al divano e si sedette, mentre io 
guaendo cercavo di sfilarmi il collare. Quando finalmente Mamma mi lasci andare, attraversai la stanza in 
un solo balzo e atterrai sulle ginocchia del bambino, leccandogli tutta la faccia.
"Bailey!" disse Mamma con tono severo.
"No, va bene. Bailey, sei proprio un cane citrullo" mi lod il bambino. "Come stai, eh? Anche tu mi sei 
mancato, Bailey."
Ogni volta che diceva il mio nome mi sentivo percorrere da un brivido di piacere. Non ne avevo mai 
abbastanza delle sue mani che mi accarezzavano il pelo.
Gradualmente, nei due giorni che seguirono, cominciai a capire che il bambino aveva qualcosa che non 
andava. Aveva dolori mai provati prima e camminava a fatica e con difficolt. Emanava un senso di nera 
tristezza, accompagnata da una rabbia cupa che esplodeva nei momenti pi inaspettati, mentre era seduto sul 
divano a guardare fuori dalla finestra.
Nelle prime settimane il bambino usciva tutti i giorni per andare a fare un viaggio in macchina con Mamma. 
Quando tornava a casa era sempre stanco e sudato, e di solito andava dritto a fare un pisolino. Venne il caldo, 
gli alberi mettevano le prime foglie e Mamma doveva andare a lavorare, cos io e il bambino ce ne stavamo 
da soli nell'appartamento, insieme a Felix che passava le sue giornate tentando di escogitare un modo per uscire dalla porta. Non avevo idea di cosa pensasse di 
ottenere, una volta fuori, ma quella era una regola stabilita dal bambino, quindi non si discuteva. Il problema, 
con Felix, era che non seguiva mai le regole, il che mi faceva uscire dai gangheri. Stava sempre a farsi le 
unghie sullo stipite della porta del soggiorno, ma l'unica volta che provai a farci una pisciatina sopra, tutti si 
misero a urlare. Non finiva mai la sua cena, ma nessuno mi ringraziava quando le ripulivo il piatto, anzi era 
un'altra occasione per sgridarmi. Una parte di me voleva che i suoi piani di fuga andassero a buon fine, cos 
non avrei pi dovuto sopportarla. D'altro canto, era sempre disposta a fare un po' di lotta, bastava che non mi 
scatenassi troppo. A volte giocava con me a inseguire la palla, quando Ethan la lanciava nel corridoio, e in 
genere lasciava che fossi io a prenderla per riportarla indietro, il che mi pareva molto sportivo da parte sua. 
Non  che avesse molta scelta, a dirla tutta, dal momento che ero il cane di casa.
Non era divertente come alla Fattoria e nemmeno come a casa, ma adesso ero felice di vivere 
nell'appartamento, perch il bambino stava quasi sempre con me.
"Credo sia arrivato il momento di tornare a scuola" disse Mamma, una sera a cena. Conoscevo la parola 
"scuola" e guardai il bambino, che aveva incrociato le braccia.
C'era rabbia dentro di lui, e tristezza.
"Non sono pronto. Prima devo riuscire a camminare meglio" disse.
Mi tirai su. Camminare? Andavamo a fare una passeggiata?
"Ethan, non c' motivo..."
"Non ne voglio parlare, mamma!" url il bambino.
Ethan non urlava mai con Mamma e sentii subito che era dispiaciuto, ma tutti tacquero.

Pochi giorni dopo, per, qualcuno buss alla porta e, quando Ethan and ad aprire, l'appartamento si riemp 
di ragazzini. Riconobbi l'odore di alcuni di loro: erano i ragazzi che giocavano nel grande prato insieme a lui. 
Molti mi chiamavano per nome. Lanciai un'occhiata a Felix per vedere come reagiva a quella dimostrazione 
della mia superiorit, ma finse di non essere invidiosa.
I ragazzi ridevano e gridavano. Restarono per circa un'ora e sentii il cuore di Ethan alleggerirsi. La sua 
felicit rendeva felice anche me, cos andai a prendere una palla e la portai in giro per il soggiorno. Uno dei 
ragazzi la prese e la lanci nel corridoio, e giocammo per qualche minuto.
Pochi giorni dopo la visita dei ragazzi, Ethan si alz presto e usc insieme a Mamma. Scuola.
II giorno in cui lasciammo l'appartamento, il bambino camminava aiutandosi con un legno tutto lucido. Lo 
chiamavano "bastone", ma era diverso dagli altri bastoni: non me lo tirava mai e d'istinto capii subito che 
non dovevo morderlo, neanche un pochino.
Mi emozionai sentendo entrare dal finestrino gli odori familiari del ruscello e della nostra strada. Appena mi 
fecero scendere dalla macchina, corsi su fino alla porta d'ingresso. C'era ancora odore di fumo, ma l'aria 
profumava anche dell'aroma di legno nuovo e di tappeti, e le finestre del soggiorno erano pi grandi. Felix si 
muoveva con circospezione, mentre io mi lanciai subito fuori dalla gattaiola e corsi nel cortile sul retro. 
Abbaiai di gioia e Duchessa rispose. Casa!
Ci eravamo appena sistemati, quando facemmo un lungo viaggio in macchina fino alla Fattoria. Finalmente 
la vita era tornata alla normalit, anche se il bambino non aveva tanta
voglia di correre e preferiva camminare appoggiandosi al suo bastone.
Uno dei primi posti dove andammo fu casa di Hannah. Conoscevo bene la strada e corsi avanti a tutti, per 
essere io il primo a vederla. "Bailey! Ciao, Bailey!" mi chiam. Andai da lei per farmi dare una bella 
grattata, poi il bambino, col fiatone, ci raggiunse sul vialetto. La bambina scese i gradini del portico e rest l, 
sotto il sole, ad aspettarlo.
"Ciao" disse il bambino. Sembrava un po' insicuro.
"Ciao" rispose la bambina.
Sbadigliai, grattandomi il mento.
"Vuoi baciarmi o no?" chiese lei. Il bambino si avvicin e le diede un lungo abbraccio.
Lasci cadere il bastone.
Quell'estate, certe cose erano diverse. Ethan si svegliava molto prima dell'alba, prendeva il furgone di Nonno 
e andava su e gi per le stradine di campagna infilando fogli di carta nelle cassette della posta. Erano gli 
stessi fogli che una volta aveva disteso su tutti i tappeti della casa, ma in qualche modo sapevo che non 
avrebbe gradito se ci avessi fatto la pip sopra, anche se c'era stato un tempo, quand'ero cucciolo, in cui 
orinando sui fogli di carta mi sarei guadagnato lodi sperticate.
Hannah e il bambino passavano un sacco di tempo per conto loro, seduti tranquilli. A volte, invece di parlare, 
facevano la lotta. Altre volte lei lo accompagnava nei suoi giri mattutini in macchina, ma di solito c'eravamo 
solo lui e io, Bailey, il cane del sedile davanti.
Chiss perch, Ethan si era portato il flip e passava ore a tagliarlo e a ricucirlo, rendendolo ancora pi 
imbarazzante di quanto non fosse stato prima. Ma i momenti che preferivo erano quando nuotavamo insieme nello stagno. Solo allora sembrava 
che la gamba non gli facesse pi tanto male. Giocavamo anche a "salvami", il gioco che ripetevamo da anni, 
e quando mi tuffavo per riprenderlo ero cos felice che avrei voluto non finisse mai.
Ma sapevo che prima o poi doveva finire. Sentivo che le notti si allungavano e questo voleva dire che presto 
saremmo tornati a casa.
Una sera ero sdraiato sotto il tavolo mentre Mamma e Nonna parlavano. Ethan era andato a fare un giro in 
macchina con Hannah senza portarmi, quindi immaginavo che dovessero fare qualcosa di poco divertente.
"Vorrei parlarti di una cosa" disse Nonna a Mamma.
"Mamma" disse Mamma.
"No, ascoltami. Il ragazzo  completamente cambiato da quando siete arrivati.  felice, si sta rimettendo, ha 
una ragazza... Perch riportarlo in citt? Pu finire il liceo qui."
"Da come lo dici, sembra che viviamo in un ghetto" si lament Mamma, ridendo.
"Non mi vuoi rispondere perch... Be', sappiamo tutte due perch. So che tuo marito sarebbe contrario. Ma 
ormai  quasi sempre in viaggio e l'hai detto anche tu che il lavoro a scuola ti sta uccidendo. Il ragazzo ha 
bisogno di avere una famiglia intorno mentre si rimette."
"S, Gary viaggia molto, ma vuole vedere Ethan quando torna a casa. E io non posso mollare il lavoro cos, 
da un giorno all'altro."
"Non ti sto dicendo questo. Puoi venire quando vuoi e anche Gary potrebbe prendere un aereo fino 
all'aeroporto pi vicino, nei fine settimana. Lo sai che voglio solo il meglio per te: non vi farebbe bene stare 
un po' da soli, in questo momento? Se tu e Gary volete risolvere i problemi tra di voi, non  meglio farlo senza Ethan?"

Drizzai le orecchie sentendo il nome del bambino. Era tornato? Voltai la testa, ma non sentivo la sua macchina.
Quando le notti si fecero pi fresche e gli anatroccoli erano ormai grandi come mamma anatra, Mamma 
sistem la roba in macchina. Io camminavo in su e in gi, nervoso, per paura che mi lasciassero l. Appena 
ne ebbi l'occasione, saltai sul sedile di dietro. Chiss perch, tutti si misero a ridere. Seduto in macchina, 
guardai Mamma che abbracciava Nonno e Nonna e, stranamente, anche Ethan. Dopodich il bambino venne 
ad aprire la portiera. "Bailey? Vuoi andare via con Mamma o resti qui con me?"
Non avevo capito una sillaba della sua domanda e mi limitai a guardarlo.
"Scendi, cane citrullo. Bailey! Vieni!"
Riluttante, scesi nel vialetto. Niente viaggio in macchina?
Mamma se ne and, mentre Ethan, Nonna e Nonno agitavano le mani. Tutto questo non aveva alcun senso: 
io e il bambino restavamo alla Fattoria?
Per me era perfetto. Quasi tutti i giorni cominciavano con un lungo viaggio in macchina, al buio, durante il 
quale lasciavamo fogli di carta di casa in casa. Al nostro ritorno, Nonna stava preparando la colazione e 
Nonno di nascosto mi passava sempre qualcosa sotto il tavolo: pancetta, prosciutto, un pezzo di toast. 
Imparai a masticare senza far rumore, perch Nonna non dicesse: "Stai dando di nuovo da mangiare al 
cane?". Il tono della sua voce quando diceva "cane" mi fece capire che tutta l'operazione doveva svolgersi in 
silenzio.
La parola "scuola" era di nuovo in voga, ma non c'erano pi pulmini: adesso Ethan se ne andava in macchina, oppure a volte veniva la bambina e partivano con la sua. Avevo capito che non c'era nulla di cui preoccuparsi, che Ethan a fine giornata sarebbe tornato a casa. Spesso anche la bambina si fermava per cena.
Mamma veniva a trovarci di frequente e per "Buon Natale" c'erano sia lei sia Pap. Le mani di Mamma, 
quando si chinava per accarezzarmi, avevano l'odore della gattina Felix, ma io cercavo di non farci caso.
Pensavo avessimo deciso di restare per sempre alla Fattoria, ma verso la fine di quell'estate sentii che stava 
arrivando un altro cambiamento. Il bambino cominci a mettere le sue cose nelle scatole, un chiaro segnale 
che presto avremmo ripreso la strada di casa. Hannah stava quasi sempre da noi e sembrava un po' triste e 
spaventata. Quando abbracciava il bambino, c'era cos tanto amore tra loro che non riuscivo a fare a meno di 
infilarmi nel mezzo, al che scoppiavano sempre a ridere.
Un mattino, capii che era arrivato il momento. Nonno caricava le scatole in macchina, Mamma e Nonna 
parlavano, Ethan e Hannah si abbracciavano. Io, da parte mia, giravo intorno alla macchina cercando un 
modo per salire, ma Nonno mi ave^a bloccato ogni via d'accesso e non ero ancora riuscito a montare.
Il bambino venne da me e si mise in ginocchio. Un vago senso di tristezza aleggiava su di lui. "Fa' il bravo, 
Bailey" disse.
Scodinzolai per mostrargli che avevo capito: ero un bravo cane ed era arrivato il momento di fare un viaggio 
in macchina fino a casa.
"Torno per il Ringraziamento, va bene? Mi mancherai, cane citrullo." Mi diede un lungo abbraccio pieno 
d'amore. Socchiusi gli occhi. Al mondo non c'era sensazione pi bella che essere abbracciato dal mio 
bambino.
" meglio se lo tenete, non capir" disse Ethan. La bambina, facendo un passo avanti, mi prese per il collare. 
Trasmetteva ondate di tristezza: stava piangendo. Ero diviso tra il desiderio
di consolarla e il bisogno di salire in macchina. A malincuore mi sedetti ai suoi piedi, in attesa che quello 
strano dramma terminasse, cos avrei potuto mettermi sul sedile, col naso fuori dal finestrino.
"Scrivimi una mail tutti i giorni!" disse Hannah.
"Lo far!" rispose Ethan.
Restai a fissarli incredulo, mentre lui e Mamma montavano in macchina e chiudevano le portiere. Tirai 
Hannah: non capiva che dovevo andare con loro! Ma lei mi teneva forte. "No, Bailey, va tutto bene. Tu resta 
qui."
Resta? Come resta? La macchina con un colpo di clacson si allontan per il vialetto. Nonno e Nonna 
agitavano le mani. Com'era possibile? Nessuno si era accorto che io ero ancora l?
"Se la caver benissimo.  un'ottima universit" disse Nonno.
Si girarono tutti e risalirono verso casa. Hannah allent appena la presa, quanto bastava perch riuscissi a 
liberarmi.
"Bailey!" grid.
Anche se la macchina era scomparsa dalla visuale, la nuvola di polvere era ancora nell'aria, facile da seguire mentre correvo dietro al mio bambino.

17.
Le macchine sono veloci. Non me n'ero mai reso conto. Ricordo che Marshmallow, prima di andarsene, 
inseguiva sempre le macchine gi per la strada, abbaiando. Di solito quelle si fermavano, oppure 
rallentavano abbastanza perch lei potesse raggiungerle, anche se a quel punto spesso cambiava direzione 
fingendo di non aver mai avuto nessuna voglia di inseguirle.
Mentre correvo dietro al bambino avevo la sensazione che fosse proprio la macchina a portarmelo via, 
lontano dame. La scia di polvere e gas di scarico era sempre pi tenue e rarefatta,* ma quando la strada 
divent dura sotto le mie zampe, pur non sentendo pi il suo odore, seppi che avevano svoltato a destra. Non 
potevo arrendermi: completamente in preda al panico mi buttai anima e corpo all'inseguimento.
Davanti a me sentivo il rombo vibrante di un treno che sferragliava. Mi arrampicai in cima a un pendio e 
quando vidi il treno avvicinarsi, finalmente sentii di nuovo l'odore del mio bambino. La macchina, con i 
finestrini abbassati, era ferma sulla strada davanti al passaggio a livello.
Ero esausto. Non avevo mai corso cos tanto e cos veloce in vita mia, ma corsi ancora pi forte quando la 
portiera laterale si apr e il bambino scese dalla macchina.
"Oh, Bailey" disse.

Avrei voluto con tutto me stesso saltargli addosso, farmi amare da lui, ma non potevo perdere quell'occasione: lo aggirai all'ultimo istante e m'infilai in macchina.
"Bailey!" esclam Mamma, ridendo.
Li leccai tutti e due, per fargli capire che era ok, li perdonavo, anche se si erano scordati di me. Quando il 
treno pass, Mamma avvi il motore e fece inversione, ma si ferm subito perch nel frattempo era apparso 
Nonno sul suo furgone: forse sarebbe venuto a casa insieme a noi!
" scappato via come un razzo" disse Nonno. "Non so come abbia fatto ad arrivare cos lontano."
"Fin dove saresti arrivato, eh, Bailey? Cane citrullo" mi disse Ethan in tono affettuoso.
Con grande diffidenza montai sul furgone di Nonno, ma... Avevo ragione a non fidarmi! Ethan e Mamma 
ripartirono, e Nonno torn indietro per riportarmi alla Fattoria.
Di solito Nonno mi piaceva. Ogni tanto si metteva a fare quelli che lui chiamava "i lavoretti": andavamo sul 
retro del granaio, dove era ammucchiato il fieno morbido, e ci sdraiavamo per un sonnellino. Quando era pi 
freddo, si portava anche un paio di coperte pesanti, per ripararci. Ma nei primi giorni dopo la partenza del 
bambino, ogni volta che me lo trovavo davanti mettevo il broncio: volevo punirlo per avermi riportato alla 
Fattoria. Vedendo che non bastava, l'unica soluzione che trovai fu masticare un paio delle sue scarpe, ma 
neppure quello serv a far tornare il bambino.
Mi faceva diventare matto vederli tutti cos tranquilli, come se non si fossero nemmeno accorti della catastrofe che si era abbattuta sulla famiglia. Ero cos agitato che mi misi a frugare nel ripostiglio del bambino e ne tirai fuori il fiip, poi corsi gi e lo lasciai cadere in grembo a Nonna.

"E questo che diavolo ?" esclam.
"La grande invenzione di Ethan" disse Nonno.
Mi misi ad abbaiare. "S! Ethan!"
"Bailey, vuoi andare fuori a giocare?" mi chiese Nonna. "Perch non lo porti a fare una passeggiata?"
Passeggiata? E dove? Dal bambino?
"Veramente volevo guardarmi un po' la partita" rispose Nonno.
"Santo cielo" fece Nonna. And alla porta e lanci il flip in giardino, mandandolo a meno di cinque metri. 
Corsi a prenderlo e poi restai l a fissarla, senza capire pi nulla, mentre chiudeva la porta lasciandomi fuori.
E va bene. Sputai il flip e trotterellai davanti a Fiamma, in direzione del vialetto. Andai fino a casa della 
bambina, come avevo gi fatto diverse volte da quando il hambino se n'era andato. L'odore della bambina era 
dappertutto, ma quello del mio bambino si stava lentamente dissolvendo. Una macchina si ferm sul vialetto 
e Hannah scese. "Arrivederci!" disse. Voi- * tandosi, mi vide. "Ehi! Ciao, Bailey!"
Corsi da lei scodinzolando. Sui suoi vestiti sentivo l'odore di altre persone, ma nemmeno una traccia del 
bambino. Fece una passeggiata con me fino a casa e quando buss alla porta, Nonna la fece entrare e le offr 
una fetta di torta, ma a me niente.
Spesso mi capitava di sognare il mio bambino. Nei miei sogni si tuffava nello stagno e io nuotavo gi, verso 
il fondo, per giocare a "salvami". Lo vedevo sul suo go kart, tutto felice ed eccitato. E a volte sognavo che si 
buttava dalla finestra, sentivo il grido di dolore lacerante che gli usciva dalle labbra mentre cadeva tra i 
cespugli in fiamme. Non mi piaceva rivedere quella scena e mi stavo giusto svegliando da un sogno del 
genere quando vidi il bambino in piedi sopra di me.
"Ciao, Bailey!" sussurr, mentre il suo odore riempiva la stanza. Era tornato alla Fattoria! Saltai in piedi, 
mettendo le zampe sul suo petto per leccargli la faccia. "Shhh" mi fece. " tardi, sono appena arrivato. 
Dormono tutti."
Era il periodo di "Felice Ringraziamento" e la vita tornava alla normalit. C'era anche Mamma, ma niente 
Pap. Hannah veniva a trovarci tutti i giorni.
Il bambino sembrava felice, ma sentivo che aveva la testa da un'altra parte. Invece di giocare con me, 
passava un sacco di tempo a guardare dei fogli di carta, perfino quando gli portai quello stupido flip per 
cercare di distrarlo.
Non fui sorpreso quando mi lasci di nuovo. Avevo capito che quella era la mia nuova vita. Abitavo alla 
Fattoria con Nonna e Nonno, e il bambino veniva solo ogni tanto a trovarci. Non era quello che volevo, ma 
sapendo che sarebbe tornato mi era pi facile vederlo andare via.
Fu durante una di quelle visite, quando l'aria era calda e le foglie erano appena spuntate, che io e Ethan 
andammo a guardare Hannah che correva in cerchio in un grande prato. Fiutavo il suo odore, insieme a 
quello di altri ragazzi e ragazze, perch il vento soffiava e i loro corpi sudavano durante la corsa. Sembrava 
una cosa divertente, ma restai accanto a Ethan, perch sentivo che il dolore alla gamba si faceva pi forte 
mentre eravamo l, diffondendosi in tutto il suo corpo. In lui c'era un vortice di emozioni cupe e bizzarre 
mentre guardava Hannah e gli altri correre.
"Ehi!" Hannah venne da noi. Le leccai una gamba, tutta salata di sudore. "Che bella sorpresa. Ciao, Bailey!" 
disse.
"Ciao."
"Sto migliorando il mio tempo nei 400 metri piani" disse la bambina.
"Chi era quel tipo?" chiese Ethan.
"Chi? Cosa vuoi dire?"
"Quello con cui parlavi, il tipo che ti abbracciava. Sembrava che ti conoscesse molto bene" fece Ethan. Il 
suo tono era teso. Mi guardai intorno, ma non vedevo pericoli.
"Ethan,  solo un amico" disse lei, secca. Dal modo in cui pronunci il suo nome, sembrava che il bambino 
fosse stato cattivo.
"Com' che si chiama, Brett? Certo va veloce." Ethan ficc il bastone in terra e annusai la zolla che aveva 
rivoltato.
"E con questo cosa vorresti dire?" chiese Hannah, puntando le mani sui fianchi.
"Dai, rimettiti a correre, il coach sta guardando da questa parte."
Hannah gir la testa, poi si rivolse di nuovo a Ethan. "S,  meglio che torni..." disse, incerta.
"Va bene." Lui si volt e fece per allontanarsi.
"Ethan!" lo chiam Hannah. Mi girai a guardarla, ma il bambino non si ferm. Quella miscela cupa e 
confusa di tristezza*e rabbia era ancora l, che aleggiava intorno a lui.
L'estate port grandi cambiamenti. Mamma venne alla Fattoria seguita da un furgone da cui scesero degli 
uomini che scaricarono delle scatole e le portarono su in camera sua. Nonna e Mamma passavano un sacco di 
tempo a chiacchierare tra loro sottovoce e a volte Mamma piangeva. In quei momenti Nonno, a disagio, 
correva a fare i suoi lavoretti.
Ethan usciva sempre per andare a "lavorare", che era un po' come la scuola nel senso che non potevo andare 
con lui, ma quando tornava a casa aveva un odore delizioso, di carne e grasso. Mi faceva ripensare a quella 
volta, dopo che Fiamma ci aveva mollato da soli nei boschi, in cui Nonno mi aveva dato da mangiare sul 
sedile davanti del suo furgone.

A proposito di Fiamma: un giorno, all'inizio dell'estate, si era sdraiata nel campo, sotto un albero, e Nonna e 
Nonno si erano messi in ginocchio accanto a lei. All'inizio la cosa mi era parsa interessante e poi, proprio 
quando iniziavo ad annoiarmi, sentii un gran parlare e sulla paglia apparve un cavallino tutto nuovo! A 
differenza di Fiamma, questo era simpatico e vivace, e dava perfino qualche segno di vita: quando lo 
inseguivo, lui correva per tutto il recinto, e a volte si girava e cominciava a inseguire me. Nonna e Nonno lo 
chiamarono Jasper. Quando giocavo con Jasper, Fiamma si avvicinava e mi lanciava un'occhiataccia, ma 
Jasper sembrava non farci caso, quindi perch dovevo preoccuparmene io?
Il pi grande cambiamento nelle nostre vite, per, fu quando la bambina smise di venire a trovarci. A volte, 
mentre facevamo un giro in macchina col bambino, passando davanti a casa di Hannah potevo sentire il suo 
odore, da cui capivo che non se n'era andata, ma Ethan non si fermava mai, non svoltava pi nel suo vialetto. 
Mi accorsi che mi mancava: mi voleva bene e aveva un odore meraviglioso.
Anche al bambino mancava. Ogni volta che passavamo davanti a casa di Hannah, lui fissava la finestra 
laterale, rallentando appena, e io sentivo il suo cuore riempirsi di malinconia. Non capivo perch non 
potessimo andare fino a casa sua per vedere se aveva qualche biscotto, ma di fatto non ci andavamo mai.
Quell'estate, Mamma and al laghetto e si mise a sedere sul molo. Era molto triste. Cercai di tirarla su di 
morale abbaiando alle anatre, ma non c'era niente da fare. Alla fine si tolse qualcosa dal dito: non era roba da 
mangiare, ma un piccolo oggetto rotondo di metallo. Lo butt nell'acqua e quello affond sotto la superfcie 
con un leggero plop.
Mi chiesi se voleva che lo andassi a riprendere. La guardai.
Ero disposto a provarci, anche se sapevo che sarebbe stato impossibile. Invece mi disse: "Vieni", e 
tornammo insieme a casa.
Dopo quell'estate, la vita si adagi in un placido tran tran. Anche Mamma aveva cominciato a lavorare. Ogni 
sera tornava a casa tutta profumata di oli dolci e fragranti. A volte andavo con lei: superato il ranch delle 
capre e il ponte degli scossoni, passavamo la giornata in una grande stanza piena di vestiti, di candele 
puzzolenti e di pezzi di metallo privi d'interesse, e la gente entrava per salutarmi e ogni tanto usciva con 
qualche oggetto in un sacchetto. Il bambino venne a trovarci per "Felice Ringraziamento", "Buon Natale", 
"Vacanze di primavera" e "Vacanze estive".
Una sera venne a cena un uomo di nome Rick. Percepivo sentimenti contrastanti: Mamma emanava felicit e 
imbarazzo; Nonno sembrava diffidente; Nonna era letteralmente in estasi. Rick e Mamma si sedettero sul 
portico come facevano un tempo Ethan e Hannah, ma non fecero la lotta. Da quel giorno, per, vidi sempre 
pi spesso quel Rick, un omone grande e grosso, * con le mani che sapevano di legno. Mi lanciava la palla 
pi spesso di tutti gli altri, per cui mi piaceva molto, ma mai quanto il mio bambino.
Il momento della giornata che preferivo era quando facevamo i lavoretti con Nonno. A volte, se non c'erano 
lavoretti da fare, io andavo dietro al granaio e mi facevo lo stesso un sonnellino. Dormivo un sacco, non 
m'interessava pi molto andare in giro in cerca di avventure. Se Mamma e Rick mi portavano a fare una passeggiata, al ritorno ero sempre stanco.
Gli unici momenti che ancora mi emozionavano erano quando il bambino veniva alla Fattoria a trovarci. 
Continuavo a ballonzolare, a dimenarmi e a guaire, lo accompagnavo allo stagno, nei boschi, dovunque 
volesse. Sarei stato perfino disposto a inseguire il flip, ma per fortuna sembrava che il bambino si fosse dimenticato della sua esistenza. A volte 
andavamo al parco per cani ma, anche se ero felice di vedere altri animali come me, trovavo che i pi giovani 
fossero troppo immaturi, sempre a giocare e a fare la lotta senza un attimo di tregua.
Poi, una sera, accadde una cosa stranissima: Nonno mi mise davanti la ciotola piena, ma io non avevo 
nessuna voglia di mangiare. Avevo la bocca piena di saliva, cos bevvi un po' d'acqua e tornai a sdraiarmi. 
Poco dopo sentii una fitta di dolore nel corpo che mi lasci senza fiato.
Restai sdraiato tutta la notte accanto alla ciotola. Il mattino dopo, quando Nonna mi vide, chiam subito 
Nonno. "Bailey ha qualcosa che non va!" disse. Sentii un tono allarmato nella sua voce mentre pronunciava 
il mio nome e scodinzolai per farle capire che stavo bene.
Arriv Nonno e mi accarezz. "Tutto bene, Bailey? Cos'hai?"
Dopo aver parlato un po', Mamma e Nonno mi fecero salire sul furgone e andammo a trovare il signore 
gentile nella stanza pulita e fresca: eravamo andati a trovarlo tante volte, sempre pi spesso, negli ultimi 
anni. Lui mi tast dappertutto e scodinzolai un po', ma non mi sentivo molto in forma e non provai nemmeno ad alzarmi.
Entr Mamma, piangendo, e c'erano anche Nonno e Nonna, e poi arriv Rick. Avrei voluto far capire loro 
che apprezzavo tutte quelle attenzioni, ma riuscii solo a girare gli occhi per guardarli.
Poi l'uomo gentile tir fuori un ago. Aveva un odore familiare e pungente, e sentii una lieve puntura. Dopo 
qualche minuto non avevo pi tanto dolore, ma mi sentivo cos assonnato che avrei voluto soltanto tornare a 
casa e fare i lavoretti con Nonno. I miei ultimi pensieri, mentre scivolavo nel sonno, erano come sempre rivolti al bambino.

Quando mi svegliai, capii che stavo morendo. Dentro di me sentivo avanzare un senso di oscurit: avevo gi 
provato quella sensazione tanto tempo prima, quando mi chiamavo Toby e mi avevano rinchiuso in una 
piccola stanza calda insieme a Spike e ad altri cani che abbaiavano.
Non ci avevo mai riflettuto, ma in fondo sapevo che prima o poi avrei fatto anch'io la fine della gatta 
Smokey. Mi torn in mente quel giorno, quando avevano seppellito Smokey in giardino, e quanto piangeva il 
mio bambino. Sperai che non piangesse per la mia morte. Il mio scopo, il senso di tutta la mia vita era stato 
amarlo e stare con lui, renderlo felice. Non volevo che fosse infelice proprio adesso. Per questo pensai fosse 
meglio che non si trovasse l a vedermi morire, anche se in quel momento mi mancava cos tanto da star 
male, un dolore pi forte delle strane ftte che sentivo alla pancia.
L'uomo gentile entr nella stanza. "Ehi, Bailey, sei sveglio? Sei sveglio, bello? Poverino."
Avrei voluto dirgli: "Non mi chiamo Bello".
Si chin su di me, mormorando: "Adesso puoi andare, Bailey. Hai fatto un ottimo lavoro, ti sei preso cura 
del bambino. Era quello il tuo compito, Bailey, e sei stato bravissimo. Sei proprio un bravo cane".
Sapevo che stava parlando della morte. Quell'uomo irradiava dolcezza, un senso di pace definitiva. Poi 
entrarono Mamma, Nonno, Nonna e Rick, e mi abbracciarono dicendo che mi volevano bene e che ero un 
bravo cane.
Eppure c'era della tensione in Mamma, nell'aria c'era qualcosa... non proprio pericolo, ma qualcosa da cui 
dovevo difenderla. Le diedi una debole leccatina, cercando di allontanare l'oscurit che mi stava calando 
addosso. Dovevo restare in allerta, Mamma aveva bisogno di me.
Pass un'altra ora e la tensione non sembrava allentarsi, al contrario: anche Nonno e Nonna, e perfino Rick, 
adesso, erano dello stesso umore di Mamma. Proprio quando mi sentivo venir meno, la decisione di 
proteggere la mia famiglia da quella ignota minaccia mi diede nuova forza.
Fu allora che sentii la voce del bambino. "Bailey!" grid. Ci volle tutta la forza che avevo in corpo per alzare 
la testa e leccarlo, per fargli capire che andava tutto bene. Non avevo paura.
Il mio respiro si fece affannoso e tutti rimasero l con me ad abbracciarmi. Era bellissimo ricevere tante 
attenzioni, ma poi una fitta di dolore mi colp allo stomaco, cos intensa che non riuscii a fare a meno di 
guaire. A quel punto torn l'uomo gentile, con un altro ago.
" meglio se lo facciamo subito. Non  giusto che Bailey soffra cos."
"Ok" disse il bambino piangendo. Sentendo il mio nome, provai a scodinzolare, ma mi accorsi che non riuscivo pi a muovere neanche un muscolo. Avvertii un'altra puntura al collo.
"Bailey, Bailey, Bailey, mi mancherai tanto, cane citrullo" mi sussurr Ethan all'orecchio. Il suo alito era 
caldo e delizioso. Chiusi gli occhi per il piacere, il puro piacere del suo amore, di sentirmi amato dal bambino.
E in quel momento, com'era arrivato, il dolore scomparve. Mi sentivo di nuovo un cucciolo, pieno di vita e di 
gioia. Ricordavo che mi ero sentito proprio cos, la prima volta che avevo visto il bambino uscire di casa e 
correre verso di me con le braccia spalancate. Mi fece ripensare a quando mi tuffavo dopo di lui per giocare a 
"salvami", la luce che svaniva mentre scendevo in profondit, la sensazione dell'acqua contro il mio corpo, 
proprio come adesso. Non sentivo pi le mani del bambino che mi toccavano, solo l'acqua che mi avvolgeva: calda, dolce, buia.

18.
Quando gi da un pezzo avevo imparato a riconoscere l'odore di mia madre e a farmi largo fino alle sue 
mammelle per mangiare, arriv la consapevolezza. Un giorno, mentre con gli occhi aperti iniziavo a mettere 
a fuoco le cose, a distinguere il muso marrone scuro di mia madre, sobbalzai rendendomi conto che ero di nuovo un cucciolo.
Ero veramente confuso. Mi ero sentito cos completo, non c'era motivo di andare avanti: come poteva 
esistere una missione pi importante che amare il mio bambino?          
A volte la nostalgia di Ethan era cos forte che attaccavo a guaire. I miei fratelli, prendendolo per un segno di 
debolezza, mi montavano addosso per fare la lotta. Erano sette, tutti marrone scuro, e non volevano proprio 
mettersi in testa che il capo ero io.
Per la maggior parte del tempo c'era una donna a prendersi cura di noi, anche se spesso un uomo scendeva in 
cantina per darci da mangiare. Fu lui, quando avevamo solo poche settimane, a infilarci tutti in una scatola di 
cartone per portarci in giardino. L, dentro una gabbia, c'era un cane maschio che ci fiut quando corremmo 
verso di lui: l'istinto mi disse che era nostro padre. Non avevo mai conosciuto un padre prima di allora e mi 
chiedevo che cosa ci facesse l.
"Sembra tranquillo con loro" disse l'uomo alla donna.
"Farai il bravo, Bernie? Vuoi uscire?" La donna apr la gabbia di pap - che doveva chiamarsi Bernie - e il 
cane maschio salt fuori, ci annus e poi and a fare pip sulla staccionata.
Gli corremmo dietro cadendo a faccia in gi, malfermi sulle nostre zampette di cuccioli. Bernie abbass il 
muso e uno dei miei fratelli gli salt addosso, mordendogli le orecchie senza un briciolo di rispetto, ma 
Bernie sembrava non farci caso. Stette perfino un po' a giocare con noi, facendoci ruzzolare per terra, poi 
trotterell fino alla porta di casa e gratt per entrare.
Poche settimane dopo, mentre ero in giardino e cercavo di far capire a uno dei miei fratelli chi era il capo, mi 
fermai e mi accovacciai per terra a fare i miei bisogni: solo allora mi accorsi che ero una femmina! Annusai 
stupefatto la mia urina, lanciando un ringhio di avvertimento quando mio fratello prov a montarmi addosso. 
Com'era possibile che io, Bailey, fossi una femmina?
Il fatto era proprio questo: non ero Bailey. Un giorno venne un uomo e fece un gioco strano. Batt le mani e 
mise dentro una scatola i cuccioli che non erano scappati sentendo quel rumore, me compreso. Poi ci port in 
giardino uno alla volta: quando arriv il mio turno, si volt e fece per andarsene, come se si fosse 
dimenticato di me, cos lo seguii. Tanto bast per fargli dire che ero un bravo cane (evidentemente quel tizio 
si accontentava di poco). Aveva pi o meno la stessa et di Mamma quando aveva rotto il finestrino e mi 
aveva dato dell'acqua, il giorno in cui avevo conosciuto il mio bambino.
Mi avvolse in una maglietta, dicendo: "Ehi, piccola, riesci a uscire di qui?". Immaginai che non volesse 
davvero tenermi infagottata nella maglietta, cos saltai fuori e lo rincorsi per farmi dire ancora quant'ero 
brava.
La donna era uscita a guardare.
"Gli altri di solito ci mettono un po' a capire, ma questa sembra piuttosto sveglia" osserv l'uomo. Mi gir sul dorso e io cercai di divincolarmi, pensando tra me e me che non era giusto, visto che lui era tanto pi 
grosso di me.
"Non le piace, Jakob" not la donna.
"A nessuno piace. La domanda  se la smetter di dibattersi quando capir che sono io il capo, o se 
continuer a opporsi. Mi serve un cane che capisca che sono io che comando" disse l'uomo.
Da come pronunci la parola "cane", non sembrava arrabbiato: non mi stava punendo, cercava solo di farmi 
capire qual era il mio posto. Pensai che, non sapendo a quale gioco stavamo giocando, tanto valeva rilassarmi 
senza fare opposizione.
"Brava cagnolina!" disse di nuovo.
Poi prese una palla di carta e me la mostr, rigirandosela tra le-mani finch non fui del tutto ipnotizzata. Mi 
sentivo stupida e scoordinata, mentre cercavo con i miei dentini da cucciolo di mordere quell'affare che si 
spostava davanti ai miei occhi, ma non riuscivo a muovere la testa abbastanza velocemente. Quando la lanci 
qualche metro pi in l, la rincorsi e ci saltai sopra. Ah! Prova a prenderla, adesso!
In quel momento mi tornarono in mente Ethan e il suo stupido flip, e com'era felice tutte le volte che glielo 
riportavo. Mi girai e tornai dall'uomo trotterellando, lasciai cadere la palla ai suoi piedi e mi sedetti 
aspettando che la lanciasse di nuovo.
"Questa" disse l'uomo alla donna. "Prendo questa."
Lanciai un guaito quando vidi che razza di viaggio mi aspettava: sul retro di un furgone, chiusa in una gabbia 
molto simile a quella in cui mi avevano portato nella stanza calda e rumorosa insieme a Spike, Coco e Fast. 
Come facevano a non accorgersi che ero un cane da sedile davanti?
La mia nuova casa mi ricordava l'appartamento dove ci eravamo trasferiti dopo l'incendio. Era piccola, con 
un balcone affacciato su un parcheggio, ma in fondo alla strada c'era un bel parco dove l'uomo mi portava 
diverse volte al giorno.
L'uomo si chiamava Jakob e decise di chiamarmi Elleya. " una parola svedese, vuol dire alce. Non sei pi 
un pastore tedesco, adesso sei un pastore svedese." Scodinzolai, senza capire un accidenti.
Le sue mani odoravano di olio, della sua macchina, di carta e di persone.
Jakob portava vestiti scuri e dalla sua cintura penzolavano oggetti metallici, compresa una pistola, per cui 
immaginai che fosse un poliziotto. Di giorno, quando era via, ogni tanto veniva una donna di nome Georgia 
per giocare con me e portarmi fuori a passeggiare: mi faceva pensare a Chelsea, che abitava vicino a noi e 
aveva un cane di nome Marshmallow e poi un altro di nome Duchessa. Georgia mi chiamava con un sacco di 
nomi diversi, alcuni molto sciocchi, tipo "Ellie-wellie Coccolina". Era un po' come quando Ethan mi chiamava cane citrullo: sempre il mio nome, ma diverso, con una dose extra di affetto.
Facevo tutto il possibile per abituarmi alla mia nuova vita da Ellie, cos diversa dalla vita da Bailey. Jakob mi 
diede una cuccia simile a quella che avevo in garage, ma in questo caso dovevo proprio dormirci dentro: ogni 
volta che provavo a infilarmi sotto le coperte con lui, Jakob mi scacciava, anche se avevo visto benissimo 
che c'era un sacco di spazio per tutti e due.
Con me Jakob era sempre molto calmo e paziente: quando la mia piccola vescica non ce la faceva pi e si 
liberava tutta in un fiotto, lui non urlava mai, non mi portava fuori di corsa come faceva il bambino, ma quando la facevo fuori mi riempiva di cos tanti elogi che decisi di fare il possibile per 
controllare le mie funzioni corporali. Jakob, a differenza del bambino, non sprizzava amore da tutti i pori. Mi 
guardava con quell'aria seria che aveva Ethan con Fiamma e da un certo punto di vista questo mi andava a 
genio, mi faceva sentire importante, anche se a volte morivo dalla voglia di sentire ancora le mani del 
bambino sul mio pelo e non vedevo Fora che arrivasse Georgia perch mi chiamasse Ellie-wellie Coccolina.
Iniziavo a percepire che c'era una ferita, in Jakob. Non sapevo cosa fosse, ma sembrava prosciugare le sue 
emozioni, sentivo una cupa amarezza che mi ricord quella che aveva Ethan quando torn a casa dopo 
l'incendio. Qualunque cosa fosse, metteva un freno ai sentimenti di Jakob nei miei confronti: ogni volta che 
facevamo qualcosa insieme, lo vedevo che mi soppesava con sguardo freddo.
"Andiamo al lavoro" diceva, quindi mi faceva montare sul furgone e andavamo al parco a giocare. Avevo 
imparato*che "terra" significava "sdraiato" e che, per Jakob, "fermo" voleva dire davvero "fermo": quando 
me lo diceva, dovevo restare nello stesso posto finch non esclamava "vieni".
I nostri allenamenti mi aiutavano a distogliere la mente dal ricordo di Ethan. Spesso per, di notte, mi 
addormentavo pensando al bambino. Dovunque fosse, qualunque cosa stesse facendo, speravo che fosse felice.
Crescendo, le visite di Georgia si diradarono, ma mi accorsi che non mi mancava ed ero sempre pi 
concentrato sul nostro lavoro. Un giorno andammo in un bosco e incontrammo un uomo di nome Wally, che 
mi accarezz e poi scapp via. "Dove va, Ellie? Dove va?" mi chiese Jakob. Guardai Wally, girato verso di me, che agitava le mani tutto eccitato.
"Cercalo! Vai!" mi disse Jakob.
Incerta, cominciai a trotterellare dietro a Wally. Che razza di gioco era mai questo? Wally vide che lo 
inseguivo e cadde in ginocchio, battendo le mani verso di me. Quando lo raggiunsi mi mostr un bastone e 
giocammo un po' con quello, poi si alz. "Guarda, Ellie! Dove va? Cerca!" disse Wally.
Jakob si stava allontanando di corsa e lo inseguii. "Brava!" mi elogi, quando lo raggiunsi.
In quanto a intelligenza, quel gioco mi sembrava pi o meno allo stesso livello del flip, ma siccome Wally e 
Jakob sembravano divertirsi, decisi di adeguarmi, soprattutto perch dopo giocavamo a "tira il bastone", che 
secondo me era mille volte meglio di "cerca Wally".
Pi o meno nello stesso periodo in cui imparai a giocare a "cerca", mi sentii afferrare da una strana 
sensazione di ansia costante, accompagnata da un odore imbarazzante che proveniva dal mio didietro. 
Mamma e Nonna si lamentavano sempre ogni volta che facevo uscire quei gas profumati da sotto la coda e 
cos quando iniziai a emettere quello strano odore capii subito di essere un cane cattivo. (A Nonno i cattivi 
odori davano cos tanto fastidio che mi diceva "Oh, Bailey!" anche quando il puzzo lo faceva lui.)
Jakob non si accorgeva di quell'odore, ma sembrava preoccupato per tutti i cani che venivano ad alzare la 
zampa sui cespugli intorno all'appartamento: l'istinto mi diceva che quei cani erano tutti l per colpa mia.
La reazione di Jakob fu stranissima: mi mise delle mutande come quelle che indossava lui sotto i pantaloni, 
con la coda che usciva da un buco sul dietro. Mi avevano sempre fatto pena le bestie che portavano maglioni 
o altri vestiti e adesso eccomi qui, che giocavo alle sfilate davanti a tutti quei cani maschi.
Jakob disse: "Sar l'ora di andare dal veterinario" e mi port a fare un viaggio in macchina fino a un posto 
dall'aria molto familiare, una stanza fresca con le luci intense e un tavolo di metallo. Mi addormentarono e 
quando mi svegliai, come previsto, portavo uno stupido collare a cono.
Appena me lo tolsero tornammo al parco: nei mesi successivi ci andammo quasi tutti i giorni. Le giornate si 
stavano accorciando, anche se non faceva mai freddo e di neve non se ne vedeva neanche l'ombra. Cercare 
Wally diventava sempre pi difficile, perch continuavano a cambiare le regole senza avvertirmi. A volte, al 
nostro arrivo, Wally non c'era nemmeno e dovevo girare un sacco per vedere dov'era andato a nascondersi. 
Spesso lo trovavo disteso, come Nonno quando faceva i lavoretti, e a quel punto imparai un altro trucco, 
quello del "dove", che voleva dire portare Jakob fino al punto in cui Wally stava spaparanzato sotto un albero. Non so come facesse, ma Jakob capiva sempre se avevo trovato qualcosa, anche se era solo un calzino di Wally abbandonato per terra: quell'uomo era un disastro, lasciava sempre i suoi vestiti in giro e io e Jakob dovevamo ritrovarli.
Quando tornavo di corsa da lui, Jakob scrutava la mia espressione. "Dove!" esclamava, ma solo quando avevo qualcosa da mostrargli.
Facevamo anche altri lavori. Jakob mi insegn ad arrampicarmi su uno scivolo e a scendere la scaletta un 
gradino alla volta, invece di lanciarmi dalla cima come avrei preferito. Mi insegn a strisciare in cunicoli 
stretti e a saltare gi da una catasta di tronchi, e un giorno mi obblig a stare seduta mentre lui prendeva la 
pistola e sparava una serie di colpi che un paio di volte mi fecero trasalire.
"Brava, Ellie. Questa  una pistola, vedi? Non c' motivo di
aver paura. Fa molto rumore, ma tu non hai paura, vero, piccola?" disse, avvicinandomela al muso.
La annusai, ma fui molto felice perch non mi disse di andarla a prendere. Quell'affare mandava un cattivo 
odore e avevo l'impressione che lanciandola avrebbe volato persino peggio del flip.
"Cerca Wally" si trasform in "cerca" e basta. Andavamo da qualche parte e a volte Jakob mi dava qualcosa 
da fiutare, una vecchia giacca, una scarpa, un guanto e io dovevo trovare la persona a cui appartenevano. 
Altre volte non c'era nulla da annusare e dovevo correre avanti e indietro per uno spazio enorme, 
avvertendolo ogni volta che fiutavo qualche odore interessante. Trovai un sacco di tizi che non erano Wally e 
chiaramente non erano stati informati del nostro gioco, perch mi chiamavano: "Qui, bello!", oppure si 
spaventavano vedendomi arrivare. Io ogni volta li mostravo a Jakob e lui mi elogiava sempre, anche se le 
persone che avevo trovato non erano abbastanza sveglie da capire cosa stesse succedendo. Avevo capito qual 
era il trucco: dovevo trovare una persona e poi farla vedere a Jakob, perch lui decidesse se era proprio 
quella che stavamo cercando. Era questo il mio scopo.
Quando stavo con Jakob ormai da un anno, inizi a portarmi al lavoro con s. C'era un sacco di gente vestita 
come lui ed erano quasi tutti amichevoli con me, e si fecero da parte con ammirazione quando Jakob mi disse 
di stare "al piede". Mi port sul retro e mi fece entrare in una gabbia, dove c'erano altri due cani, Cammie e Gipsy.
Nonostante fossimo rinchiusi tutti e tre insieme, il mio rapporto con Cammie e Gipsy era diverso da quello 
che avevo avuto finora con gli altri cani. Stavamo lavorando e non mi sentivo libero di giocare molto, perch 
dovevamo sempre essere a disposizione dei nostri padroni. Per la maggior parte del tempo ci limitavamo a stare a allerta dietro alla grata.
Gipsy, che lavorava con un poliziotto di nome Paul, stava sempre fuori, e a volte  li guardavo mentre giocavano in cortile. Non ne facevano una giusta: Gipsy stava tutto il tempo a fiutare tra scatole e mucchi di 
vestiti, abbaiando senza motivo, anche se Paul la elogiava sempre e tirava fuori dal mucchio un pacchetto dicendole che era un " "bravo cane.
Cammie era pi vecchio e non perdeva tempo a guardare Gipsy, probabilmente perch quel povero cane gli 
faceva troppa pena. Cammie lavorava con una poliziotta di nome Amy e non usciva molto. Quando 
capitava, per, era sempre di fretta: Amy la veniva a prendere e se ne andavano via correndo. Non ho mai 
capito quale fcosse il lavoro di Cammie, ma sospetto che non fosse importante come "cerca".
"Dove sei questa Settimana?" chiese una volta Amy a Paul.
"All'aeroporto, finch Garcia non torna dalla malattia" le disse Paul. "Come vedi, lavoro con gli artificieri?"
"Tutto tranquillo. Ma sono preoccupata per Cammie. I suoi risultati sono in calo e mi chiedo se non stia perdendo l'olfatto."
Cammie alz il capo, sentendo pronunciare il suo nome, e lo guardai.
"Adesso quanti anni ha, dieci?" chiese Paul.
"Pi o meno" disse Amy.
Mi alzai per darrmi una scrollata, perch sentivo che stava arrivando Jakob e infatti pochi secondi dopo lo 
vidi girare l'angolo. Lui e i suoi ansici stettero un po' l a parlare, mentre noi cani li guardavamo chiedendoci 
perch non ci facessero uscire in cortile insieme a loro.
Tutta un tratto sentii che Jakob era eccitato. Sembrava che parlasse con la propria spalla. "Unit cinofila, conduttore 8, ricevuto" disse, mentre Amy correva verso il cancello. Cammie balz in piedi. "Ellie!" ordin Amy. 
"Vieni!"
Uscimmo in cortile e pochi secondi dopo ero sul furgone. Ansimavo, contagiata dall'eccitazione di Jakob.
Sentivo che qualunque cosa stesse per succedere era molto pi importante di "cerca Wally".

19.
Jakob ci port sul suo furgone fino a un grande edifcio piatto, dove diverse persone erano riunite in cerchio. 
Mentre parcheggiavamo avvertii tutta la loro tensione. Jakob venne dietro e mi accarezz, ma mi lasci sul 
furgone. "Brava, Ellie" disse, in tono assente.
Mi sedetti, guardandolo con ansia mentre si avvicinava al cerchio di persone. Alcuni si misero a parlare tutti 
insieme.
"Non ci siamo accorti che era scomparsa fino all'ora di pranzo, non sappiamo da quanto tempo se ne sia andata."
"Marilyn soffre di Alzheimer."
"Non capisco come abbia fatto ad allontanarsi senza che nessuno la vedesse."
Me ne stavo seduta l, mentre uno scoiattolo sceso dal tronco di un albero zampettava tutto indaffarato 
nell'erba, in cerca di cibo. Lo fissai, stupefatta dalla sua audacia: sembrava non far caso a me, un feroce 
predatore, ad appena due metri di distanza!
Jakob venne da me ad aprire lo sportello della gabbia. "Al piede!" ordin, senza nemmeno darmi il tempo di 
inseguire lo scoiattolo. Me ne feci una ragione: c'era del lavoro da fare. Mi port lontano da tutta quella 
gente, fino a un angolo del giardino davanti all'edificio. Mi porse due camicie coperte da
un odore simile a quello di Nonna. Ficcai il naso nel morbido tessuto e inspirai profondamente. "Ellie! 
Cerca!"
Partii, superando il gruppetto di gente. "Non pu essere andata da quella parte" disse qualcuno.
"Lasciatela fare" rispose Jakob.
Al lavoro. Con ancora nella mente l'aroma di quei vestiti, mi muovevo a naso in su, facendo avanti e indietro 
come mi avevano insegnato. C'erano un sacco di odori, di persone, cani, macchine, ma non riuscivo a 
trovarla. Frustrata, tornai da Jakob.
Lui cap il mio disappunto. "Va tutto bene, Ellie." Inizi a camminare lungo la strada e io corsi in avanti, 
perlustrando uno per uno tutti i giardini. Girato l'angolo, rallentai: eccolo l, quell'odore stuzzicante, che 
veniva verso di me... Mi focalizzai sull'obiettivo e partii a corsa. Di fronte a me, a dieci metri, alla base di un 
cespuglio, il suo odore era inconfondibile. Mi voltai e corsi di nuovo da Jakob, che nel frattempo era stato 
raggiunto da altri agenti di polizia.
"Ellie! Dove!"
Lo condussi fino ai cespugli. Lui si mise in ginocchio e ci infil dentro un bastone.
"Cos'?" chiese un agente alle spalle di Jakob.
"Un fazzoletto. Brava, Ellie, brava!" Mi afferr e facemmo la lotta per un po', ma sapevo che c'era altro lavoro da fare.
"E come facciamo a sapere che  suo? Chiunque potrebbe averlo lasciato qui" obiett un poliziotto.
Jakob s'inginocchi di nuovo, senza far caso agli uomini dietro di lui. "Brava, Ellie. Cerca!"
Adesso ero in grado di seguire la sua traccia, debole ma chiara. Andava avanti per altri due isolati, poi girava 
verso destra, sempre pi netta. In un vialetto faceva una brusca svolta a destra e la fiutai oltre un cancello aperto: la donna era l, seduta
su un dondolo che oscillava piano. Emanava una sensazione di
autentica felicita e sembr contenta.
"Ciao, cagnolino" disse.
Corsi da Jakob: dalla sua eccitazone capii che, ancor prima
di vedermi, lui sapeva gi che l'avevo trovata, ma aspettava che
tornassi prima di prendere una decisione. "Ok, dove!" chiese in
tono concitato.
Lo portai dalla signora sul dondolo. Riconobbi il sollievo di
Jakob nel vedere la donna. "Marilyn lo guard, piegando la testa di lato.  Jakob parl col microfono che aveva  sulla spalla e poco dopo
arrivarono altri poliziotti. Mi prese a una parte "Brava, Ellie! " Tir
fuori un anello di gomma e lo lanci  sul prato, io ci saltai sopra e glielo riportai per giocare.   
Giocammo per cinque minuti, mentre io scodinzolavo a pi non posso. Quando Jakob mi richiuse nella gabbia sul retro del furgone, riuscivo a percepire tutto il suo orgoglio. "Brava, Ellie. Sei proprio un bravo cane."
Pensai che era il massimo che potessi aspettarmi da Jakob, la cosa pi vicina all' amore incondizionato di Ethan, e in quel momento capii qual era il mio compito, non solo trovare, ma salvare. La preoccupazione che irradiavano le persone radunate davanti all'edificio non avrebbe potuto essere pi
chiara, cos come il loro sollievo vedendo tornare la donna. La signora era stata in pericolo, non so bene quale, ma era stata salvata da quel pericolo. Era questo che facevamo io e Jakob insieme, era questo il nostro lavoro. 
piu importante per lui: un p come il gioco del "salvami tu" che facevo con Ethan.
Il giorno dopo, Jakob mi porto in un negozio e compr dei fiori profumati, che lasci nel furgone mentre Wally stavolta era nascosto in cima ^
a un cassonetto dell'immondizia dall'odore forte, ma non mi lasciavo certo ingannare cos facilmente). Poi facemmo un lungo giro 
in macchina, cos lungo che a un certo punto, stanca di tenere il naso fuori dalle sbarre della gabbia, mi sdraiai per fare un pisolino.
Quando Jakob venne ad aprire la gabbia, era molto abbattuto: qualunque cosa lo facesse soffrire, in quel momento era pi forte che mai. Eravamo in un grande giardino pieno di pietre. Prudente, senza saper bene 
cosa stessimo facendo, restai accanto a Jakob. Fece qualche metro, si mise in ginocchio e appoggi i fiori 
vicino a una delle pietre, mentre il dolore dentro di lui lo assaliva cos profondamente che vidi delle lacrime 
scendergli lungo il viso. Infilai il muso tra le sue mani, preoccupata.
"Va tutto bene, Ellie. Buona. Sta gi."
Mi sedetti, condividendo il dolore di Jakob.
Si schiar la gola e mormor, con la voce rotta: "Mi manchi tanto, tesoro.  solo che... a volte non credo di 
farcela ad arrivare in fondo alla giornata, sapendo che tu non ci sarai quando torno a casa".
Drizzai le orecchie sentendo la parola "casa". "S," pensai "torniamo a casa. Andiamocene da questo posto 
triste."
"Adesso sono nell'unit cinofila, ricerca e salvataggio. Non mi vogliono nelle unit regolari perch prendo gli antidepressivi. Ho un cane, si chiama Ellie, un pastore tedesco di un anno."
Scodinzolai.
"Abbiamo appena ottenuto il brevetto. Sono felice di non stare pi dietro a una scrivania, sar ingrassato di almeno cinque chili a forza di starmene seduto." Jakob rise, ma il suono della sua risata era strano, triste e 
angosciato, senza la minima traccia di gioia.
Restammo l quasi immobili per circa dieci minuti, e piano piano le sensazioni di Jakob cambiarono, al posto del dolore si fece strada un sentimento simile a quello provato. Lui e Hannah ogni volta che si salutavano alla fine provavano qualcosa di simile alla paura. "Ti amo" mormor
Jakob. Poi si volt e se ne and
Quel giorno, passai molto pi tempo fuori dalla gabbia. Volavano su aerei o elicotteri, che vibravano cos forte, nonostante il frastuono. "Sei un codardo mi diceva Jakob quando salivamo su un elicottero. 
Arrivammo sopra al pi grande stagno che avessi mai visto, una distesa
d'acqua piena di odori esotici, e sulla spiaggia trovai una  ragazzina  e      un parco giochi pieno di bambini, che si misero a urlare vedendomi arrivare.
"Vuoi andare in acqua, Ellie?" mi chiese Jakob, dopo che aveva visto 
 la bambina, e suo padre e sua madre l'avevano portati a fare un viaggio in macchina. Andammo a correre, alzando grandi spruzzi: quando le onde 
arrivarono  fino al naso sentii che l'acqua era molto salata.
"Ellie,  l'oceano!" rise Jakob. Mentre giocavamo sentii che quel nodo che gli stringeva il cuore si stava sciogliendo, almeno un p.
Quando tornavo nella gabbia, spesso ci trovavo Camnie, ma non c'era
quasi mai. Una di quelle volte, mentre cercavo trovai un divertentissimo gioco chiamai. Allora venne a prendermi Jakob. "Ellie!" mi chiam.
Non avevo mai sentito un simile tono d'urgenza nella sua voce.
Salii sul furgone e partimmo a tutta velocit, con le ruote che stridevano a ogni curva,  cos forte che coprivano ogni altro rumore. Mi distesi sul pavimento della gabbia per non sbattere di qua e di l. Arrivati sul posto, c'era un sacco di gente. Tra loro vidi una donna cos spaventata che non riusciva a reggersi in piedi, era sorretta da due uomini. L'ansia 
che emanava Jakob mentre mi passava davanti per andare a parlare con quelle persone era cos forte che mi fece rizzare i peli sul dorso.
Era un parcheggio davanti a un edificio con grandi porte a vetri, che non facevano che aprirsi e chiudersi al 
passaggio di persone che portavano sacchetti di plastica. La donna che non riusciva a stare in piedi infil una 
mano nella borsa e ne tir fuori un giocattolo.
"Abbiamo chiuso il centro commerciale" disse qualcuno.
Jakob venne verso la gabbia e l'apr. Mi avvicin il giocattolo al muso per farmelo annusare. "Va bene, 
Ellie? Sentito? Cerca, Ellie!"
Balzai gi dal furgone e tentai di selezionare gli odori per trovare quello che avevo sentito sul giocattolo. Ero 
cos concentrata che, senza accorgermene, attraversai la strada mentre passava una macchina: l'auto sobbalz bruscamente quando il conducente fren.
Bene, l'avevo trovata. La traccia era stranamente mischiata a un aroma maschile, pi forte. Sicura di me stessa, mi misi a seguirla.
L'odore conduceva, o meglio, scompariva davanti a una macchina, il che significava che le persone che 
stavamo cercando se n'erano andate su un veicolo, lasciando il posto libero per il nuovo arrivato. Avvertii 
Jakob e mi acquattai, sentendo in lui frustrazione e dispiacere.
"Va bene, Ellie. Brava, sei stata brava." Ma lo diceva poco convinto e invece che brava mi sentii cattiva.
"Le tracce portano fin qui. A quanto pare  salita su una macchina che si  allontanata. Il parcheggio  
sorvegliato da telecamere?"
"Stiamo controllando. Ma se  chi pensiamo, si tratta di un veicolo rubato" disse un uomo in giacca e cravatta.
"Dove potrebbe averla portata? Se davvero  lui, dove l'avr portata?" chiese Jakob.
L'uomo in giacca e cravatta gir la testa, guardando le colline verdi alle nostre spalle. "Le ultime due le 
abbiamo trovate a Topanga Canyon. La prima era al Will Rogers State Park."
"Andremo l, allora" disse Jakob. "Per vedere se troviamo altre tracce."
Restai di stucco quando Jakob mi fece montare sul sedile anteriore del furgone. Prima di allora non mi aveva 
mai permesso di stare davanti! Sentendo che era ancora teso, restai concentrata e non abbaiai quando 
passammo davanti a dei cani che ululavano verso di me, rosi dall'invidia. Uscimmo dal parcheggio. Jakob mi 
porse lo stesso giocattolo e lo annusai, ubbidiente. "Bene, piccola, so che ti sembrer strano, ma voglio che 
adesso giochiamo a "cerca"."
Al suo comando, mi voltai e lo guardai confusa. Cerca? JStel furgone?
Gli odori che entravano dal finestrino attirarono il mio naso in quella direzione. "Brava!" mi elogi Jakob. 
"Cerca! Cerca la bambina!"
Sentivo ancora l'odore del giocattolo e mi misi in allerta quando per caso una folata di vento mi port il 
profumo della bambina, sempre mischiato a quello dell'uomo. "Brava!" disse Jakob. Ferm la macchina, 
guardandomi intensamente. Sentimmo dei clacson dietro di noi. "Hai trovato la traccia, bella?"
Non riuscivo pi a sentirla. "Va bene, Ellie, va bene. Brava" disse.
In quel momento capii: stavamo lavorando da dentro il furgone. Lui guidava e io tenevo il naso fuori dal finestrino, sforzandomi di non far caso agli altri odori ma solo a quello della bambina. Il furgone si inclin mentre 
risalivamo la collina e avvertivo ancora il senso di frustrazione di Jakob.
"Mi sa che l'abbiamo persa" borbott. "Niente, Ellie?"
Sentendo il mio nome mi voltai, poi tornai al lavoro.
"Conduttore 8, dacci la tua posizione" fece una voce gracchiante dalla radio.
"Qui conduttore 8, stiamo risalendo Amalfi."
"Trovato qualcosa?"
"Avevamo trovato una traccia su Sunset, poi pi niente."
"Ricevuto."
Abbaiai.
Di solito non abbaio quando sento un odore, ma stavolta mi colp forte e chiaro, trasportato da una folata di 
vento che riempiva tutta la cabina del furgone. "Qui conduttore 8, abbiamo qualcosa all'angolo tra Amalfi e 
Umeo." Rallent, ma io non persi la concentrazione. Riuscivo ancora a sentirla e l'odore dell'uomo era pi 
forte che mai. Jakob inchiod. "Ok, Ellie, adesso da che parte?" mi chiese.
Gli montai addosso, infilando il muso fuori dal suo finestrino. "A sinistra sulla Capri" url, tutto eccitato. 
Pochi minuti dopo il furgone inizi a sobbalzare. "Siamo sulla strada antincendio!"
"Arriviamo" disse la radio.
Ero completamente concentrata sulla strada davanti a me, mentre Jakob cercava di tenere il furgone sul 
viottolo. Ci fermammo di colpo davanti a un cancello giallo.
"Avvertite i vigili del fuoco che mandino degli uomini, c' un cancello."
"D'accordo."
Saltammo gi. Una macchina rossa era parcheggiata sul ciglio della strada e corsi subito l, in allerta. Jakob stringeva la pistola in pugno. "Abbiamo una Toyota Camry rossa, vuota, secondo Ellie  del nostro uomo." Jakob mi port sul retro della macchina, guardandomi fisso. 
"Pare che nel bagagliaio non ci sia nessuno" afferm.
"Ricevuto."
L'aroma che proveniva dalla macchina non era forte come quello che saliva dal canyon sotto di noi, 
trasportato dalle correnti d'aria. Una strada scendeva ripida, impregnata dell'odore dell'uomo, mentre quello 
della bambina era pi tenue. L'aveva portata laggi.
"Attenzione, il sospettato ha preso la strada che scende verso il campeggio.  a piedi."
"Conduttore 8, fermati l e aspetta rinforzi."
"Ellie" mi disse Jakob, rimettendosi la pistola nella cintura. "Andiamo a salvare quella bambina."

20.
Scendendo gi per il canyon, la paura di Jakob era cos forte che tornai pi volte da lui per rassicurarlo. Poi, 
attirata dall'odore della bambina, corsi in avanti verso un gruppetto di edifici bassi.
Era seduta in silenzio su dei gradini che salivano fino a un grande portico, mentre l'uomo cercava di aprire la 
porta con un attrezzo di metallo. Sembrava triste e spaventata, ma si alz in piedi quando mi vide, 
porgendomi la sua minuscola mano.
L'uomo si gir bruscamente e mi fiss. Quando i nostri sguardi si incrociarono, sentii rizzarsi il pelo sulla 
mia schiena: dentro di lui c'era lo stesso male oscuro che avevo percepito in Todd, ma pi forte, pi cattivo. 
Alz la testa, guardando la strada alle mie spalle.
Corsi indietro da Jakob e mentre mi allontanavo la bambina url: "Cagnolino!".
"L'hai trovata" disse Jakob. "Brava, Ellie. Dove!"
Lo riportai alla casetta. La bambina era ancora seduta sul portico, ma l'uomo non si vedeva pi.
"Qui conduttore 8, la vittima  al sicuro e illesa. Il sospettato  fuggito a piedi" disse Jakob.
"Resta con la vittima, conduttore 8."
"Ricevuto."
In lontananza udii il flap-flap-flap delle pale di un elicottero
che fendevano l'aria e poi dei passi che scendevano per la strada alle nostre spalle. Comparvero due poliziotti, tutti sudati.
"Come stai, Emily? Sei ferita?" chiese uno di loro.
"No" rispose la bambina, togliendosi un fiore dal vestitino.
"Mio Dio, sta bene? Stai bene, piccola?" chiese un terzo poliziotto, senza fiato a forza di correre, mentre si 
appoggiava le inani sulle ginocchia. Era pi grosso degli altri due, alti e muscolosi, e il suo alito sapeva di 
gelato.
"Si chiama Emily."
"Posso accarezzare il cagnolino?" chiese la bambina, un po' intimidita.
"S, certo. Poi noi due dovremo rimetterci al lavoro" rispose )akob in tono gentile.
Drizzai le orecchie alla parola "lavoro".
"Ok, allora... vengo con te" disse il poliziotto grosso. "Johnson, voi restate qui con la bambina, nel caso si 
rifacesse vivo."
"Se si avvicinasse, Ellie ce lo direbbe" fece Jakob. Lo guardai. Eravamo pronti per rimetterci al lavoro?
"Cerca!" disse Jakob.
Il sottobosco si faceva pi folto, la terra era sabbiosa e cedevole. Ma fu facile seguire le tracce dell'uomo: era 
sceso dritto gi per la collina. Quando trovai una sbarra di ferro ricoperta del suo odore, tornai di corsa da 
Jakob. "Dove!" esclam.
Arrivati al punto dove si trovava la sbarra, aspettammo che il poliziotto grosso ci raggiungesse. "Sono 
caduto... un paio di volte" disse col respiro affannoso. Riuscivo a percepire il suo imbarazzo.
"Ellie dice che questo piede di porco era suo. A quanto pare l'ha mollato qui mentre scappava" osserv 
Jakob.
"Bene, e adesso?" chiese il poliziotto, ansimando.
"Cerca!" fece Jakob.
L'odore dell'uomo era sparso sui cespugli e impregnava l'aria. Pochi istanti pi tardi lo sentii che si trascinava 
nella boscaglia davanti a noi. Lo raggiunsi sulle rive di un minuscolo ruscello, dove l'aria era umida e le 
foglie degli alberi, alte sopra le nostre teste, ombreggiavano la radura. Vedendomi, si acquatt dietro a un 
tronco, proprio come avrebbe fatto Wally. Corsi indietro da Jakob.
"Dove!" fece lui.
Restai al suo fianco mentre ci facevamo strada fino alla radura. Sapevo che l'uomo era nascosto, sentivo 
l'odore fetido della sua paura e del suo odio. Guidai Jakob dritto fino all'albero e quando vide quello saltar 
fuori lo sentii gridare: "Fermo, polizia!".
L'uomo sollev una mano e nell'aria risuon un colpo. Era solo una pistola: mi avevano garantito che le 
pistole non erano cattive, eppure sentii una raffica di dolore in Jakob mentre cadeva a terra, col sangue caldo 
che sgorgava dalla ferita. La sua pistola cadde al suolo con un tonfo metallico.
In quel momento capii, tutti i pezzi andarono al loro posto: rividi i fucili di Nonno e il modo in cui Ethan 
faceva saltare le lattine dalla staccionata; i petardi di Todd, e la fitta di dolore che avevo provato quando ne 
aveva lanciato uno accanto a me. L'uomo vicino all'albero stava usando la sua pistola per fare del male a 
Jakob.
Era ancora l, immobile, con la pistola puntata contro di noi. La paura, la rabbia si erano trasformate in 
esaltazione.
Fui clta dallo stesso istinto primitivo che avevo sentito mentre attaccavo Todd, la notte dell'incendio. Senza 
nemmeno un ringhio d'avvertimento, caricai a testa bassa e gli saltai addosso. Partirono due colpi e quando 
strinsi il suo polso tra i denti, la pistola cadde nella polvere. Url, ma non mollai la presa: mentre scuotevo il 
capo con violenza, sentii i denti affondare nel suo braccio. Mi tir un calcio alle costole.
"Lasciami!" grid.
"Fermo! Polizia!" url il poliziotto grosso, facendosi avanti.
"Liberatemi da questo cane!"
"Ellie, va bene. Gi, Ellie, gi!" comand il poliziotto. Lasciai il braccio dell'uomo e lui cadde in ginocchio. 
Sentivo l'odore del suo sangue. Ringhiai, quando i nostri sguardi s'incrociarono. Soffriva, ma era scaltro ed 
era sicuro che avrebbe trovato un modo per cavarsela.
"Qui, Ellie" disse il poliziotto.
"Quel cane mi ha sbranato il braccio!" grid l'uomo. Pece un cenno verso qualcosa alle spalle del poliziotto, 
sulla sinistra. "Sono qui!" url.
Nell'istante in cui il poliziotto gir la testa per vedere con chi stesse parlando, l'altro si lanci in avanti e 
afferr di nuovo la pistola. Abbaiai. Apr il fuoco e anche il poliziotto spar, un colpo, poi un altro, e ancora, 
e ogni volta sentivo che l'uomo era lacerato da una morsa di dolore. Adesso giaceva immobile nella polvere. 
Udii una specie di sibilo: era la vita che lo abbandonava, quel malessere nero e furioso che mollava la presa e 
lo lasciava scivolare via in pace.
"Come ho fatto a cascarci?" borbott il poliziotto. Con l'arma ancora puntata sull'uomo ormai morto, avanz 
prudente e con un calcio spinse via la sua pistola.
"Ellie, tutto bene?" chiese Jakob con un filo di voce.
"Sta bene, Jakob. Dove ti ha colpito?"
"Alla pancia."
Piena di ansia, mi sdraiai accanto a Jakob, sfiorandogli col muso la mano inerte. Il dolore si faceva strada 
dentro di lu. Mi allarmai, sentendo forte l'odore del suo sangue.
"Il sospettato  a terra, anche un agente  stato colpito. Siamo..." L'uomo alz lo sguardo al cielo. "Siamo in mezzo agli alberi, in fondo al canyon. Mandate un medico e una barella per l'agente. Il sospettato  morto."
"Ci conferma che il sospettato  morto?"
Il poliziotto si avvicin all'uomo e gli diede un calcio. "S, decisamente stecchito."
"Chi  l'agente?"
"Il conduttore 8. Ci serve aiuto, e subito."
Non sapevo cosa fare. Jakob non sembrava spaventato, mentre io ansimavo, tremando dalla paura. Mi fece 
ripensare alla notte in cui Ethan era rimasto intrappolato nell'incendio e non avevo potuto salvarlo, provavo 
la stessa sensazione d'impotenza. Torn il poliziotto e si mise in ginocchio accanto a Jakob. "Stanno 
arrivando, amico. Devi resistere."
Sentii una nota di preoccupazione nella sua voce. Quando apr con cautela la camicia di Jakob per controllare 
la situazione, la sua paura crebbe a tal punto che lanciai un guaito.
Poco dopo udii un tramestio di gente che scendeva di corsa verso di noi. Facendomi da parte, si misero in 
ginocchio accanto a Jakob e cominciarono a versargli addosso sostanze chimiche e ad avvolgerlo con delle 
bende.
"Come sta Emily?" chiese con quel poco di voce che gli restava.
"Chi?"
"La bambina" spieg il poliziotto grosso. "Sta bene, Jakob, non le  successo niente. L'hai trovata prima che 
quell'uomo potesse farle del male."
Arrivarono altre persone e alla fine portarono via Jakob su una specie di letto. Nel punto in cui avevamo 
lasciato le macchine, adesso c'era un elicottero ad aspettarci.
Il poliziotto mi tenne ferma per il collare mentre facevano salire Jakob sull'elicottero, con un braccio che penzolava dal letto, immobile. Riuscii a liberarmi proprio mentre si alzava in volo e corsi sotto l'elicottero, abbaiando. Ero un 
cane volante, perch non mi facevano andare con lui? Dovevo stare con Jakob!
Quelle persone restarono a guardarmi mentre correvo in cerchio, impotente, sollevandomi sulle zampe posteriori.
Alla fine Amy mi prese e m'infil in una gabbia su un altro furgone, impregnato dell'odore di Cammie. Dopo 
avermi riportato al canile, mi chiuse dentro e fece uscire Cammie, che mi pass davanti e salt sul furgone 
con aria sostenuta: sembrava offeso perch gli avevo rubato il posto. Gipsy non si vedeva da nessuna parte.
"Mander qualcuno per decidere a chi affidarti, Ellie. Brava, sei proprio un bravo cane" disse Amy.
Mi sdraiai nella cuccia, con la testa che mi girava. Non mi sentivo un bravo cane. Mordere l'uomo con la 
pistola non faceva parte di "cerca", lo sapevo. E dov'era Jakob? Ripensai all'odore del suo sangue e 
cominciai a ululare in preda all'angoscia.
Avevo raggiunto il mio scopo, avevo trovato la bambina e adesso stava bene. Ma Jakob era ferito, non 
sapevo dove fosse ed era la prima volta che dormivo nel canile. Non potevo fare a meno di pensare che in 
qualche modo mi stessero punendo.
I giorni successivi furono difficili e penosi per tutti. Io stavo sempre nel canile e mi facevano uscire in cortile 
solo un paio di volte al giorno: veniva a prendermi un poliziotto che trasmetteva un senso di disagio per quel 
nuovo e inaspettato compito. Amy mi parlava e ogni tanto giocava con me, ma lei e Cammie erano quasi 
sempre via.
Non c'era traccia di Jakob e gradualmente il suo odore stava svanendo: per quanto mi concentrassi, non 
riuscivo pi a localizzarlo.
Un giorno io e Cammie eravamo in cortile. Cammie voleva
solo dormire e non manifest il minimo interesse nemmeno quando le mostrai l'osso di gomma che mi aveva 
dato un poliziotto. Non capivo proprio quale fosse il suo scopo: cosa se ne facevano di un cane che si 
limitava a sonnecchiare?
Amy si mise a mangiare a un tavolo in cortile e questo bast per dare la sveglia a Cammie. And da lei e si 
butt pesantemente ai suoi piedi, come se fosse carico di preoccupazioni curabili solo con un morso del 
panino al prosciutto di Amy. Arriv un'altra donna e si avvicin a Amy.
"Ciao, Maya" disse Amy.
Aveva i capelli e gli occhi scuri ed era piuttosto alta per essere una donna, con braccia forti. I suoi pantaloni 
puzzavano vagamente di gatti. Maya si mise a sedere, apr un contenitore e cominci a sgranocchiare 
qualcosa dall'odore piccante. "Ciao, Amy. Ehi, Ellie."
Notai con piacere che non aveva salutato Cammie. Mi avvicinai e mi accarezz con la sua mano profumata. 
Odorava di sapone e di pomodoro.
"Hai consegnato le scartoffie?" chiese Amy.
"Incrociamo le dita" rispose Maya.
Mi sdraiai a masticare il mio osso di gomma per far capire a Maya che mi stavo divertendo molto per conto 
mio, e mi sarei dedicata a lei solo se avesse cercato di attirare la mia attenzione con un po' del suo pranzo.
"Povera Ellie. Chiss come sar confusa" disse Amy.
Alzai gli occhi. C'era da mangiare?
"Vuoi farlo davvero?" chiese Amy.
Maya sospir. "So che sar dura, ma non importa. Inizio a stancarmi di fare tutti i giorni le stesse cose. Mi 
piacerebbe provare qualcosa di nuovo, fare un lavoro diverso per qualche anno. Ehi, vuoi un taco? Li ha fatti 
mia madre, sono buonissimi."
"No, grazie."
Mi tirai su a sedere. Un taco? Io volevo un taco!
Maya impacchett il suo pranzo, come se io nemmeno esistessi. "Voi della squadra cinofila siete sempre cos 
in forma. Alla mia et, perdere peso  difficile... Credi che ce la far?"
"Ma cosa dici, vai benissimo! Non hai ottenuto l'idoneit fisica?"
"Certo" rispose Maya.
"E allora!" fece Amy. "Se vuoi venire con me, io di solito vado a correre dopo il lavoro. Ma sono sicura che 
te la caverai alla grande."
Sentii una punta di ansia nella voce di Maya. "Lo sper0 pro. prio" disse. "Non voglio deludere Ellie."
Capii che, per quanto non facessero che pronunciare il mi0 nome, quella conversazione non avrebbe portato a 
nienle jj commestibile. Con un sospiro, mi spaparanzai al sole, chiedendomi quanto avrei dovuto aspettare prima che Jakob tornasse da me.

21.
Maya era felice ed emozionata il giorno in cui mi port a fare un viaggio in macchina.
"Lavoreremo insieme, non  fantastico, Ellie? Non dovrai pi stare nel canile. Ti ho comprato una cuccia e 
potrai dormire nella mia stanza."
Cercai di analizzare la sua frase: Ellie, canile, cuccia, stanza. Niente che avesse il minimo senso, ma ero 
felice di tenere il naso fuori dal finestrino e di sentire altri odori oltre a quelli di Cammie e Gipsy.
Maya parcheggi sul vialetto davanti a una piccola casa. Appena oltrepassata la soglia, capii che era l che 
viveva: il suo odore era sparso dappertutto, insieme a un fastidioso lezzo di felino. Avevo appena iniziato a 
esaminare l'abitazione, pi piccola dell'appartamento di Jakob, quando incontrai un gatto arancione, seduto 
su una sedia davanti al tavolo di cucina. Mi guardava con occhi freddi e quando mi avvicinai scodinzolando 
apr la bocca emettendo un sibilo quasi impercettibile.
"Buona, Stella. Lei  Stella. Stella, questa  Ellie e d'ora in poi vivr con noi."
Stella sbadigli, per nulla interessata. Con la coda dell'occhio vidi muoversi qualcosa di bianco e grigio.
"E quella  Campanellino, ma  timida."
Un altro gatto? La seguii in camera da letto, dove gironzolava un terzo felino, un grosso maschio nero e 
marrone che mi alit addosso col suo fiato che sapeva di pesce. "E lui  Emmet."
Stella, Campanellino ed Emmet. Che diavolo ci faceva una donna con tre - dico tre - gatti?
Campanellino si era nascosta sotto il letto, pensando che l non l'avrei fiutata. Emmet mi segu in cucina e 
guard incuriosito la ciotola che Maya stava riempiendo di cibo, poi alz la testa e se ne and come se non 
gli importasse un accidenti che io mangiassi e lui no. Stella mi osservava dalla sua postazione sulla sedia.
Dopo mangiato, Maya mi fece uscire nel minuscolo giardino, in cui nessun cane aveva ancora marcato il 
territorio. Feci i miei bisogni cercando di darmi un tono, consapevole che almeno un rappresentante della 
popolazione felina di quella casa mi stava tenendo d'occhio. "Brava, Ellie" si entusiasm Maya. 
Evidentemente anche lei era della scuola del "vado in brodo di giuggiole quando fai pip in giardino".
Maya si prepar la cena, che aveva un odore niente male, e fece un cenno a Stella, che salt sul tavolo, 
andandosene in giro come un gatto cattivo! Maya non le disse nulla: evidentemente pensava che i gatti 
fossero animali inutili, che non valeva la pena di addomesticare.
Dopo cena mi mise il guinzaglio e andammo a fare una passeggiata. Fuori nei giardini c'era un sacco di 
gente, tra cui tanti bambini, e fui clta da un senso di irrequietezza: erano settimane ormai che non lavoravo 
e sentivo i muscoli tesi. Volevo correre, cercare, salvare le persone.
Come se avesse intuito il mio stato d'animo, Maya cominci a trotterellare. "Ti va di fare una corsetta, 
piccola?" chiese. Aumentai il passo per restarle al fianco, come mi aveva insegnato Jakob. Dopo appena qualche minuto, Maya aveva il fiatone e sentivo il sudore che usciva dai suoi pori. Il marciapiede era caldo sotto le mie zampe e ogni volta che passavamo davanti a una casa un cane si metteva 
ad abbaiare per l'invidia.
A un tratto Maya si ferm. "Accidenti!" disse col respiro affannato. "Mi sa proprio che dovr allenarmi 
ancora sul tapis roulant."
Fino a quella sera non avevo ben capito che cosa stesse succedendo. Ero distesa sul tappeto mentre Maya 
faceva il bagno e si cambiava d'abito, poi mi chiam in camera sua. "Va bene, Ellie, vieni qui. Da brava" 
disse, dando colpetti su una cuccia. Obbediente, mi rannicchiai all'interno, ma ero confusa: era quella la mia 
nuova casa, adesso? E Jakob? E il mio lavoro?
Il giorno dopo andammo a lavorare, ma era tutto un po' strano. Rividi Wally, che mi salut come si saluta un 
vecchio amico, insieme a una donna che era gi venuta qualche volta a fare "cerca" insieme a noi. Si 
chiamava Belinda e aveva l'odore di Wally sparso dappertutto: ebbi il sospetto che, quando non c'eravamo, 
Wally e Belinda giocassero a "cerca" tra di loro.
Wally rest con noi, mentre Belinda s'infilava tra gli alberi. Lui parl con Maya, insegnandole i segnali con 
le mani e i comandi che usavamo durante il lavoro. Poi Maya disse: "Ellie, cerca!" e io mi misi a correre. 
Belinda era seduta dentro una macchina, ma io non mi feci ingannare e tornai dritta da Maya per avvisarla.
"Vedi come ti guarda?" disse Wally. "Ha trovato Belinda, puoi capirlo dalla sua espressione."
Aspettai impaziente che Maya mi dicesse "dove", ma lei e Wally erano troppo presi a parlare.
"Non so, non mi pare molto diversa dalle altre volte" fece Maya.
"Guardale gli occhi, il modo in cui stringe la bocca. Non
tiene la lingua fuori. Vedi?  in allerta, ha capito dove si trova."
Sentendo la parola "dove" mi irrigidii, pronta a partire, ma non era stato un vero e proprio comando.
"Quindi adesso dovrei dirle "dove"?" chiese Maya.
"Smettila di fare giochetti!" pensai. "Stiamo lavorando o no?"
"Dove!" esclam finalmente.
Quando la trovammo, Belinda scese dalla macchina, ridendo. "Sei proprio brava, Ellie" mi disse.
"Ora gioca con Ellie.  importante,  il suo premio dopo il lavoro."
Quando Maya giocava con me, non era come con Jakob. Lei sembrava divertirsi veramente, non era solo una 
cosa da fare alla fine di "cerca". Aveva portato con s l'osso di gomma dal canile e puntai le zampe 
stringendolo tra i denti mentre lei cercava di strapparmelo.
Maya aveva una vita diversa da tutti quelli che avevo conosciuto. Non solo aveva la casa piena di troppi 
gatti, ma la sera mi portava sempre in una casa pi grande, dove c'era un sacco di gente e una donna 
dall'odore meraviglioso di nome Marna. Marna era come Nonna, stava sempre a cucinare, e ogni volta che 
andavamo a trovarla c'erano un sacco di bambini che le correvano intorno giocando tra loro. I pi piccoli si 
divertivano a montarmi in groppa, almeno finch Maya non diceva loro di smetterla, e poi i maschi mi 
tiravano la palla (che mi piaceva molto) mentre le femmine mi mettevano un sacco di cappellini (che 
sopportavo a fatica).
Maya aveva un vicino di nome Al, che veniva sempre da ni a chiederle se aveva bisogno di "una mano". 
"Hai bisogno di una mano per portare quelle scatole, Maya?" le chiedeva. "No, grazie" rispondeva lei. 
"Vuoi una mano per aggiustare la porta?" "No, no" diceva Maya. Sembrava ansiosa, la sua pelle si
riscaldava e le sudavano le mani ogni volta che appariva Al. Ma non era spaventata. Quando Al se ne 
andava, l'umore di Maya si mutava in tristezza.
"Hai un nuovo cane?" le chiese Al. Si abbass per grattarmi le orecchie, in un modo che me lo fece amare 
fin da subito. Odorava di carta, di inchiostro e di caff.
"S,  dell'unit cinofila, del dipartimento ricerca e salvataggio."
Sapevo che stavano parlando di me e scodinzolai in segno di amicizia.
"Ti serve una mano per addestrarlo?" chiese Al.
"No, no" fece Maya. "Ellie  gi addestrata. Dobbiamo solo imparare a lavorare insieme come una vera 
squadra."
Scodinzolai sentendo le parole "Ellie" e "lavorare".
Al smise di grattarmi e si alz. "Maya, sei..." cominci. Sembrava nervoso.
"Forse  meglio che vada" disse Maya.
"Oggi hai dei capelli molto belli" sbott Al.
Si fissarono, tutti e due cos in ansia che sembrava ci fosse un pericolo in agguato. Mi guardai intorno, ma 
non vidi nulla di minaccioso, a parte Emmet che ci osservava dalla finestra.
"Grazie, Al" disse Maya. "Ti andrebbe di..."
"Ti lascio andare."
"Ah" fece Maya.
"A meno che..." balbett Al.
"A meno che?" gli fece eco Maya.
"Ti... ti serve una mano per qualcosa?"
"No... no."
Lavoravamo quasi tutti i giorni. Maya mi diceva "cerca" e ci infilavamo nei boschi, a volte per dare la caccia 
a Wally e B elinda, oppure a uno dei ragazzi che stavano a casa di Marna.
Maya era molto pi lenta di Jakob, non avevamo nemmeno iniziato a lavorare che gi sudava, con il fiato 
grosso. Spesso sentivo che aveva delle vere e proprie fitte di dolore e capii che non dovevo essere impaziente 
quando tornavo da lei e per qualche istante riusciva solo a starsene l, ferma, con le mani sulle ginocchia. A 
volte veniva clta da un senso di impotenza e frustrazione e cominciava a piangere, ma si asciugava sempre 
il viso prima di tornare da Wally.
Un pomeriggio, mentre lei e Wally erano seduti a un tavolo da picnic a bere qualcosa di fresco, io me ne 
stavo sdraiata all'ombra di un albero. Percepivo chiaramente la preoccupazione di Maya, ma avevo imparato 
a conviverci e a non lasciare che interferisse col nostro lavoro.
"Non siamo abbastanza brave, non ci daranno mai il brevetto per andare in missione" disse Maya.
"Ellie  il cane migliore che abbia mai visto" rispose Wally. Nella sua voce sentii un tono di allarme e di 
prudenza, e lo guardai incuriosita.
"No, lo so,  colpa mia. Sono sempre stata grossa."
"Cosa? No, volevo dire..." fece lui, sempre pi allarmato. Mi alzai a sedere, chiedendomi dove fosse il 
pericolo.
"No, va bene. In realt sono anche dimagrita un paio di chili."
"Davvero? Ma  fantastico! Insomma, non che prima fossi grassa" balbett Wally. Sentii l'odore del sudore 
che gli imperlava la fronte. "Non lo so, forse dovresti andare in palestra, magari ti servirebbe."
"Ma ci vado!"
"Giusto! Certo!" A quel punto Wally emanava puro terrore e l'ansia mi fece sbadigliare. "Be', forse  meglio 
che vada, ora."
"Non so, non mi ero resa conto che si dovesse correre tanto.  molto pi dura di quanto mi ero aspettata. 
Forse dovrei rinunciare all'incarico, lasciare il posto a qualcuno pi in forma di me."
"Senti, perch non ne parli con Belinda?" fece Wally, disperato.
Maya sospir e Wally, risollevato, si alz per andarsene. Mi rimisi gi. Qualunque fosse stato il pericolo in 
agguato, ormai evidentemente non era pi una minaccia.
Il giorno dopo non andammo a lavorare. Maya indoss un paio di morbide scarpe nuove, mi mise il 
guinzaglio e mi port su una strada parallela alla sabbia, lungo quel grande stagno chiamato oceano. C'erano 
cani dappertutto: non stavamo lavorando, ma Maya era ugualmente molto determinata, e li ignorai mentre 
correvamo sotto il sole che brillava alto nel cielo. Fu la corsa pi lunga che avessimo mai fatto insieme, non 
finiva pi. Solo quando sentii che il suo corpo era provato dal dolore e dalla stanchezza, si gir per tornare 
indietro. Si ferm pi volte per farmi bere alle fontanelle che spuntavano dall'asfalto vicino a certe 
costruzioni dall'odore forte. Nel viaggio di ritorno, per quanto pi lenta, la sentivo altrettanto determinata. 
Quando arrivammo al furgone, zoppicava. "Oh, Ges" fece.
Avevamo tutte e due il fiatone. Bevve dell'acqua e lasci ciondolare il capo tra le gambe piegate. La guardai 
con tristezza mentre vomitava nel parcheggio.
"Tutto bene?" le chiese una ragazza in tono comprensivo. Maya agit una mano senza nemmeno alzare lo 
sguardo.
Il giorno dopo tornammo a lavorare. Il mio compito era trovare Belinda. Maya si muoveva a fatica e con 
dolore, tanto che giocando a "cerca" io andavo pi piano, rallentando il passo ogni volta che non mi vedeva. 
Tornavo da lei a farmi dare indicazioni solo per vedere se stava bene e, quando finalmente trovai Belinda, si 
era addormentata, seduta sotto un albero.
"Brava, Ellie, sei stata bravissima" mi sussurr Maya. Svegliammo Belinda, che guardandosi il polso ebbe 
un breve moto di sorpresa.
"...  stata una giornata no" disse Maya. Belinda non rispose.
Quella sera, Maya mi chiam dalla vasca da bagno. Fiutai le bolle incuriosita e diedi una leccata all'acqua, 
chiedendomi che gusto c'era a nuotare in uno spazio cos piccolo. I gatti chiaramente non erano interessati. 
Campanellino come al solito si nascondeva dal mondo, Stella stava conducendo un'ispezione non autorizzata 
della mia cuccia - dall'odore mi accorsi che aveva perfino provato a dormirci dentro! -, mentre Emmet era in 
bagno con me che si leccava, aspettando che succedesse qualcosa per fregarsene come al solito.
Maya era triste. Allung la mano bagnata e mi accarezz la testa. "Mi dispiace, Ellie, ma non sono 
abbastanza brava. Non riesco a starti dietro. Tu sei un cane eccezionale, hai bisogno di qualcuno al tuo 
livello."
Mi chiesi se sarebbe stata pi contenta con me nella vasca insieme a lei. Misi le zampe sul bordo, giusto per 
vedere se avevo ragione. Emmet smise di leccarsi e mi guard senza una traccia del dovuto rispetto, poi alz 
la coda e se ne and con disinvoltura, come per sfidarmi a inseguirlo e a ridurre la popolazione felina della 
casa.
"Domani ti far una sorpresa, Ellie" disse, sempre triste.
Be', gi che c'ero... M'infilai nella vasca, affondando tra le bolle lievi come l'aria.
"Ellie!" Maya rise e, come si spegne una candela, l'allegria soffi via la sua tristezza.

22.
Il mattino dopo ero tutta eccitata all'idea di fare un viaggio in macchina, perch... be', era pur sempre un 
viaggio in macchina! E poi percepivo in Maya un felice senso di attesa, da cui intuii che non stavamo 
andando al lavoro, perch ultimamente il lavoro non le procurava sensazioni granch gioiose. Ma fu solo 
quando ferm la macchina che capii dov'eravamo.
A casa di Jakob.
Corsi avanti balzando su per le scale e abbaiai alla porta, cosa che non avrei mai fatto quando abitavo l. 
Sentii dall'odore che Jakob era dentro e udii i suoi passi venire verso l'ingresso. Non fece in tempo ad aprire 
che mi ero lanciata addosso a lui, cominciando a saltare e a ballonzolare tutta allegra. "Ellie! Come stai 
piccola? Seduta" ordin.
Appoggiai il sedere per terra, ma non avevo nessuna voglia di restare ferma.
"Ciao, Jakob" fece Maya dalla porta.
"Vieni, entra pure, Maya" disse lui.
Ero cos eccitata nel rivederlo: mi sedetti accanto a lui mentre si accomodava su una poltrona. Avrei voluto 
saltargli in grembo e se fosse stato Ethan lo avrei anche fatto, ma con Jakob non c'era mai tempo per 
sciocchezze del genere.
Mentre loro parlavano, me ne andai in ricognizione ad annusare l'appartamento. Notai che la cuccia era scomparsa, ma sentii che in camera c'era ancora il mio odore e 
non mi sarei fatta nessun problema a dormire sul tappeto o nel letto di Jakob, se lui avesse voluto.
Poi tornai in soggiorno per stare con Jakob. Mentre passavo accanto a Maya, lei allung una mano e mi 
accarezz il dorso con dolcezza, e fu allora che me ne resi conto: tornare a vivere con Jakob voleva dire 
lasciare Maya.
Sul lavoro, Jakob era molto meglio di Maya. Ma lei non aveva dentro quel groppo di tristezza, emanava 
autentica gioia ogni volta che andavamo a casa di Marna, dove c'erano tutti quei bambini con cui giocare. 
D'altro canto, Jakob non aveva gatti.
Il mio scopo era chiaro: "cerca", "dove", "salva". Sia Maya sia Jakob erano concentrati sul loro lavoro e non 
avrebbero mai potuto amarmi con il trasporto totale che aveva Ethan. Ma Maya mi abbracciava con affetto 
incondizionato, un sentimento che Jakob non si sarebbe mai concesso di provare.
Cominciai a camminare su e gi, in ansia.
"Devi uscire, piccola?" mi chiese Maya. Compresi la parola "uscire", ma pronunciata senza il minimo 
entusiasmo, e cos non reagii.
"No, quando ha bisogno si mette davanti alla porta" fece Jakob.
"Ah,  vero, gliel'ho visto fare" disse Maya. "Io di solito lascio aperta la porta sul retro, cos pu entrare e 
uscire quando vuole."
Ci fu un attimo di silenzio. Mi infilai in cucina, ma come al solito il pavimento sembrava sterilizzato, privo 
com'era di qualunque cosa di commestibile.
"Ho saputo che hai chiesto la pensione d'invalidit" disse Maya.
"Be', mi hanno sparato due volte in cinque anni, direi che pu bastare" rispose lui con una risata amara.
"Si sentir la tua mancanza."
"Rester in citt, mi sono iscritto all'Universit della California. Se frequento, mi manca solo un anno e 
mezzo per prendere la laurea in legge."
Un altro silenzio. Maya mand un impercettibile segnale di difficolt, che avevo gi notato in altre persone 
di fronte a Jakob, quando provavano a parlargli e invece restavano sedute l senza dir niente. C'era qualcosa 
in lui che metteva a disagio la gente.
"Allora, tra quanto pensi di prendere il brevetto?" chiese Jakob.
Trovai un posto neutrale in mezzo a loro due e mi sdraiai per terra con un sospiro, senza capire cosa stesse 
succedendo.
"Due settimane, ma..." prov a dire Maya, poi si zitt.
"Ma?" la incalz Jakob.
"Sto pensando di lasciare il programma" confess Maya tutto d'un fiato. "Non ce la faccio. Non mi ero resa 
conto... Insomma, sarebbe meglio se lo facesse qualcuno di pi giovane."
"Non puoi farlo" disse Jakob. Alzai la testa e lo guardai, incuriosita, chiedendomi il perch di 
quell'improvvisa sensazione di rabbia. "Ellie non pu passare da un conduttore all'altro in questo modo. Se la 
molli cos, potresti rovinarla. Wally dice che tra voi due c' un vero rapporto."
Agitai appena la coda sentendo il mio nome e quello di Wally, ma il tono di Jakob era molto severo.
" che non sono fisicamente tagliata per questo incarico, Jakob" disse Maya. Sentii la rabbia montare anche 
dentro di lei. "Non sono un ex marine, sono solo un'agente della stradale che a malapena  riuscita a ottenere 
l'idoneit fisica. Ci ho provato, ma  troppo dura."
"Troppo dura." Jakob la fiss finch Maya non distolse lo sguardo, alzando le spalle. La sua rabbia si 
tramut in vergogna e andai da lei per strofinarle il naso sulla mano.
"Hai una vaga iaea di cosa significhi beccarsi una pallottola nella spalla? E dover fare la fisioterapia mentre tua 
moglie  in chemio? E poi tornare al lavoro dopo un mese dal suo funerale? E questo credi che non sia stato 
duro?"
"Jakob..." mormor Maya.
Era sempre lo stesso dolore oscuro che si agitava dentro Jakob come una tempesta: la rabbia lo abbandon, 
come spazzata via da una folata di vento.
In quel momento compresi che restare con lui non sarebbe mai stato possibile. La gelida angoscia che 
intrappolava il suo cuore si era trasformata in un senso di sconfitta che aveva contagiato anche il resto del 
corpo e capii che "cerca" non gli interessava pi.
Anche Maya emanava un senso di tristezza, ma mi bast ascoltare meglio per capire che una nuova 
determinazione si stava rafforzando dentro di lei, come quando mi aveva portato a correre sull'oceano.
"Va bene, hai ragione" disse.
Mentre uscivamo, Jakob mi diede una pacca sulla testa dicendomi addio, senza tristezza n rimpianti.
Quel giorno salimmo in macchina su per le colline. Maya corse ore e ore, e la sera era cos stanca che non 
riusciva nemmeno a camminare. Il giorno successivo, dopo il lavoro, tornammo a correre. Era vivo spasso incredibile, se non fosse stato che Maya, verso la fne; era sempre piena di dolore e disperazione.
Qualche sera dopo, quando tornammo a casa, era cos distrutta che non riusciva nemmeno a scendere dalla 
macchina. Restammo seduti l, col vento che entrava dai finestrini aperti,
mentre il sudore le scorreva lungo il viso. "Non ce la far, Ellie. Mi dispiace" disse Maya, con tristezza.
Emmet e Stella ci guardavano dalla finestra. Probabilmente nemmeno sapevano cosa fosse una macchina. 
Immaginai che Campanellino si fosse spaventata per il rumore sentendoci arrivare e fosse andata a infilarsi 
sotto qualche mobile.
"Tutto bene, Maya?" chiese Al, piano. Era controvento e non l'avevo fiutato. Misi la testa fuori dal finestrino 
per farmi accarezzare.
"Oh, ciao, Al." Maya scese dalla macchina. "S, stavo solo... pensando."
"Ti ho vista arrivare."
"Gi."
"Ero venuto a vedere se ti serviva una mano."
"No, no. Sono stata a correre col cane."
Scesi dal sedile anteriore e, mentre mi accucciavo in giardino per fare i miei bisogni, fissai di proposito 
Emmet e Stella, che distolsero gli occhi, schifati.
"Ok." Al fece un respiro profondo. "Sei dimagrita, Maya."
"Cosa?" Lo fiss.
Al indietreggi, terrorizzato. "Non che prima fossi grassa, ho solo notato che, con i pantaloncini, le tue 
gambe sembrano molto magre." Emanava zaffate di sofferenza e fece per andarsene. "Meglio che vada."
"Grazie, sei stato molto carino" disse Maya.
Al interruppe la sua ritirata e drizz la schiena. "Secondo me, non hai pi bisogno di fare esercizio, sei 
perfetta cos come sei."
Maya rise, e poi anche Al. Scodinzolai per far credere ai gatti, seduti alla finestra, che io avevo capito la 
battuta e loro no.
Pi o meno una settimana dopo facemmo una delle cose che
mi piacevano di pi: andammo al parco, dove c'erano un sacco di altri cani, a lavorare con dei giocattoli. 
Appena Maya mi dava il comando, io strisciavo dentro un cunicolo e poi facevo su e gi sopra un'asse, che 
oscillava. Mi arrampicavo lentamente su una scala e le facevo vedere che ero capace di star seduta paziente 
su una trave stretta a mezzo metro da terra, sempre senza far caso agli altri cani.
Il nostro "cerca" consisteva nel trovare un uomo che aveva perso i calzini mentre vagabondava tra gli alberi. 
Maya sembrava impaziente, cos mi lanciai a gran velocit e continuai a correre anche quando la vidi tutta 
coperta di sudore. Ancora prima di trovarlo, capii che l'uomo era in cima a un albero, perch Wally aveva 
provato a fare lo stesso giochetto, ma ogni volta riuscivo a beccarlo sentendo il suo odore trasportato dalle 
correnti d'aria. Maya, per, era un po' confusa, vedendomi abbaiare alla base di un albero, dove non c'era 
traccia visibile dell'uomo. Mi sedetti paziente, alzando lo sguardo per fissare l'uomo che sorrideva dalla 
cima, finch anche lei non se ne accorse.
Quella sera ci fu una grande festa a casa di Marna. Tutti mi accarezzavano e mi chiamavano per nome.
"Ora che hai avuto il brevetto, hai bisogno di mangiare" disse Marna a Maya.
Suon il campanello: non succedeva quasi mai in quella casa, di solito la gente si limitava a entrare. Seguii 
Marna fino alla porta e quando l'apr sentii il suo cuore esultare. Era Al e porse dei fiori a Marna. Ricordavo 
che Ethan aveva dato dei fiori a Hannah ed ero un po' confuso perch ad Al piaceva Maya, non Marna, ma 
sapevo che non sarei mai riuscito a capire gli umani quando si trattava di certe cose.
Tutti fecero silenzio appena Al comparve nel giardino sul retro, dove erano sistemati i tavoli da picnic. Maya and da Al: sembravano tutti e due nervosi e Al pos per un attimo la sua bocca sul viso di lei. Poi Maya disse il nome di 
tutti, lui strinse le mani e ricominciarono a ridere e a chiacchierare.
Nei giorni successivi trovammo - e salvammo - due bambini che si erano allontanati dalle loro case, poi 
seguimmo le tracce di un cavallo per cercare una donna che era caduta e si era fatta male a una gamba. Mi 
torn in mente Fiamma che aveva scaricato Ethan in mezzo al bosco, e mi chiesi perch la gente perdeva 
tanto tempo con i cavalli, visto che chiaramente erano delle bestie inaffidabili.
Nel bosco trovammo anche un uomo vecchio, ma era morto. Mi metteva tristezza annusare il suo corpo 
freddo adagiato per terra, perch questo non era salvare le persone: Maya mi disse che ero stata brava, ma 
nessuno dei due aveva molta voglia di giocare col bastone.
Andammo a casa di Al, che aveva preparato a Maya una cena a base di pollo, poi tutti e due scoppiarono a 
ridere e mangiarono la pizza portata da un ragazzo. Diedi un'annusata ai pezzi di pollo che Al aveva messo in 
terra per me e li mangiai pi che altro per educazione, perch erano completamente incrostati di qualcosa che 
sapeva di fuliggine.
Pi tardi, quella sera, capii che Maya gli stava raccontando dell'uomo morto, perch provava la stessa 
tristezza. Anche io e Jakob avevamo trovato delle persone morte, ma lui non era mai veramente triste, come 
non sembrava veramente felice quando salvavamo le persone vive. Per lui era solo lavoro, non c'era posto 
per i sentimenti.
Un giorno facemmo un viaggio in elicottero, diretti a sud. Ripensai a quando avevano portato via Jakob ed 
ero felice di essere di nuovo un cane volante. Durante il viaggio Maya era al tempo stesso eccitata e a 
disagio. Certo, volare non era divertente come fare un giro in macchina, perch il rumore dell'elicottero mi dava noia alle orecchie.
Il luogo dove atterrammo era diverso da qualunque posto avessi mai visto. C'erano un sacco di cani e di 
poliziotti, e l'aria era piena del frastuono delle sirene e dell'odore di fumo. Molti edifici erano cadenti, alcuni 
col tetto crollato. Maya, dopo avermi messo il guinzaglio, mi guid per un labirinto di macerie. Ogni volta 
che arrivavamo davanti a una casa, degli uomini che ci avevano seguito la controllavano, poi Maya mi 
toglieva il guinzaglio ed entravo dentro, oppure mi teneva legata e facevamo "cerca" solo fuori dalla casa.
"Questa non  sicura, Ellie. Devo tenerti, cos non ci entri" mi diceva.
Uno degli uomini si chiamava Vernon e odorava di capre, il che mi fece ripensare a quando andavamo in 
citt con Ethan e Nonno. Fu una delle rare volte in cui pensai a Ethan mentre stavo lavorando: per fare 
"cerca" bisognava mettere da parte ogni altra cosa e concentrarsi solo sul lavoro.
Nelle ore che seguirono, trovammo quattro persone, tutte morte. Dopo la seconda, la mia eccitazione era 
completamente svanita: quando trovai la quarta persona, una giovane donna sdraiata sotto una catasta di 
mattoni, non avevo nemmeno voglia di avvertire Maya. Lei cap il mi0 stato d'animo e cerc di rassicurarmi, 
accarezzandomi e agitando l'osso di gomma, ma in quel momento me ne importava ben poco.
"Vernon, puoi farmi un piacere? Potresti nasconderti da qualche parte?" chiese. Io ero distesa, esausta, ai 
suoi piedi. "Nascondermi?" fece lui, dubbioso.
"Ha bisogno di trovare una persona VVA. Potresti nasconderti? In quella casa laggi, quella che abbiamo 
appena controllato. E quando ti trova, devi sembrare emozionato."
"Ehm, d'accordo."
Vidi che Vernon si allontanava, ma non ci feci molto caso. "Ellie, sei pronta? Pronta a trovare qualcuno?"
Mi alzai, senza entusiasmo. "Andiamo, Ellie!" disse Maya. La sua eccitazione suonava falsa, ma trotterellai 
verso una casa che avevamo gi ispezionato. "Cerca!" esclam.
Entrai nella casa e mi fermai, confusa. Ci eravamo appena stati, ma in quel momento mi sembr che l'odore 
di Vernon fosse pi intenso. Incuriosita, m'incamminai verso il retro della casa. S! In un angolo c'era un 
mucchio di coperte da cui proveniva, forte, l'odore di Vernon, un misto di sudore, calore e capre. Corsi 
indietro da Maya. "Dove!" mi incalz lei.
Mi segu di corsa e, quando sollev le coperte, Vernon salt su ridendo.
"Mi hai trovato! Brava, Ellie!" esclam, rotolandosi con me sulle coperte. Gli montai addosso leccandogli il 
viso e per un po' giocammo con l'osso di gomma.
Lavorammo tutta la notte e trovammo altre persone, oltre a Vernon, che erano sempre pi brave a 
nascondersi: ma io avevo lavorato con Wally e nessuno poteva ingannarmi a lungo. Tutti gli altri che 
trovammo erano morti.
Al sorgere del sole arrivammo davanti a un edifcio da cui usciva ancora un fumo acre e pungente. Mi 
avevano rimesso il guinzaglio. I miei occhi lacrimavano per via degli odori chimici che salivano dai muri 
crollati.
Trovai un uomo morto schiacciato sotto una parete e avvertii Maya.
"S, lo sappiamo," disse un tizio a Maya "ma ancora non possiamo tirarlo fuori, qualunque cosa ci sia in quei 
barili  tossico. Abbiamo bisogno di una squadra che venga a bonificare l'area."
C'erano dei fusti metallici da cui colava un liquido dall'odore
penetrante che mi faceva bruciare il naso. Mi concentrai su "cerca", senza far caso a quel tanfo.
"Ok, da brava. Andiamo da qualche altra parte, Ellie."
Trovato! Avevo sentito l'odore di un'altra persona e m'irrigidii, cercando di avvertirla. Era una donna e il suo 
odore era appena percettibile in mezzo al lezzo chimico che appestava l'aria.
"No, Ellie, dobbiamo lasciarlo qui. Su, vieni" fece Maya, tirando delicatamente il guinzaglio. "Dai, Ellie."
La avvertii di nuovo, irrequieta. Non potevamo andarcene!
Quella persona era viva.

23.
"S, Ellie, l'abbiamo trovato, ma per adesso dobbiamo lasciarlo qui. Su, andiamo" disse Maya.
Intuii che voleva andarsene: forse pensava che la stessi avvertendo della presenza di una persona morta?
"Vuole cercarmi un'altra volta?" chiese Vernon.
Alzai lo sguardo su Maya e la fissai: come potevo farglielo capire?
Maya si guard intorno. "Qui? No, troppo pericoloso,  tutto crollato. Per, sai che ti dico, magari le farebbe 
bene rincorrerti un po'. Allontanati e chiamala, io le tolgo il guinzaglio."
Non feci caso a Vernon che si allontanava a passo svelto. Ero troppo concentrata sulla persona nascosta tra le 
macerie. Sentivo l'odore della sua paura, anche se il tanfo pungente delle sostanze chimiche mi faceva 
pizzicare il naso, come quella volta con la puzzola. Maya mi slacci il guinzaglio. "Ellie? Dove va Vernon? 
Dove va?"
"Ehi, Ellie! Guarda!" url Vernon, correndo piano su per la strada. Lo guardai: mi sarebbe piaciuto giocare a 
rincorrerlo, ma avevo del lavoro da fare. Tornai verso l'edifcio crollato.
"Ellie! No!" esclam Maya.
Se fosse Stato Jakob a urlare "no", mi sarei bloccata all'istante, ma i comandi di Maya non avevano lo stesso tono severo.

Mi lanciai a testa bassa in uno spazio stretto proprio accanto al cadavere e cominciai a scavare. Sentii un 
bruciore alle zampe: era il liquido versato dai fusti. Il puzzo delle sostanze chimiche era cos intenso da 
cancellare tutto il resto. Ripensai a quando giocavamo a "salvami" con Ethan, a come riuscivo a ritrovarlo 
nelle profondit dello stagno seguendo solo la pi tenue traccia del suo odore.
Mezza soffocata, continuai a scavare il mio tunnel. Una folata d'aria fresca mi accarezz il muso e 
contorcendomi riuscii a infilarmi in un buco, che conduceva in uno stretto pozzo di ventilazione. In quel 
punto, una corrente ascensionale portava aria pulita, anche se le narici bruciavano ancora per l'acido che mi 
era caduto sul muso.
Dopo un istante vidi, in un angolo del pozzo, una donna rannicchiata che si premeva uno straccio sul viso. 
Mi guard, spalancando gli occhi.
Abbaiai, perch non ero in grado di tornare da Maya per avvertirla.
"Ellie!" mi chiam Maya, tossendo.
"Torna qui, Ellie" fece Vernon, in tono d'avvertimento.
Continuai ad abbaiare. "Ellie!" url di nuovo Maya: adesso sembrava pi vicina. L'aveva sentita anche la 
donna e cominci a gridare, con la voce strozzata dalla paura.
"C' qualcuno laggi! Vivo!" esclam Maya.
Rimasi seduta accanto alla donna ad aspettare e la sua paura si trasform in speranza quando dall'alto un 
uomo col casco e la mascherina sul viso illumin il pozzo con una torcia, puntando con la luce verso di noi. 
Mi lacrimavano gli occhi, il naso mi colava, tutto il muso bruciava per quella roba che ci era finita sopra. 
Poco dopo, tutt'intorno echeggi un rumore di gente che scavava e martellava, dopodich sopra le nostre teste si apr un quadrato di luce e un uomo si cal con una fune.
Evidentemente quella donna non era allenata a farsi sollevare con l'imbracatura: sembrava molto spaventata 
quando l'uomo, dopo averla legata, la tir su per il pozzo. Io invece, che avevo gi fatto pratica parecchie 
volte, m'infilai nel cappio senza esitare. Mi issarono attraverso il buco e trovai Maya lass che aspettava, ma 
quando mi vide il suo sollievo si tramut in preoccupazione.
"Oddio, Ellie! Che cos'hai fatto al naso?"
Corremmo fino a un camion dei pompieri, dove Maya, con mio grande disappunto, convinse un vigile del 
fuoco a farmi il bagno! In realt era pi che altro un risciacquo: l'acqua fredda mi scorreva sul muso portando 
un po' di sollievo al mio naso bruciacchiato.
Facemmo un altro viaggio in elicottero per andare dall'uomo nella stanza fresca, il veterinario, che mi 
esamin attentamente il naso e ci mise sopra della crema dall'odore terribile ma molto rinfrescante.
"Cos' stato, una specie di acido?" le chiese il veterinario.
"Non lo so. Crede che si rimetter?" Percepivo tutto il suo amore e la sua preoccupazione, e chiusi gli occhi 
mentre mi accarezzava il collo. Avrei voluto trovare un modo per farle capire che non mi faceva poi tanto male.
"Dovr visitarla, per controllare che non ci siano segni d'infezione, ma non vedo perch non dovrebbe 
guarire" le disse.
Nelle due settimane che seguirono, ogni giorno Maya mi spalmava delicatamente la crema sul naso. Emmet e 
Stella, che sembravano trovare tutta la faccenda molto divertente, stavano seduti sul bancone a fissarmi. 
Campanellino invece adorava quell'odore. Emergendo dai suoi nascondigli veniva da me ad annusare la 
crema, poi strofinava il muso contro il mio, facendo le fusa. Quando mi sdraiavo, lei si sedeva accanto a me e mi fiutava, facendo su e gi col suo nasino minuscolo. Prese addirittura l'abitudine di acciambellarsi addosso a 
me per dormire.
Fu un sollievo quando tornammo a lavorare: almeno non avrei pi avuto quei gatti tra i piedi. Arrivati al 
parco, corsi incontro a Wally e Belinda, che erano tutti emozionati nel vedermi.
"Ho saputo che ormai sei un'eroina, Ellie! Brava!"
Scodinzolai per l'eccitazione: s, un bravo cane! Poi Wally corse via, mentre Maya e Belinda sedevano a un 
tavolo da picnic.
"Allora, come va tra te e Wally?" chiese Maya. Mi sedetti, impaziente: se ci fossimo mossi subito, avrei 
trovato Wally in men che non si dica!
"Il quattro luglio mi porta a conoscere i suoi..." rispose Belinda.
"Fantastico!"
Emisi un borbottio sommesso, ascoltando tutte quelle chiacchiere. Gli umani sono in grado di fare cose 
stupefacenti, ma troppo spesso se ne stanno seduti l con le mani in mano, a dire parole su parole. "Gi, 
Ellie" disse Maya. Mi sdraiai, riluttante, guardando di proposito nella direzione in cui era andato Wally.
Dopo quello che sembr un secolo, finalmente andammo a cercare Wally. Partii tutta festosa, senza 
nemmeno dover rallentare perch ormai Maya riusciva benissimo a starmi dietro.
Wally era stato molto bravo a confondere le tracce! Alzai il naso, cercando di cogliere il suo odore. Nell'aria 
quel giorno c'erano poche fragranze a distrarmi, ma non riuscivo proprio a trovarlo. Corsi su e gi, tornando 
da Maya perch mi indicasse la direzione. Lei perlustr attentamente tutta l'area, ma quando non trovai 
traccia di Wally si spost in un altro punto e ricominciammo.
"Che ti succede, piccola? Ellie, stai bene?"
Stranamente, per quanto fosse sottovento, udii Wally ancora prima di fiutarlo. Camminava dritto verso di 
noi. Mi lanciai in avanti: quando il mio naso mi disse che era proprio lui tornai da Maya, che stava gi 
parlando con Wally, quasi gridando.
"Mi sa che non  giornata" diceva.
"Pare anche a me. Non l'avevo mai vista sbagliare, prima. Ehi, Ellie, tutto bene?" mi disse Wally. Giocammo 
per un po' con un bastone.
"Maya, facciamo cos. Cerca di distrarla. Io intanto vado su quella collinetta e mi nascondo. Dammi una 
decina di minuti" disse Wally.
"Sicuro?"
"Sono due settimane che non si allena, cominciamo con una cosa facile."
Mi ero accorta che Wally se ne stava andando, ma Maya mi aveva dato un osso di gomma e adesso cercava 
di togliermelo. Capii che si stava nascondendo di nuovo. Ero felice. Quando finalmente Maya grid 
"Cerca!", io partii, impaziente, nella direzione in cui l'avevo sentito andarsene.
Corsi in cima a una collinetta e mi fermai, incerta. Non capivo come facesse, ma in qualche modo Wally 
riusciva a cancellare ogni traccia del suo odore. Tornai da Maya per farmi dare indicazioni e lei mi mand a 
destra. Perlustrai tutta la zona avanti e indietro, col naso a terra.
Niente Wally.
Poi mi indirizz a sinistra. Anche l, nessuna traccia. Mi fece andare ancora verso sinistra, guidandomi fino 
alle pendici della collina. Trovai Wally solo quando ce l'avevo praticamente davanti al muso: sentendo che si 
muoveva, mi girai per andare ad avvertire Maya, ma non ci fu nemmeno bisogno di correre, perch era gi dietro di me.
"C' qualcosa che non va" disse. "Secondo il veterinario, a questo punto avrebbe dovuto essersi rimessa del tutto."
"Proviamo a darle un'altra settimana e vediamo se migliora" disse Wally. Sembrava triste, chiss perch, e 
gli feci una carezza col naso.
Nelle due settimane successive non lavorammo molto. Quando capitava, Wally continuava a ingannarmi, 
nascondendo il suo odore cos bene che lo sentivo solo quando me lo trovavo davanti.
"Cosa vuol dire che hanno tolto il brevetto a Ellie? Perderai il lavoro?" chiese Al una sera. Non avevo una 
gran passione per i piedi, ma lasciai che Al si togliesse le scarpe e mi accarezzasse col ditone, perch quel 
giorno puzzavano meno del solito.
"No, ma mi daranno un nuovo incarico. Ho passato le ultime settimane dietro una scrivania, non ho proprio 
la stoffa per quel genere di lavoro. Probabilmente far domanda per tornare di pattuglia" rispose Maya.
Al, senza farsi vedere, mi butt un pezzo di carne. Era il motivo principale per cui mi piaceva stare di fronte 
a lui, all'ora di cena. Lo raccolsi in silenzio con una passata di lingua, mentre Stella mi faceva gli occhiacci 
dal divano.
"Non mi piace che tu vada di pattuglia.  pericoloso."
"Albert" mormor Maya.
"E che ne sar di Ellie?"
Alzai gli occhi, ma non arriv altra carne.
"Non lo so. Non pu pi lavorare, il suo olfatto  troppo danneggiato. Deve andare in pensione. Rester con 
me. Vero, Ellie?"
Scodinzolai, felice nel sentirla pronunciare il mio nome con tanto affetto.
Dopo cena facemmo un viaggio in macchina fino all'oceano! Il sole stava tramontando: Al e Maya stesero 
una coperta tra due alberi e restarono l a parlare mentre le onde andavano e venivano sulla spiaggia.
" meraviglioso" disse Maya.
Immaginai che volessero giocare col bastone, la palla o qualcos'altro, ma ero legata e non potevo muovermi. 
Mi sembrava brutto lasciarli cos, senza niente da fare.
Mi girai verso Al: sembrava spaventato. Il suo cuore cominci a battere sempre pi forte, c'era in lui una 
sorta di energia nervosa, mentre continuava ad asciugarsi le mani sui pantaloni.
"Maya, dopo che ti sei trasferita qui... Per tanti mesi ho cercato delle scuse per parlarti. Sei cos bella."
Maya si mise a ridere. "Dai, Al, smettila. Macch bella!"
Dei ragazzi correvano nell'acqua lanciandosi un disco. Li guardai drizzando le orecchie, e ripensai a Ethan e 
al suo stupido flip. Mi chiedevo se Ethan avesse mai visto l'oceano, se avesse mai lanciato il flip tra le onde 
dove, con un pizzico di fortuna, sarebbe andato a fondo per non ricomparire mai pi.
Ethan. Quando aveva la stessa et dei ragazzi che giocavano nell'acqua, non faceva mai niente senza di me, 
se non andare a scuola. Mi piaceva lavorare, sentivo di avere uno scopo, ma c'erano dei giorni, come questo, 
in cui ripensavo a Ethan e avrei voluto soltanto essere di nuovo il suo cane citrullo.
Al era ancora spaventato e gli lanciai un'occhiata incuriosita: quella persistente sensazione di allarme mi fece 
distogliere lo sguardo dai ragazzi. Che pericolo c'era? Io non ne vedevo: eravamo completamente soli da 
quella parte del parco.
"Sei la donna pi bella del mondo" disse. "Io... io ti amo, Maya."
A quel punto anche Maya sembrava in ansia. Cosa stava succedendo? Mi alzai a sedere.
"Anch'io ti amo, Al."
"So di non essere ricco, e neanche un bell'uomo..." fece lui. "Oddio" sospir Maya.
"Ma ti amer per tutta la vita, se me lo permetterai." Al si gir, mettendosi in ginocchio sulla coperta. 
"Oddio, oddio..." fece Maya. "Vuoi sposarmi, Maya?" le chiese.

24.
Un giorno Maya, Marna, tutti i fratelli e le sorelle e gli altri membri della famiglia si radunarono in un grande 
edificio e rimasero in silenzio mentre io mostravo loro il nuovo trucco che avevo imparato: camminavo a 
passo lento e solenne lungo un percorso stretto, in mezzo a file di panche di legno, salivo dei gradini coperti 
da un tappeto e poi aspettavo pazientemente che Al togliesse qualcosa da una scatolina che portavo sul dorso. 
Quindi tutti si sedettero ad ammirarmi, mentre Maya e Al chiacchieravano di non so cosa. Maya indossava 
un vestito bianco tutto vaporoso: intuii che dopo non saremmo andati al parco a giocare, ma mi stava bene 
perch tutti sembravano felici vedendo quant'ero stata brava. Marna addirittura pianse dalla contentezza.
Poi andammo a casa di Marna. I bambini correvano da tutte le parti e mi diedero da mangiare un pezzo di torta.
Qualche mese dopo, andammo a vivere tutti in una nuova casa, con un cortile decisamente pi grande. C'era 
anche un garage, ma per fortuna a nessuno venne in mente di farmi dormire l. Al e Maya dormivano 
insieme. Non sembravano far caso se saltavo sul Ietto per stare con loro, ma sinceramente non c'era 
abbastanza spazio per farsi un buon sonno e poi ci salivano anche i gatti, quindi alla fine decisi di sdraiarmi 
per terra vicino al lato di Maya. Cos, se si alzava nel cuore della notte per andare da qualche  parte, potevo seguirla.
Piano piano capii che non saremmo pi andati a lavorare. L'unica spiegazione che mi venne in mente fu che 
ormai avevamo trovato tutte le persone che e erano da trovare, e poi Wally e Belinda non sembravano pi 
molto interessati a fare "cerca" con noi. Maya per mi portava ancora a correre e a volte veniva pure Al, 
anche se faceva fatica a starci dietro.
Perci fui molto sorpresa quando Maya, tutta emozionata, mi fece salire sul furgone e mi port a fare un 
viaggio in macchina. Pensavo che stessimo andando a lavorare, ma il suo umore era diverso, c'era meno 
urgenza.
Mi port in un grande edificio e disse che era una scuola. Ero confusa: per me la scuola era quando Ethan 
andava via, non un luogo, significava solo stare senza il bambino. Restai accanto a Maya mentre entravamo 
in una grande stanza piena di confusione e di bambini, che ridevano eccitati. Sedetti accanto a lei, osservando 
i bambini che facevano una gran fatica a restare fermi. Ripensavo a Ethan, a Chelsea e ai bambini del nostro 
quartiere, sempre pieni di energia.
Avevo una luce forte davanti agli occhi. Una donna disse qualcosa e trasalii quando tutti i bambini, maschi e 
femmine, batterono le mani. Scodinzolai, avvertendo la gioia collettiva dei piccoli.
Maya mi fece fare qualche passo in avanti e cominci a parlare, ma con una voce cos forte che sembrava 
venire da ogni angolo della stanza.
"Vi presento Ellie,  un cane da salvataggio in pensione. Come parte del programma extrascolastico volevo 
farvela conoscere e raccontarvi come ci ha aiutato a salvare tanti bambini che si erano smarriti. Voi sapete 
cosa fare se vi perdete?" disse

Maya. Io sbadigliai, chiedendomi cosa diavolo stesse succedendo.
Dopodich restammo l per mezz'ora a non far niente: Maya mi fece scendere dal palco e i bambini si misero 
in fila, avvicinandosi a piccoli gruppi per accarezzarmi. Alcuni mi abbracciavano con affetto, senza farsi 
problemi, altri restavano indietro un po' intimoriti. Scodinzolai per rassicurarli e quando una bambina mi 
porse esitante la mano, gliela leccai. La tir via con un gridolino, ma non era pi spaventata.
Non lavoravamo pi, ma ci capitava sempre pi spesso di fare scuola. A volte c'erano dei bambini molto 
piccoli, altre volte non erano affatto bambini ma persone vecchie, tipo Nonna e Nonno. Ogni tanto andavamo 
in posti pieni di odori chimici, dove c'erano persone sdraiate a letto che soffrivano, piene di dolore e di 
tristezza, e restavamo con loro finch la tristezza non svaniva almeno per un po'.
Capivo sempre quando stavamo per fare scuola, perch in quei giorni Maya passava un sacco di tempo a 
vestirsi. Quando non c'era scuola si vestiva in fretta e usciva tutta di corsa, mentre Al ridacchiava. Poi se ne 
andava anche lui e io restavo bloccata in casa con quegli stupidi gatti.
Anche se non avevo pi la crema sul naso, Campanellino continuava a starmi sempre intorno e a 
raggomitolarsi addosso a me quando facevo il pisolino. Per fortuna Al non era l per assistere a quelle scene: 
sarebbe stata un'umiliazione troppo grande. Al aveva molto affetto per me, ma i gatti non gli piacevano 
molto. Campanellino si nascondeva sempre da lui, Stella si avvicinava solo quando lui aveva qualcosa da 
mangiare, mentre Emmet di quando in quando gli andava incontro tutto impettito e poi si strusciava addosso 
a lui con fare altezzoso, come se avere peli di gatto sparsi sui pantaloni fosse qualcosa di cui vantarsi.



Era ormai qualche anno che facevamo scuola, quando Maya cambi la nostra routine. Eravamo in un posto 
chiamato "classe", pi pccola delle altre stanze in cui ero stata, con bambini che sembravano tutti pi o 
meno della stessa et. Erano molto piccoli e stavano seduti su delle coperte stese per terra. Mi sentivo un po' 
invidiosa: di solito a casa passavo il tempo a dormicchiare, non avevo pi l'energia di un tempo, quindi decisi 
che, se i bambini mi avessero lasciata sdraiare su una coperta insieme a loro, sarei stata pi che disposta ad 
accontentarli.
Maya chiam una bambina, che si avvicin tutta intimorita. Si chiamava Alyssa e mi abbracci. Quando le 
leccai la faccia, gli altri risero. Era una cosa che non avevamo mai fatto, dedicarci a un solo un bambino, e 
non capivo bene il perch di quel cambiamento.
La donna seduta alla grande scrivana, la maestra, disse: "Alyssa non ha mai conosciuto Ellie, ma se non 
fosse stato per lei, Alyssa non sarebbe mai nata".
A quel punto tutti vennero ad accarezzarmi: finalmente facevamo scuola sul serio! A volte erano un po' 
violenti e un bambino mi tir forte le orecchie, ma io lo lasciai fare.
Alla fine corsero tutti fuori, ma Alyssa rest indietro insieme alla maestra. Maya sembrava emozionata, cos 
aspettai speranzosa, poi entrarono in classe un uomo e una donna e Alyssa corse loro incontro.
L'uomo era Jakob.
Gli saltellai incontro festosa e lui si chin per grattarmi le orecchie.
"Ellie! Come stai? Guarda come sei invecchiata!"
La donna prese in braccio Alyssa. "Pap prima lavorava con Ellie, lo sapevi?"
"S" disse Alyssa.

Maya abbracci Jakob e la donna, che rimise gi Alyssa perch mi accarezzasse un altro po'.
Mi sedetti, guardando Jakob. Era molto diverso dall'ultima volta che l'avevo visto: la sua freddezza sembrava 
scomparsa. Mi resi conto che quella bambina doveva essere sua figlia e la donna era la madre di Alyssa. Ora 
aveva una famiglia ed era felice.
Ecco cosa c'era di diverso. Quando lo conoscevo io, Jakob non era mai felice.
"Mi fa piacere che siate nel programma extrascolastico" disse a Maya. "Un cane come Ellie ha bisogno di 
lavorare."
Sentii il mio nome e la parola "lavorare", ma non aveva senso: come facevo a trovare qualcuno, chiusa in 
quella stanza? Jakob era fatto cos, parlava sempre di lavoro.
Ero contenta di stare l vicino a lui e sentire tutto l'amore che irradiava guardando la sua famiglia. Mi sdraiai 
per terra, cos felice che decisi di fare un sonnellino.
"Ora dobbiamo andare a casa" disse la donna ad Alyssa.
"Pu venire anche Ellie?" chiese Alyssa. Tutti risero.
"Ellie" fece Jakob. Mi alzai a sedere. Lui si chin di nuovo, tenendomi il muso tra le mani. "Sei proprio un 
bravo cane, Ellie. Brava."
Sentire le sue mani ruvide sul pelo mi riport indietro a quando ero ancora un cucciolo e iniziavo a imparare 
qual era il mio lavoro. Scodinzolai, piena d'amore per quell'uomo. Ma ero felice insieme a Maya, su questo 
non avevo dubbi, cos quando ci salutammo nel corridoio io seguii lei senza pensarci un attimo, con le 
unghie che ticchettavano sul pavimento.
"Brava, Ellie" mormor Maya. "Sei stata felice di rivedere Jakob?"
"Ciao, Ellie!" mi salut Alyssa da lontano, con la vocina che
rimbombava per i corridoi silenziosi. Maya si gir e io feci lo stesso: l'ultima volta che vidi Jakob, stava 
prendendo in braccio la sua bambina, sorridendomi.
Quell'anno morirono sia Stella sia Emmet. Maya pianse ed era molto triste, e anche Al sembrava un po' gi. 
La casa era vuota senza di loro, e Campanellino, essendo ormai l'unico gatto, aveva continuamente bisogno 
di rassicurazioni: spesso, quando mi svegliavo dai miei pisolini, me la trovavo schiacciata addosso oppure - 
cosa ancora pi sconcertante - in piedi di fronte a me, che mi fissava. Non capivo tutto quell'attaccamento e 
sapevo bene che lo scopo della mia vita non era fare da madre a un felino, ma la cosa non mi creava troppi 
problemi e a volte le permettevo addirittura di leccarmi, solo perch si vedeva che le faceva piacere.
I giorni pi belli erano quelli di pioggia, anche se non capitavano di frequente: gli odori sembravano sgorgare 
dal suolo tutti insieme, come quando ero un cucciolo. Di solito capivo in anticipo se le nuvole fitte 
annunciavano pioggia. La mia mente tornava alla Fattoria, dove invece pioveva un sacco.
Ultimamente mi capitava sempre pi spesso di ripensare alla Fattoria e a Ethan. Ormai la vita nel Cortile 
sembrava tanto lontana, e con essa Svelto, Sorella e Coco, ma a volte mi svegliavo di soprassalto e alzavo la 
testa, credendo di aver sentito sbattere la portiera della macchina di Ethan, e aspettavo divederlo entrare 
chiamando il mio nome.
Un giorno sembrava che stesse per piovere da un momento all'altro. Eravamo a scuola in una classe dove i 
bambini stavano seduti sulle sedie e non sulle coperte. All'improvviso un lampo squarci le nubi e tutti 
fecero un salto ridendo, poi si voltarono verso la finestra per guardare il temporale che anneriva il cielo, 
mentre uno scroscio di pioggia iniziava a martellare l'edificio.
Fiutai l'aria: quanto avrei voluto che aprissero le finestre per lasciar entrare quelle fragranze profumate!
"Seduti, bambini" disse la maestra. .
Tutta un tratto la porta della classe si apr ed entrarono un uomo e una donna, entrambi fradici di pioggia. 
"Abbiamo perso Geoffrey Hicks" disse l'uomo. Sentendo la tensione nella sua voce, li guardai tutti e due, in 
allerta. Conoscevo bene quel senso di preoccupazione, un'emozione in cui mi ero imbattuta pi volte quando 
lavoravo. "Ha dieci anni" disse l'uomo a Maya.
I bambini cominciarono a parlare tutti insieme. "Silenzio!" ordin secca la maestra.
"Stavano giocando a nascondino, quando ha iniziato a piovere" disse la donna. "Ho detto a tutti di tornare 
dentro, ma Geoffrey non c'era. Toccava a lui nascondersi."
"Forse il cane..." prese a dire l'uomo.
Maya mi guard e mi tirai su a sedere. "Meglio chiamare il 911" disse. "Ormai sono otto o nove anni che 
Ellie  in pensione."
"La pioggia non laver via il suo odore? Sta venendo gi forte, l fuori" disse la donna. "Ho paura che 
quando manderanno un altro cane..."
Maya si morse un labbro. "Vi daremo una mano a cercarlo. Ma  meglio se chiamate la polizia. Dove 
pensate che possa essere andato?"
"C' un boschetto dietro al parco giochi. C' una palizzata, ma i bambini riescono a passarci in mezzo" disse 
l'uomo.
"Questo  il suo zaino, pu essere utile?" chiese la donna porgendo una borsa di tela.
Mentre correvamo per il corridoio, sentivo che Maya era tesa ed emozionata. Ma quando ci fermammo alla 
po^ *"., fu clta da un senso di sconfitta. "Guarda come piove" borbott. "Ok, ci sei, Ellie?" Abbass il viso per guardarmi negli occhi. "Ellie, piccola, sei pronta? Tieni, annusa questo."
Fiutai per bene la borsa di tela. Odorava di burro d'arachidi, cioccolato, matite colorate e di... una persona. 
"Geoffrey, Ge-offrey" disse Maya. "Ci sei?" Apr la porta e la pioggia invase il corridoio. "Cerca!"
Balzai fuori sotto l'acqua. Di fronte a me c'era la grande distesa bagnata del marciapiede, e lo percorsi avanti 
e indietro, con le unghie che raspavano per terra. Sentivo vagamente l'odore di tanti bambini, anche se la 
pioggia stava confondendo tutto. Maya usc correndo dalla scuola. "Qui, Ellie! Cerca qui!"
Battemmo tutta la strada fino alla palizzata: niente. Maya sembrava frustrata e spaventata mentre si 
trascinava sul terreno fangoso. In un punto la recinzione era piegata, ma non fiutai nessuna traccia del 
bambino. "Se fosse qui, lo sentiresti, vero? Geoffrey!" grid. "Geoffrey, vieni fuori, va tutto bene!"
Tornammo verso la scuola seguendo la recinzione, senza mai perdere d'occhio l'altro lato del cortile. Arriv 
una macchina della polizia con i lampeggianti accesi e Maya and a parlare con l'uomo al volante.
Io continuavo a fare "cerca Geoffrey". Non sentivo granch, ma sapevo che se mi concentravo come mi 
avevano insegnato, se stavo ben attenta, sarei riuscita a distinguere l'odore che avevo sentito sullo zaino, 
bastava non smettere di...
Eccolo. Avevo fiutato qualcosa e voltai la testa d scatto. C'era una piccola apertura nella recinzione, due pali 
in mezzo ai quali nessun adulto sarebbe riuscito a passare, ma sentivo l'odore di Geoffrey... Si era infilato l 
dentro.
Corsi da Maya per avvertirla. Tutta presa a parlare col poliziotto, all'inizio non fece caso a me, ma poi si 
volt con aria preoccupata. "Ellie? Dove!"
Corremmo sotto la pioggia fino ai due pali. Maya guard nella stretta apertura. "Venite!" grid, correndo 
lungo la recinzione verso l'ingresso della scuola. " uscito dal cortile della scuola!  dall'altra parte di questa 
palizzata!" url al poliziotto, che ci corse dietro.
Superata la recinzione, dopo aver fiutato Geoffrey sui due pali, riuscii a capire da che parte era andato. S, di 
qua!
Tutta un tratto l'odore svan. Dopo appena due passi in quella direzione, persi ogni traccia, anche se un 
attimo prima era stata chiarissima.
"Che succede?" chiese il poliziotto.
"Forse  salito su una macchina" disse Maya. Il poliziotto emise un lamento.
Abbassai il naso e l ritrovai la traccia. Tornai indietro, l'odore era sempre pi forte. Sulla strada l'acqua 
scorreva a formare un torrente che si gettava gorgogliando in un canale di scolo sotterraneo. Ficcai il muso 
nel buco e ignorai gli altri odori trasportati dall'acqua che scorreva impetuosa nel canale, concentrandomi sul 
mio olfatto.
Alzai gli occhi verso Maya.
"Oddio,  l!  nella fogna!" url Maya.
Il poliziotto tir fuori una torcia e la punt nel canale di scolo. Lo vedemmo tutti, nello stesso istante: il volto 
pallido di un bambino spaventato.

25.
"Geoffrey! Sta' tranquillo, ti tireremo fuori da l!" gli grid Maya. Senza far caso alla pioggia, si mise in 
ginocchio e allung un braccio verso di lui. L'acqua lo aveva spinto lontano dall'apertura stretta, era 
aggrappato al muro opposto: emanava un terrore cos forte che mi sentii accecare. Alle spalle di Geoffrey 
l'acqua si gettava con un ruggito in un tunnel nero. Sbuffando per la fatica, Maya si spinse pi avanti che 
poteva, ma non riusc a raggiungere il bambino.
Nell'asfalto, proprio sopra la testa di Geoffrey, c'era una botola di ferro circolare. Il poliziotto cerc di 
sollevarla con le dita, borbottando qualcosa. "Qui ci vuole una chiave inglese!" url. Pass la torcia a Maya 
e corse via, schizzando l'acqua con i piedi.
Geoffrey tremava dal freddo e quando Maya lo illumin con la torcia i suoi occhi sembravano spenti. Aveva 
il cappuccio della sottile cerata gialla tirato su, l'unica protezione dalla pioggia. "Geoffrey, resisti. Ti 
tireremo fuori da l, mi hai capito?"
Geoffrey non rispose.
Sentimmo avvicinarsi la sirena della polizia e dopo meno di un minuto la volante gir l'angolo slittando a 
tutta velocit, poi si ferm accanto a noi. Il poliziotto salt gi e corse ad aprire il bagagliaio.
"Stanno arrivando i pompieri!" url.
"Non c' tempo!" rispose Maya, gridando. "Sta scivolando nell'acqua!"
Il poliziotto tir fuori dal bagagliaio una sbarra di ferro piegata. "Geoffrey, resisti, non mollare la presa!" 
strill Maya. Il poliziotto prese a trafficare con l'attrezzo sulla botola di ferro. Seguii Maya e mi affacciai a 
guardare, e in quel momento, mentre spostavano la botola, vidi uno scroscio di acqua mista a fango cadere 
sul viso di Geoffrey. Alzando una mano per asciugarsi la faccia, Geoffrey moll la presa e cadde nell'acqua. 
Sollev per un istante lo sguardo su di noi, prima di essere inghiottito nel tunnel.
"Geoffrey!" url Maya.
Dovevo salvarlo: senza un attimo di esitazione mi tuffai a testa bassa dietro di lui. Non feci in tempo a 
entrare nell'acqua che la forza violenta della corrente mi trascin nel tunnel e mi misi a nuotare in quella 
direzione.
L dentro era buio pesto. Mentre andavo su e gi, trasportata dalla corrente, colpii con la testa il cemento 
sopra di me. Non ci feci caso: ero troppo concentrata su Geoffrey, nell'oscurit davanti a me, che lottava in 
silenzio per salvarsi. La sua traccia era debole, ma la sentivo scomparire e riaffiorare in quelle acque mortali.
A un tratto fui tirata verso il basso e cominciai a girare su me stessa nel buio pi completo, sbattendo da tutte 
le parti: il tunnel confluiva in una grande galleria, dove l'acqua era pi profonda e il rumore pi fragoroso. 
Avendo individuato la traccia di Geoffrey, nuotai sempre pi forte. Non riuscivo a vederlo, ma sapevo che 
era a pochi metri davanti a me.
Un attimo prima che finisse con la testa sott'acqua, capii cosa stava per succedere: quante volte Ethan aveva usato lo stesso trucco con me, aspettando che mi avvicinassi per tuffarsi nello stagno? E come allora sapevo sempre 
dove trovare il bambino nelle profondit oscure, cos anche adesso percepivo chiaramente la presenza di 
Geoffrey, proprio sotto di me. Mi immersi, accecata e sballottata dalla forte corrente, e un attimo dopo 
stringevo il suo cappuccio tra i denti. Risalimmo insieme verso la superficie.
Non c'era modo di andare in un'altra direzione se non dove ci portava la corrente. L'importante era tenere la 
testa di Geoffrey fuori dall'acqua, stringendolo per il cappuccio. Era vivo, ma aveva smesso di dibattersi.
Sui muri di cemento balen una debole luce che veniva dall'alto: il tunnel in cui ci trovavamo era quadrato e 
largo due metri, senza uscite laterali. Come avrei fatto a salvare Geoffrey?
Mentre la luce si faceva pi forte, fui assordata da un forte rimbombo di fronte a noi. La corrente sembrava 
accelerare. Senza mollare mai il cappuccio di Geoffrey, sentii che stava per succedere qualcosa.
Ci ritrovammo fuori alla luce: ruzzolammo gi per un canale di cemento fino ad atterrare con un tonfo in un 
fiume dalle acque rapide. Sbattuta qua e l dalle onde, cercai di tenere entrambi in superfcie. Gli argini del 
fiume erano di cemento e provai a trascinare Geoffrey verso la riva pi vicina, ma la corrente si opponeva 
riportandoci indietro. Spossata, con la bocca e il collo che mi facevano male per lo sforzo, tirai Geoffrey 
verso l'argine, nuotando pi forte che potevo.
In quel momento vidi dei lampi di luce e uomini in impermeabile che correvano verso valle. La corrente mi 
avrebbe trascinato oltre prima che riuscissi a portare Geoffrey in salvo.
Due uomini si tuffarono nel fiume. Erano legati insieme con una fune che arrivava fino a riva, dove altri tiravano facendo forza con le braccia. I due uomini, con l'acqua fino alla vita, si allungarono per afferrarci e io mi diressi 
verso di loro raccogliendo tutte le forze che mi rimanevano.
"Preso!" disse uno, quando io e Geoffrey andammo a sbattere contro di lui. Mi strinse per il collare mentre 
l'altro uomo sollevava Geoffrey fuori dall'acqua. La corda si tese e tutti insieme fummo trascinati in salvo, 
fuori dalla corrente.
Una volta a terra, l'uomo mi liber e si mise in ginocchio accanto a Geoffrey. Schiacciarono il suo corpicino 
finch non vomit un fiotto di acqua marrone, tossendo e piangendo. Mi avvicinai al bambino zoppicando: 
quando sentii la sua paura che si dissolveva, anche la mia scomparve. Era salvo.
Gli tolsero i vestiti e lo avvolsero nelle coperte. "Andr tutto bene, figliolo. Andr tutto bene.  il tuo cane? 
Ti ha appena salvato la vita." Geoffrey, senza rispondere, mi guard per un attimo negli occhi.
"Andiamo!" disse uno degli uomini. Trasportarono di corsa Geoffrey su per la collina, fino a un furgone che 
part con le sirene accese.
Mi accasciai nel fango. Le mie zampe erano scosse da violenti spasmi e anch'io vomitai, straziata da fitte di 
dolore. Mi sentivo cos debole che non ci vedevo pi. Restai l, immobile, sotto le raffiche di pioggia gelata.
Una macchina della polizia si ferm davanti a me e spense la sirena. Sentii chiudere le portiere. "Ellie!" 
grid Maya dalla strada. Alzai la testa, troppo stanca perfino per scodinzolare. Corse disperata gi fino alla 
riva, asciugandosi le lacrime dal viso. Era bagnata fradicia, ma quando mi strinse al petto sentii tutto il suo 
amore e il suo calore. "Ellie, brava, hai salvato Geoffrey. Sei stata bravissima. Oddio, Ellie, credevo di averti 
perso."
Passai la notte dal veterinario e nei giorni successivi ero cos
indolenzita che riuscivo a malapena a muovermi. Poi facemmo scuola, ma stavolta erano tutti adulti, dell'et 
di Maya. Ci mettemmo a sedere sotto a delle luci forti che ci accecavano mentre un uomo parlava, con la 
voce che rimbombava. Dopodich venne da me e mi mise un assurdo collare intorno al collo. A quel punto 
delle luci ancora pi forti, che sembravano lampi silenziosi, cominciarono a esplodere intorno a noi. L'uomo 
appunt qualcosa sull'uniforme di Maya e tutti batterono le mani. Percepivo amore e orgoglio da parte di 
Maya e quando mi sussurr che anch'io ero brava fui orgogliosa.
Non molto tempo dopo, la casa fu scossa da nuove sensazioni. Maya e Al erano eccitati e nervosi, e 
passavano un sacco di tempo a tavola a parlare.
"Se  un maschio, potrebbe essere Albert, no?" chiese Al. " un bel nome."
" un nome fantastico, amore, ma poi come lo chiameremmo? Sei tu il mio Albert, il mio Al."
"Potremmo chiamarlo Bert."
"Tesoro..."
"E allora come vuoi chiamarlo? Nella tua famiglia siete cos tanti che i nomi saranno gi tutti presi. Non 
possiamo chiamarlo n David, n Michael, n John, n Richard..."
"Che ne dici di Troy?"
"Troy? Vuoi chiamare mio figlio Troy? Forse non dovrei far scegliere il nome a una donna che ha chiamato 
il suo gatto Campanellino."
Il gatto, che stava dormendo accanto a me, non alz nemmeno la testa quando dissero il suo nome. I gatti 
sono fatti cos: non puoi avere la loro attenzione, a meno che non siano loro a concedertela.
Maya rise. "Che ne dici di Charles?"
"Charley? No, il mio primo capo si chiamava Charley" obiett Al.
"Anthony?"
"Non hai un cugino di nome Anthony?"
"Si chiama Antonio" lo corresse Maya.
"Be', non mi piace. Ha dei baffi assurdi."
Maya rideva a crepapelle. Agitai appena la coda, per partecipare alla loro allegria.
"George?"
"No."
"Max?"
"No."
"Ethan?"
Saltai su. Al e Maya mi guardarono, sorpresi. "Mi sa che a Ellie piace" disse Al.
Li osservai reclinando il capo, dubbiosa. Campanellino mi lanci uno sguardo contrariato. Trotterellai verso la porta, alzando il naso.
"Che succede, Ellie?" chiese Maya.
Non c'era traccia del bambino e mi chiesi se avevo sentito bene. Fuori passarono dei ragazzini in bicicletta, 
ma nessuno di loro era Ethan. Cosa avevo creduto, che Ethan sarebbe ricomparso all'improvviso nella mia 
vita, come Jakob? L'istinto mi diceva che ai cani cose del genere non succedevano. Eppure avevano detto il 
suo nome, o no? Perch?
Andai da Maya per farmi rassicurare e mi rimisi a terra sospirando. Campanellino si acciambell su di me e 
io, un po' imbarazzata, cercai di evitare lo sguardo comprensivo di Al.
Qualche tempo dopo arriv una persona nuova a casa: la piccola Gabriella, che odorava di latte andato a 
male e sembrava ancora pi inutile del gatto. Quando port la bambina a casa,

Maya mi avvicin Gabriella con cautela per farmela annusare, ma non restai molto impressionata. Da quel 
momento, Maya si alzava pi volte ogni notte e io la seguivo, e poi si stringeva Gabriella al petto mentre ero 
sdraiata ai suoi piedi. In quei momenti, l'amore sconfinato che sentivo in Maya mi cullava in un sonno 
profondo e sereno.
Ormai conoscevo bene i dolori alle ossa, ci ero gi passata quand'ero Bailey e trascorrevo la maggior parte 
del tempo con Nonno a fare i lavoretti. Iniziavo a perdere la vista, i suoni si facevano attutiti: anche questo 
l'avevo gi provato.
Mi chiedevo se Maya sapesse che presto sarebbe arrivato il giorno in cui avrei dovuto lasciarli. Era 
ragionevole pensare che sarei morta, proprio com'erano morti Emmet e Stella, perch cos andavano le cose.
Mentre sonnecchiavo sotto il sole riflettendo su quell'eventualit, mi resi conto che avevo trascorso una vita 
da bravo cane. Quello che avevo imparato dalla mia prima madre mi aveva portato a Ethan e ci che avevo 
imparato da Ethan mi aveva * permesso di tuffarmi nelle acque scure per salvare Geoffrey. Nel frattempo, 
Jakob mi aveva insegnato a fare "cerca" e io mi ero impegnata per salvare molte persone.
Doveva essere per questo che, dopo aver lasciato Ethan, ero rinata come Ellie: tutto quello che avevo fatto, 
tutto ci che avevo imparato mi aveva portato a diventare un bravo cane che salvava la gente. Non era 
divertente come essere un cane citrullo, ma adesso sapevo perch quelle creature, gli esseri umani, mi 
avevano tanto affascinato dal primo momento in cui li avevo visti. La mia vita era indissolubilmente legata a 
loro. Soprattutto a Ethan: quello era stato il legame pi forte della mia esistenza.
Ora che avevo raggiunto il mio scopo, sapevo di essere giunta al termine, dopo questa non ci sarebbero state altre rinascite e mi sentivo in pace. Per quanto potesse essere meravigliosa la vita da cucciolo, non volevo condividerla con nessun altro che non fosse il mio bambino. Maya e Al avevano la piccola Gabriella a cui badare e ormai in famiglia ero diventata una sorta di pensiero secondario. Tranne che per Campanellino, ovviamente, per cui la 
famiglia ero io.
Per un istante mi chiesi se anche ai gatti capitasse di tornare dalla morte, ma poi capii che non era possibile: 
da quel che avevo visto, i gatti non avevano alcuno scopo nella vita.
Successe una cosa imbarazzante: non riuscivo pi a trattenere i miei bisogni e sempre pi spesso mi capitava 
di farli in casa. La cosa peggiore era che anche Gabriella sembrava avere lo stesso problema e cos spesso il 
bidone della spazzatura era pieno dei nostri escrementi.
Facemmo molti viaggi in macchina - io, ovviamente, seduta davanti - per andare dal veterinario, che mi 
accarezzava dappertutto mentre io mugolavo di piacere. "Sei brava, stai solo invecchiando" mi diceva Al. Io 
scodinzolavo, sentendomi dire che ero brava. Dal momento che Maya era sempre indaffarata con Gabriella, 
adesso passavo pi tempo con Al, ma mi stava bene. Ogni volta che mi aiutava a montare in macchina 
percepivo tutto il suo tenero affetto.
Un giorno Al dovette portarmi in giardino per fare i miei bisogni. Sentivo che era triste, perch aveva capito 
cosa significava tutto questo e per rassicurarlo gli leccai la faccia e gli appoggiai la testa in grembo quando si 
sedette sul portico a piangere.
Maya, tornata a casa, port fuori la bambina e ci mettemmo tutti insieme sul portico. "Sei stata proprio un 
bravo cane, Ellie" non faceva che dirmi. "Sei un'eroina. Hai salvato tante vite. Hai salvato Geoffrey."
Venne una vicina a prendere Gabriella. Maya si chin sulla
sua bambina con amore, sussurrandole qualcosa nell'orecchio. "Ciao ciao, Ellie" disse Gabriella. Mi porse la 
manina e la signora si abbass perch gliela potessi leccare.
"Fai ciao" disse la donna.
"Ciao ciao" fece di nuovo Gabriella e la signora la port dentro casa.
" cos difficile, Al" sospir Maya.
"Lo so. Se vuoi, posso farlo io per te, Maya" le disse Al.
"No, no, voglio esserci, per Ellie."
Al mi sollev con attenzione e mi port in macchina. Maya sal sul sedile posteriore insieme a me.
Avevo capito dove stavamo andando. Con un lamento, piena di dolori in tutto il corpo, mi lasciai cadere sul 
sedile, la testa sulle gambe di Maya. Sapevo dove mi stavano portando e non vedevo l'ora di raggiungere 
quella pace. Chiusi gli occhi, mentre Maya mi accarezzava. Mi chiesi se c'era qualcosa che avrei voluto fare 
un'ultima volta: giocare a "cerca"? Nuotare nell'oceano? Mettere la testa fuori dal finestrino? Erano tutte 
cose meravigliose, ma le avevo fatte, ormai, e questo bastava.
Scodinzolai quando mi adagiarono sul familiare tavolo d'acciaio. Maya, piangendo, mormorava ancora e 
ancora: "Sei un bravo cane". Furono le sue parole, insieme alla percezione del suo amore, che portai con me 
quando, dopo aver sentito una lieve puntura al collo, sprofondai nelle calde, meravigliose acque dell'oceano.

26.
Mia madre aveva il muso largo e nero, la lingua calda e rosa. La fissai inebetito, quando mi resi conto che era 
successo di nuovo: mi sembrava impossibile, non dopo Ellie.
Avevo otto fratelli, tra maschi e femmine, tutti giocosi e pieni di vita. Per la maggior parte del tempo, per, 
preferivo gironzolare da solo, chiedendomi perch ero di nuovo un cucciolo.
Stavamo tutti insieme in un canile ben tenuto, col suolo di cemento. Un uomo veniva a pulirlo due volte al 
giorno e ci lasciava uscire in cortile a scorrazzare nell'erba. Altri uomini e donne stavano con noi ogni tanto e 
ci prendevano in braccio per guardarci le zampe. Per quanto fossero allegri e gentili, nessuno emanava quella 
sensazione d'amore speciale che avevo provato con Ethan, Maya e Al.
"Complimenti, proprio una bella cucciolata, colonnello" disse uno di loro, sollevandomi per aria. "Ci far un 
sacco di soldi."
"Sono un po' preoccupato per quello l che ha in mano" rispose l'altro. Odorava di fumo e, dal modo in cui 
mia madre lo accolse quando entr nella gabbia, capii che doveva essere il padrone. "Mi sembra un po' 
deboluccio."
"L'ha portato dal veterinario per fargli dare un'occhiata?" L'uomo che mi teneva mi gir sulla schiena e mi infil le dita 
in bocca per scoprirmi i denti. Glielo lasciai fare senza opporre resistenza: volevo solo che mi lasciassero in pace.
"Sembra non abbia niente che non va.  solo che sta sempre per conto suo e non fa che dormire" rispose 
l'uomo chiamato Colonnello.
"Be', non possono essere tutti dei campioni" disse il primo tizio rimettendomi a terra.
Sentii che il Colonnello era scontento, mentre mi guardava Irotterellare via. Non avevo idea di cosa potessi 
aver fatto di male, ma immaginavo che non sarei rimasto a lungo in quel posto. Se le esperienze passate mi 
avevano insegnato qualcosa, era che la gente che aveva una cucciolata di cani in genere non li amava 
abbastanza per tenerli con s.
E invece mi sbagliavo. Qualche settimana dopo, la maggior parte dei miei fratelli e sorelle erano stati portati 
via ed eravamo rimasti solo in tre. Percepivo la rassegnata tristezza della mia nuova madre che, pur avendo 
smesso di allattarci, abbassava ancora il naso con affetto quando uno di noi si avvicinava per" leccarle il 
muso. Evidentemente doveva esserci gi passata.
Vennero altre persone, nei giorni che seguirono, per guardarci e giocare con noi: ci mettevano dentro cassette 
imbottite, ci agitavano delle chiavi davanti al naso oppure lanciavano delle palline per vedere cosa avremmo 
fatto. Non mi pareva un modo molto intelligente di comportarsi con dei cuccioli, ma sembravano tutti molto 
seri.
"Sono parecchi soldi, per una bestia cos piccola" fece notare un uomo al Colonnello.
"Il padre  stato due volte campione nazionale, la madre si  classificata per sei volte di fila ai primi posti 
nelle competizioni statali e ha vinto due volte. Credo che li valga tutti" disse il Colonnello.
Si strinsero la mano. A quel punto restavamo solo io, mia madre e una sorella, che avevo ribattezzato 
Saltarella perch mi balzava sempre addosso credendo che non me l'aspettassi. Ora che anche l'altro fratello 
se n'era andato, Saltarella non mi dava un attimo di tregua e mi trovai costretto a fare la lotta, quantomeno 
per difendermi. Il Colonnello si accorse del mio atteggiamento pi energico e sembr in qualche modo 
sollevato.
Poi anche Saltarella se ne and, portata via da una donna che odorava di cavalli. Restai solo, ma devo 
ammettere che mi trovavo meglio cos.
"Mi sa che dovr abbassare il prezzo" osserv il Colonnello qualche giorno dopo. "Maledizione." Non alzai 
neppure la testa n corsi da lui per convincerlo a non essere deluso da me: lo era, si capiva fin troppo bene.
Per dirla tutta, ero scoraggiato. Non riuscivo proprio a capire cosa mi stesse succedendo, perch ero di nuovo 
un cucciolo? La sola idea di dover passare un'altra volta attraverso tutta la fase dell'addestramento, di dover 
imparare a fare "cerca" con qualcun altro che non fosse Maya n Jakob mi faceva disperare. Mi sentivo un 
cane cattivo.
Quando delle persone venivano a trovarmi non correvo da loro, nemmeno quando c'erano dei bambini: non 
volevo altri bambini. Ethan era l'unico che mi sarebbe mai interessato.
"Cos'ha che non va,  malato?" sentii un uomo chiedere, un giorno.
"No, gli piace stare per conto suo, tutto qui" rispose il Colonnello.
L'uomo entr nella gabbia e mi prese in braccio. Aveva gli occhi azzurro chiaro e mi guardava con dolcezza. 
"Sei un tipo tranquillo, eh?" mi chiese. Sentivo una certa premura in lui e non so come capii che quel giorno 
avrei lasciato il canile. Mi
avvicinai alla mia ultima madre e le diedi una leccata d'addio sul muso. Anche lei sembrava averlo capito e 
ricambi con una strofinata di naso.
"Le do centocinquanta" disse l'uomo con gli occhi azzurri. Il Colonnello sembrava sorpreso.
"Cosa? Ma questo cane ha un pedigree..."
"S, ho letto l'annuncio. Senta,  per la mia ragazza. Non lo porter a caccia, vuole soltanto un cane. Prima ha 
detto che era disposto a trattare. Allora, mi faccia capire: se lei ha un cucciolo di quattro mesi e di mestiere fa 
l'allevatore di cani, ci sar un motivo se questo non lo vuole nessuno. E credo che nemmeno lei lo voglia. 
Potrei benissimo andare al negozio di animali e prendermi un Labrador per quaranta dollari. Visto che questo 
ha il pedigree e tutto, posso arrivare a centocinquanta. Non mi pare che facciano la fila per comprarlo."
Poco dopo l'uomo mi fece salire sul sedile anteriore della sua macchina. Strinse la mano al Colonnello, che 
mi lasci andare senza nemmeno una carezza. L'uomo porse al Colonnello un piccolo pezzo di carta. "Se 
cerca una macchina di lusso a un prezzo abbordabile, mi faccia uno squillo" disse con tono allegro.
Esaminai il mio nuovo padrone. Mi piaceva che mi facesse stare sul sedile davanti, ma quando mi guard 
non vidi alcun affetto in lui, solo completa indifferenza.
Presto scoprii il perch: non sarei vissuto con quell'uomo che, venni a sapere, si chiamava Derek. La mia 
nuova casa era con una donna di nome Wendi, che inizi a saltare e a strillare appena Derek mi port dentro. 
Wendi e Derek cominciarono subito a fare la lotta e cos ebbi modo di esplorare il mio nuovo appartamento. 
C'erano un sacco di scarpe e vestiti sparsi dappertutto, e scatole piene di cibo rinsecchito appoggiate su un
tavolino davanti al divano. Le ripulii tutte con la lingua.
Non percepivo alcun affetto per Wendi da parte di Derek, nemmeno quando la abbracci prima di andarsene. 
Ogni volta che Al usciva di casa, sentivo in lui un'ondata d'amore per Maya che mi faceva scodinzolare, ma 
quest'uomo era diverso.
L'amore di Wendi per me fu istantaneo ma confuso, un guazzabuglio di emozioni che non riuscivo a 
decifrare. Nei giorni successivi mi chiam con un sacco di nomi: Orsetto Pooh, Google, Snoopy, Leno e 
Pistacchio. Poi di nuovo Orsetto Pooh, finch alla fine non si decise per Orsetto, con tutte le varianti del 
caso: Orsetto Barry, Orsetto Cosetto, Orso Coccoloso, Tenerorso e Magicorso. Mi prendeva in braccio e mi 
baciava dappertutto, mi strizzava come se non ne avesse mai abbastanza, finch non suonava il telefono: 
allora mi mollava per andare a rispondere.
Ogni mattina rovistava tra le sue cose, in preda all'ansia, dicendo: "Sono in ritardo, sono in ritardo!", 
dopodich usciva di corsa e mi lasciava tutto il giorno da solo ad annoiarmi a morte.
Metteva dei giornali per terra, ma non ricordavo bene se avrei dovuto farci la pip sopra o scansarli: 
nell'incertezza, facevo un po' tutte due le cose. I denti mi facevano cos male che avevo la bava alla bocca, 
cos mi misi a masticare un paio di scarpe: quando Wendi le vide cominci a strillare come un'aquila. Certe 
volte si dimenticava di lasciarmi da mangiare e allora non avevo altra scelta che infilarmi nella spazzatura, e 
questo provocava altre urla.
Da quel che potevo vedere, la vita con Wendi non aveva il minimo scopo. Non facevamo addestramento, non 
andavamo neppure a passeggio: si limitava ad aprire la porta per lasciarmi correre in giardino di notte, quasi 
mai di giorno, e ogni volta sembrava spaventata, come se stessimo facendo qualcosa di sbagliato. Ero cos frustrato e pieno di energia repressa che iniziavo ad abbaiare, a volte per ore intere, mentre i miei latrati rimbombavano sui muri.
Un giorno bussarono forte alla porta. "Orsetto, vieni qui!" sibil Wendi. Mi chiuse in camera sua, ma sentii 
che di l cera un uomo e dalla voce sembrava arrabbiato.
"Non  permesso tenere cani! C' scritto nel contratto!" Drizzai il capo alla parola "cane", chiedendomi se 
fossi io la causa della sua ira. Per quanto ne sapevo, non avevo fatto niente di male, ma in quella casa di 
matti le regole erano tutte diverse, quindi chi poteva dirlo?
La mattina dopo, quando Wendi usc per andare al lavoro, contrariamente alle sue abitudini mi chiam e mi 
fece sedere. Non sembr per nulla impressionata vedendo che ero capace di sedere a comando senza che 
nessuno me l'avesse insegnato. "Senti, Orsetto Cosetto, non devi abbaiare mentre sono via, capito? O mi 
metterai nei guai con i vicini. Non si abbaia, chiaro?"
Sentivo una vaga tristezza aleggiare intorno a lei. Mi chiesi perch. Forse anche lei si annoiava, tutto il giorno da sola. Perch non mi portava con s? Io adoravo fare viaggi in macchina. Abbaiai tutto il pomeriggio per sfogare l'energia repressa, ma non masticai nemmeno una scarpa.
Uno o due giorni pi tardi, Wendi apr con una mano, mentre con l'altra strappava un foglio di carta attaccato 
alla porta. Corsi da lei, con la vescica che mi scoppiava, ma non mi lasci uscire. Guard il foglio di carta e 
cominci a urlare, infuriata. Non restandomi altra scelta, feci i miei bisogni sul pavimento della cucina, e lei mi picchi sul didietro col palmo della mano e apr la porta.
"A questo punto puoi anche uscire, tanto lo sanno tutti che sei qui" borbott. Terminai di fare i miei bisogni in giardino. Mi dispiaceva di aver sporcato in cucina, ma proprio non sapevo cos'altro fare.
Il giorno dopo, Wendi dorm fino a tardi, poi montammo in macchina e facemmo un viaggio lungo lungo. 
Dovevo stare dietro, per via di tutte le cose ammucchiate sul sedile davanti, ma abbass il finestrino per 
farmi mettere il naso fuori. Ci fermammo nel vialetto di una piccola casa, con il cortile pieno di veicoli di 
vario genere. Dall'odore capii che erano fermi l da un sacco di tempo. Alzai la gamba per marcare il territorio.
Una signora anziana apr la porta.
"Ciao, mamma" disse Wendi.
"Questo? Ma  enorme. Avevi detto che era un cucciolo."
"Ci sar un motivo se l'ho chiamato Orsetto."
"Non  possibile."
"Mamma! Non ho altra scelta. Mi hanno dato un avviso di sfratto!" strill Wendi, arrabbiata.
"E perch l'hai preso, allora?"
"Era un regalo di Derek! Cosa avrei dovuto fare, ridarglielo?"
"Perch ti ha regalato un cane, se in casa tua non puoi tenerlo?"
"Perch gli avevo detto che lo volevo, va bene? Contenta? Ho detto che volevo un cane. Dio santo."
I sentimenti che le due donne nutrivano luna per l'altra erano cos complicati che non riuscivo proprio a 
decifrarli. Passammo la notte in quella minuscola casa, entrambi un po' spaventati: un uomo di nome Victor 
torn quando era gi buio, cos pieno di rabbia da sembrare pazzo. Mentre io e Wendi dormivamo in un letto 
stretto stretto, in una stanzetta cadente sul retro, sentii Victor dall'altra parte della casa che urlava.
"Non ce lo voglio un cane, qui!"
" casa mia e faccio come mi pare!"
"E cosa ce ne facciamo di un cane?"
"Che domanda imbecille! Cosa se ne fa uno di un cane?"
"Zitta, Lisa. Sta' zitta."
"Andr tutto bene, Orsettolo. Non lascer che ti succeda niente" mi sussurr Wendi. Era cos triste che le 
leccai il viso per rassicurarla, ma serv solo a farla piangere.
Il mattino dopo, le due donne erano fuori e parlavano davanti alla macchina. Annusai il bordo della portiera, 
aspettando che mi facessero montare. Prima ce ne andavamo da quel posto e meglio era.
"Dio, mamma, come fai a sopportarlo?" disse Wendi.
"Non  cos male. Sempre meglio di tuo padre."
"Non cominciare."
Restarono in silenzio per un minuto, mentre io fiutavo l'aria che portava con s l'aroma acre della spazzatura 
accatastata vicino a casa: un profumo delizioso. Un giorno o l'altro non mi sarebbe dispiaciuto andare a 
razzolare un po' da quelle parti.
"Chiamami, quando arrivi a casa" disse infine la donna pi anziana.
"S, mamma. E tu prenditi cura di Orsetto."
"S." La donna si mise una sigaretta in bocca e l'accese, sbuffando fuori il fumo.
Wendi si inginocchi accanto a me. La sua tristezza era cos forte e familiare che capii subito cosa stava per 
succedere. Mi accarezz il muso dicendo che ero un bravo cane, poi apr la portiera e s'infil dentro senza 
farmi salire. Guardai la macchina andarsene: me l'aspettavo, ma non capivo che cosa avevo fatto. Se ero 
davvero un bravo cane, perch la mia padrona mi abbandonava?
"E adesso, come facciamo?" borbott la donna accanto a me, facendo un tiro di sigaretta.

27.
Nelle settimane successive, imparai a stare alla larga da Victor. Di solito era facile, perch mi tenevano 
legato con una catena a un palo nel cortile sul retro e Victor non si avvicinava mai. Lo vedevo spesso, seduto 
vicino alla finestra di cucina, che fumava e beveva. A volte, di notte, usciva in cortile per fare pip, e quelle 
erano le uniche occasioni in cui mi rivolgeva la parola. "Cos'hai da guardare, cane?" mi gridava. Non c'era 
mai allegria nelle sue risate.
Le giornate si facevano pi calde e per avere un po' di ombra tirai su un monticello di terra tra la palizzata 
mezza marcia e una macchina ferma sotto il sole.
"Quel cane mi ha insozzato tutto lo spazzaneve!" url Victor vedendo cosa avevo fatto.
"Ma se quell'affare  fermo l da due anni!" gli grid in risposta la donna di nome Lisa. Non facevano che 
urlare quei due. Mi ricordavano un po' Mamma e Pap quando si arrabbiavano e strillavano, ma nella nuova casa a volte sentivo anche dei colpi, e poi grida di dolore, seguite da un rumore di bottiglie che cadevano per terra.
Nella casa al di l della palizzata cadente viveva una vecchia signora gentile e dopo un po' cominci a venire da me per parlarmi dalle fessure tra i pali. "Ma che bel cagnolino. Ti hanno dato da bere, oggi?" mi sussurr il primo mattino veramente caldo. Se ne and e ricomparve poco dopo con 
una caraffa, da cui vers un getto d'acqua fresca in una ciotola sudicia. Bevvi pieno di gratitudine e poi leccai 
la mano esile e tremante che aveva infilato attraverso lo spazio nella recinzione.
Diventavo pazzo con tutte quelle mosche che volavano intorno al palo e mi si poggiavano sulle labbra e sugli 
occhi, ma era sempre meglio stare legato in cortile che avere a che fare con Victor. Mi faceva paura: 
irradiava malevolenza da tutti i pori, un autentico senso di minaccia.
Quando Victor non c'era, io abbaiavo e Lisa usciva per darmi da mangiare e togliermi per un po' la catena, 
ma non abbaiavo mai quando lui era a casa.
La signora dall'altra parte della palizzata mi portava dei pezzetti di carne che faceva scivolare attraverso la 
fessura. Addentavo al volo la carne e lei si metteva a ridere, deliziata, come se avessi fatto chiss quale 
acrobazia. Sembrava che il mio unico scopo fosse portare un po' di gioia nella vita di quella donna misteriosa 
di cui non riuscivo nemmeno a vedere il volto.
" una vergogna, proprio una vergogna. Non si trattano cos gli animali. Far venire qualcuno" diceva. 
Sentivo che ci teneva a me, anche se era strano perch non veniva mai a giocare in cortile.
Un giorno, un furgone si ferm sul vialetto e ne scese una donna vestita proprio come Maya, quindi capii 
subito che era un'agente di polizia. Per un attimo pensai che fosse venuta a prendermi per fare "cerca", 
perch stava davanti alla recinzione e mi guardava, scrivendo qualcosa. Ma non aveva senso e quando Lisa 
usc con le mani sui fianchi, mi rimisi a terra. La poliziotta porse a Lisa un foglio di carta.
"Il cane sta benissimo!" le url Lisa, infuriata. Sentivo la
vecchia signora dietro di me, proprio dall'altra parte della palizzata. Respirava piano mentre Lisa sbraitava.
Quella sera Victor url pi del solito, parlando di me: lo sapevo perch ogni tre secondi veniva fuori la parola "cane".
"Perch non gli spariamo, a quel cane maledetto?" grid. "Cinquanta dollari? E per cosa? Non abbiamo fatto 
niente di male!" Mi rannicchiai a terra sentendo uno schianto violento dentro casa.
"Dobbiamo prendere una catena pi lunga e pulire tutta la merda in cortile. Leggi la multa" gli url Lisa.
"E che la leggo a fare? Non possono obbligarci a fare niente!  casa nostra!"
Quella sera, quando venne fuori a fare pip, Victor allung una mano per appoggiarsi alla casa, ma manc il 
muro e cadde pesantemente a terra. "Cos'hai da fissare, stupido bastardo?" mi borbott. "Te la faccio pagare. 
Io non li sborso cinquanta dollari."
Mi rannicchiai contro la recinzione senza osare guardarlo.
Il giorno dopo ero cos distratto da una farfalla che mi svolazzava davanti al muso, che per poco non feci un 
salto quando Victor mi si par davanti.
"Ti va di fare un giro in macchina?" mi fece, quasi canticchiando. Non scodinzolai: in qualche modo lo 
faceva sembrare una minaccia anzich una cosa divertente. "No," pensai "non voglio fare nessun giro in 
macchina."
"Sar divertente, vedrai il mondo" disse, mentre la sua risata si trasformava in un accesso di tosse che lo 
costrinse a girarsi e a sputare per terra. Mi tolse la catena e mi port alla sua macchina. Mi fermai davanti 
alla portiera, ma lui mi tir verso il retro con uno strattone. Infil la chiave e apr il bagagliaio. "Monta" fece. 
Mi stava dicendo di fare qualcosa, ma rimasi
in attesa di un comando che riuscissi a capire. "Come ti pare" fece. Si abbass e mi prese per la pelle dietro 
le spalle e sopra la coda. Sentii una fitta di dolore e un attimo dopo mi ritrovai nel bagagliaio, scivolando su 
dei fogli di carta unta. Mi tolse il guinzaglio, buttandolo per terra davanti a me. Poi chiuse il bagagliaio e mi 
lasci al buio.
Sdraiato su quegli stracci unti, il cui odore mi ricordava la notte dell'incendio, quando Ethan si era fatto male 
alla gamba, era difficile trovare una posizione comoda, anche perch l dentro era pieno di freddi attrezzi 
metallici. Uno lo riconobbi subito dall'inconfondibile odore acre: era una pistola. Mi voltai dall'altra parte, 
cercando di non far caso a quegli aromi pungenti.
Stavo rannicchiato, nel disperato tentativo di aggrapparmi con le unghie a qualcosa per non ruzzolare di qua 
e di l mentre la macchina sobbalzava.
Fu il viaggio in macchina pi strano che avessi mai fatto, l'unico in cui non mi divertii neanche un po'. Ma i 
viaggi in macchina portavano sempre in posti nuovi e i posti nuovi erano divertenti da esplorare. Forse ci 
sarebbero stati altri cani, o magari sarei tornato a vivere con Wendi.
Quello spazio stretto e buio diventava sempre pi caldo e mi ritrovai a pensare alla stanza in cui mi avevano 
messo con Spike, quando ero ancora Toby e mi avevano portato via da Sefiora. Era da tempo che non 
ripensavo a quel momento spaventoso. Da allora erano successe un sacco di cose. Adesso ero un cane 
completamente diverso, un bravo cane che aveva salvato tante persone.
Dopo lungo tempo passato a soffrire nel bagagliaio, la macchina cominci a vibrare e a fischiare e si alz una 
densa nuvola di polvere soffocante. Starnutii, scuotendo il capo. Poi la
macchina fren di schianto e fui sballottato contro la parete opposta. Il motore per non si spense. Restammo 
fermi cos, per un minuto buono.
Stranamente, poco dopo che ci eravamo fermati, percepii la presenza di Victor nella macchina. Avevo la 
netta sensazione che stesse cercando di prendere una decisione: sembrava incerto. Poi disse qualcosa in tono 
secco, ma le sue parole erano attutite, e sentii la portiera davanti che veniva aperta. I piedi di Victor 
scricchiolarono sulla ghiaia mentre girava intorno all'auto per venire da me, che mi feci piccolo per la paura. 
Fiutai il suo odore ancor prima che aprisse il bagagliaio, facendo entrare l'aria fresca che mi diede un po' di 
sollievo.
Mi fiss. Ancora mezzo accecato, alzai lo sguardo su di lui, poi distolsi gli occhi perch non pensasse che 
volevo sfidarlo.
"Bene." Abbass la mano e mi tir per il collare. Pensavo che mi avrebbe messo il guinzaglio, cos fui 
sorpreso quando invece mi tolse anche il collare: mi pareva di avercelo ancora, ma era come se fosse 
diventato leggero come l'aria. "Scendi, forza."
Mi alzai, con le zampe ancora indolenzite. Capii il significato dei suoi gesti e saltai gi dalla macchina, un 
po' incerto. Ci trovavamo su una strada sterrata, su entrambi i lati l'erba verde e alta ondeggiava al sole. La 
polvere mi entrava nelle narici e mi allappava la bocca. Lo guardai, alzando la zampa. E ora?
Victor rientr in macchina e il motore mand un rumore forte. Lo fissai, confuso, mentre le gomme 
raschiavano sulla strada sparando sassi di qua e di l. Gir la macchina per tornare indietro, poi abbass il 
finestrino.
"Ti sto facendo un favore. Adesso sei libero. Va' a caccia di conigli o di quello che ti pare." Mi sorrise e 
part, mentre la macchina alzava un'enorme nuvola di polvere.
Perplesso, lo guardai allontanarsi. Che razza di gioco era
questo? Esitai un attimo prima di andargli dietro. Era facile seguire la scia della nuvola di polvere sospesa 
per aria.
Dopo anni passati a fare "cerca", capii che stavo perdendo le sue tracce molto in fretta: Victor guidava 
veloce. Mi feci coraggio e accelerai il passo, seguendo non pi la nuvola di polvere, ma concentrandomi 
sull'odore del retro della macchina, dov'ero stato rinchiuso tutto quel tempo.
Riuscii a fiutarlo quando gir in una strada asfaltata ma poi, quando un'altra svolta mi port su una statale, 
dove le auto correvano a incredibile velocit, capii di averlo perso. C'erano un sacco di macchine che 
passavano sfrecciando e ognuna aveva un odore simile a quella di Victor, anche se non proprio lo stesso. Era 
impossibile trovare quella che cercavo.
Era una strada che faceva paura, cos decisi di allontanarmi e tornare nella direzione da cui ero arrivato. In 
mancanza di meglio, ripercorsi le tracce che avevo lasciato, ormai mezze svanite nel vento del tardo 
pomeriggio. Quando alla fine ritrovai l'incrocio con il sentiero sterrato, lo superai, continuando senza meta 
lungo la strada asfaltata.
Ricordavo i trucchi che mi aveva insegnato la mia prima madre, gli stessi che avevo usato nella mia seconda 
vita da cucciolo per scappare dal canile: allora mi piaceva correre libero all'aria aperta, tutto sembrava 
un'avventura, mi sentivo pieno di vita. Poi mi aveva preso quell'uomo che mi chiamava Bello e alla fine 
avevo trovato Mamma, che mi aveva portato da Ethan.
Stavolta era tutto diverso. Non mi sentivo libero, n pieno di vita. Mi sentivo triste e in colpa. Non avevo 
scopo n direzione. Non sarei mai riuscito a ritrovare la strada di casa. Era come quando l'uomo chiamato 
Colonnello mi aveva lasciato andare senza nemmeno uno sguardo, il giorno in cui Derek mi aveva portato da 
Wendi. Anche se non avvertivo nessun sentimento
da parte sua, era stato comunque un addio. Victor aveva fatto la stessa cosa, solo che lui non mi aveva 
affidato a nessuno.
Avevo il fiatone per il caldo e la polvere, la sete mi seccava la gola. Quando fiutai un vago odore di acqua, 
seguii quella direzione senza pensarci un attimo: lasciai la strada e avanzai tra l'erba alta che oscillava al vento.
L'odore dell'acqua si faceva pi forte e stuzzicante, mi attirava: superai un filare di alberi e poi discesi sulle 
rive di un fiume. Affondai fino al petto, mordendo l'acqua, leccandola. Che sensazione meravigliosa.
Adesso che avevo placato la sete, potevo permettermi di aprire i miei sensi all'ambiente circostante. Il fiume 
mi riempiva il naso col suo delizioso aroma di umidit e, in mezzo al gorgoglio delle acque, sentii in 
lontananza lo starnazzare risentito di un'anatra. Andai su e gi lungo la riva, con le zampe che affondavano 
nel terreno fangoso.
E poi, quando me ne resi conto, provai una tale scossa che alzai la testa sorpreso, con gli occhi spalancati.
Sapevo dove mi trovavo.

28.
Tanto tempo prima ero stato proprio l, sulle rive di quel fiume, magari esattamente nello stesso punto, quando io e Ethan avevamo fatto un lungo giro dopo che Fiamma, il cavallo scemo, ci aveva abbandonati. 
L'odore era inconfondibile: tutti quegli anni di "cerca" mi avevano insegnato a distinguere gli aromi, le fragranze, a immagazzinarli nella mia memoria divisi in categorie. Cos ero riuscito immediatamente a riconoscere quel posto. Ad aiutarmi c'era poi il fatto che era estate, lo stesso periodo dell'anno, che ero giovane e con l'olfatto pronto.
Non riuscivo a spiegarmi come avesse fatto Victor a saperlo, n perch mi avesse liberato per farmi trovare proprio quel luogo. Chiss cosa voleva che facessi. In mancanza di un'idea migliore, mi diressi verso valle 
trotterellando. Ritrovai tutti i punti in cui eravamo passati io e Ethan tanti anni prima.
A fine giornata avevo fame come mai nella mia vita, cos tanta che sentivo i crampi allo stomaco. Ripensai 
con nostalgia alla mano pallida della vecchia signora che si insinuava nella fessura della palizzata per 
buttarmi pezzetti di carne da addentare al volo. L'argine del fiume era ricoperto di vegetazione e fui costretto 
a rallentare il passo. Mi sembrava che la fame, aumentando, m'impedisse di ragionare lucidamente. Era davvero questo che dovevo fare? Seguire il corso del fiume? E perch?
Ero un cane che aveva imparato a vivere tra gli umani: aiutarli era il mio unico scopo nella vita. Ora, senza 
neanche un uomo intorno a me, mi sentivo smarrito. Non avevo scopo, non avevo un destino, nessuna 
speranza. Chiunque mi avesse visto in quel momento, mentre sgattaiolavo lungo le rive, avrebbe potuto 
scambiarmi per la mia prima madre, cos timida e furtiva: essere abbandonato da Victor mi aveva fatto 
rituffare indietro nel tempo.
Un albero gigantesco, spezzatosi nel corso dell'inverno, era caduto vicino all'acqua, formando una sorta di 
caverna davanti alla riva. Mentre il sole cominciava a perdere la sua lucentezza, mi infilai l dentro. Ero 
stanco, dolorante e confuso da tutti quei cambiamenti nella mia vita.
Il mattino dopo fu la fame a svegliarmi, ma rizzando il naso non sentii altro che l'odore dell'acqua e del bosco 
alle mie spalle. Seguii il corso del fiume verso valle perch non avevo nulla di meglio da fare, ma mi 
muovevo pi lentamente del giorno prima, affaticato dal vuoto che mi attanagliava lo stomaco. Ripensai ai 
pesci morti che a volte arrivavano sulla riva dello stagno sospinti dalla corrente: perch mi ci rotolavo sopra 
senza mangiarli, quando ne avevo avuta la possibilit? In quel momento un pesce morto sarebbe stato una 
manna dal cielo, ma il fiume non offriva niente di commestibile.
Ero cos disperato che, quando incrociai un sentiero cosparso di odori umani, quasi non me ne accorsi. Lo 
imboccai lemme lemme, come un sonnambulo, fermandomi solo nel punto in cui il viottolo, dopo una salita 
scoscesa, incroci una strada.
La strada portava fino a un ponte che oltrepassava il fiume.
Alzai la testa, mentre la nebbia si dissipava dalla mia mente. Fiutando l'aria eccitato, mi resi conto che ero 
gi stato l. Proprio in quel punto io e Ethan avevamo incontrato il poliziotto che ci aveva riportati in 
macchina fino alla Fattoria!
Erano passati molti anni: i piccoli alberi che ricordavo alla fine del ponte adesso torreggiavano enormi sopra 
la mia testa, cos pensai bene di marcarli di nuovo. E le assi mezze marce erano state sostituite. Ma per il 
resto gli odori erano esattamente gli stessi di un tempo.
Mentre ero l, un'auto percorse rumorosamente il ponte. Suon il clacson e io indietreggiai spaventato. Per 
un istante dopo, pur con qualche esitazione, decisi di seguirla e mi allontanai dal fiume.
Non avevo la pi pallida idea di dove andare, ma qualcosa mi diceva che continuando in quella direzione 
prima o poi sarei arrivato in citt. Dove c'era la citt, c'erano persone e dove c'erano persone c'era da mangiare.
Quando la strada ne incroci un'altra, la stessa voce dentro di me mi disse di girare a destra e cos feci, anche 
se quando sentii arrivare una macchina corsi a nascondermi con aria colpevole nell'erba alta. Mi sentivo un 
cane cattivo e la mia fame non faceva che rafforzare quella sensazione.
Passai di fronte a molte case, la maggior parte delle quali lontane dalla strada, e spesso i cani mi abbaiavano 
contro, turbati dal mio passaggio. Verso il tramonto, mentre mi muovevo furtivo davanti a una casa che 
odorava di cane, vidi aprirsi la porta laterale e uscire un uomo. "La cena  pronta. Cleo? Ti va di mangiare?" 
chiese, nella voce quel tono eccitato che gli uomini usano per far capire a un cane che sta per arrivare 
qualcosa di buono. Una ciotola atterr con rumore metallico sul primo gradino di una scaletta.
Sentendo la parola "cena" mi bloccai sui miei passi. Restai l immobile, mentre un cane tarchiato con delle 
enormi fauci e il corpo tozzo scendeva i gradini per andare a fare i suoi bisogni in giardino. Da come si 
muoveva capii che era vecchio e non mi fiut. Tornato indietro, diede un'annusata alla ciotola, poi risal la 
scaletta per grattare alla porta. Un minuto e quella si apr di nuovo.
"Sei sicura, Cleo? Non vuoi mangiare proprio niente?" chiese l'uomo. C'era tristezza nella sua voce e mi fece 
ripensare a quando Al piangeva in giardino, l'ultimo giorno che avevo passato con lui e Maya. "Va bene. 
Vieni dentro, Cleo."
Il cane mand un lamento: sembrava che non riuscisse a sollevare le zampe posteriori per salire l'ultimo 
gradino. L'uomo si chin e con dolcezza tir su il cane per portarlo dentro.
Mi sentivo fortemente attratto da quell'uomo e fui colpito da un pensiero improvviso: quella poteva essere la 
mia casa. Cos come amava Cleo, avrebbe potuto amare me. Mi avrebbe dato da mangiare e quando fossi 
diventato vecchio e debole mi avrebbe preso in braccio e portato dentro casa. Senza bisogno di fare "cerca", 
n di andare a scuola. Anche se non avessi lavorato, mi sarebbe bastato essere fedele all'uomo della casa per 
avere un posto dove vivere. Quella vita assurda e senza scopo, la mia vita da Orsetto, sarebbe finita.
Mi avvicinai e feci l'unica cosa sensata: mangiai la cena di Cleo. Dopo settimane passate a sorbirmi il cibo 
insapore e granuloso a casa di Lisa e Victor, il pasto succulento e pieno di carne che offriva la ciotola di Cleo 
sembrava la cosa migliore che avessi mai assaggiato. Quando ebbi finito, leccai la ciotola e il suono del 
metallo contro gli scalini mise in allerta il cane, che dall'interno lanci un latrato d'avvertimento. Sentii il 
respiro affannoso di Cleo che si avvicinava alla porta, poi cominci a ringhiare, crescendo di volume quando 
fu certa della mia presenza.
A quanto pareva, non sarebbe stata molto felice di avermi in casa con s.
Mi lanciai gi per la scaletta, cos veloce che quando la luce sfrigolando illumin il giardino ero gi nascosto 
tra gli alberi. Il messaggio del ringhio ostile di Cleo era chiaro: dovevo trovarmi una casa tutta per me. Mi 
stava bene: ora che avevo placato la fame, anche il desiderio di abitare l era svanito.
Dormii nell'erba alta, stanco ma molto pi soddisfatto, con la pancia piena.
Quando finalmente arrivai in citt, la fame era tornata da un pezzo, ma sapevo di essere nel posto giusto. 
All'inizio ero un po' disorientato: passai di fronte a tante case, su strade piene di macchine e bambini, dove la 
memoria mi diceva che un tempo c'erano solo campi. Ma poi mi ritrovai nel posto in cui Nonno andava 
sempre a sedersi con i suoi amici e a sputare liquidi puzzolenti. L'odore era lo stesso, ma ora le finestre erano 
sbarrate da vecchie assi di legno e l'edificio accanto era scomparso, e al suo posto c'era una voragine piena di 
fango. In fondo alla voragine, una strana macchina spostava grandi mucchi di terra.
Gli umani sanno fare anche questo: buttano gi gli edifici vecchi e ne tirano su di nuovi, come aveva fatto 
Nonno quando aveva costruito il granaio. Modificano l'ambiente per adattarlo alle proprie esigenze e l'unica 
cosa che possono fare i cani  stare loro accanto e, se sono fortunati, farsi qualche viaggio in macchina. I 
rumori assordanti e tutti quei nuovi odori mi dicevano che gli umani si erano dati un gran daffare per 
cambiare la loro citt.
Diverse persone mi fissarono mentre trotterellavo per strada, facendomi sentire ogni volta un cane cattivo. 
Adesso che ero l, non avevo un vero scopo. Un sacco dell'immondizia era caduto gi da un grande 
cassonetto metallico e fu con enorme senso di colpa che lo aprii per tirarne fuori un pezzo di carne, ricoperto da una salsa dolce e appiccicosa. Ma non volevo mangiarlo l, in mezzo alla strada, e mi nascosi dietro al 
cassonetto, come mi aveva insegnato la mia prima madre.
Alla fine il mio vagabondare mi port al parco per cani. Mi misi a sedere vicino alla recinzione, sotto gli 
alberi, guardando con invidia le persone che lanciavano dischi ai loro cani perch li afferrassero a mezz'aria. 
Senza collare mi sentivo nudo e decisi che avrei fatto meglio ad allontanarmi, ma vedendo quei cani che 
facevano la lotta in mezzo al prato mi sentii attratto come da una calamita: prima che riuscissi a trattenermi, 
corsi in mezzo a loro, rotolandomi senza pi pensare a niente, preso dalla pura gioia del gioco.
Certi cani non venivano a fare la lotta, restavano vicini al loro padrone o al massimo davano un'annusata nei 
dintorni, fingendo di non interessarsi ai nostri divertimenti. Altri giocavano a rincorrere le palle o i dischi 
lanciati dagli umani, ma alla fine furono tutti richiamati per andare a fare un viaggio in macchina. Tutti 
tranne me, ma nessuno sembr accorgersi che ero solo, o forse non gliene importava.
Verso la fine della giornata arriv una donna con un grosso cane giallo, una femmina, e appena entrata nel 
parco le tolse il guinzaglio. Io, esausto a forza di giocare, me ne stavo disteso per terra con la lingua di fuori, 
a guardare altri due cani che facevano la lotta. La cagna gialla, tutta eccitata, corse da noi. Gli altri cani 
interruppero i loro giochi e cominciarono tutti ad annusarsi, scodinzolando. Mi alzai, malfermo sulle zampe, 
per salutare la nuova arrivata, ma restai sconvolto sentendo l'odore sul suo pelo.
Era l'odore di Hannah. La bambina.
La cagna gialla sgusciava via, infastidita, mentre ispezionavo freneticamente il suo pelo. Era impaziente di 
giocare, ma io, ignorando il suo inchino d'invito, corsi emozionato verso la padrona.

La donna sulla panchina non era Hannah, per quanto anche lei avesse addosso il suo odore. "Ciao, cagnolino, 
come va?" esclam quando mi avvicinai dimenando la coda. Il modo in cui stava seduta mi fece ripensare a 
Maya poco prima che arrivasse la bambina Gabriella. In lei cerano stanchezza, eccitazione, impazienza e 
disagio, e quel miscuglio di sensazioni si concentrava tutto nella pancia, su cui teneva appoggiate le mani. 
Accostai il naso, inebriandomi del profumo di Hannah, che riuscivo a distinguere dall'odore della donna, da 
quello della cagna allegra, dalle decine di odori che le persone si portano addosso e che, per un cane non 
addestrato a fare "cerca", sarebbero solo un guazzabuglio confuso. Quella donna era stata molto di recente in 
compagnia della bambina, ne ero certo.
Arriv la cagna gialla, amichevole ma un po' gelosa, e alla fine mi convinse a fare un po' di lotta.
Quella sera mi rannicchiai al buio, osservando in allerta le ultime macchine che uscivano dal posteggio e 
lasciavano il parco immerso nel silenzio. Ero bravo a muovermi nell'ombra: era come se fossi ancora nel 
canale di scolo con Sorella, Svelto e Affamato, a prendere lezioni dalla mia prima madre. Procurarsi il cibo 
era fin troppo facile: e erano bidoni della spazzatura pieni fino all'orlo di sacchetti colmi di delizie. Evitavo 
in egual modo i fari delle macchine e la gente a piedi. Stavo nascosto, nel buio, di nuovo selvaggio.
Ma adesso avevo uno scopo, un senso, ancora pi potente di quello che mi aveva portato in citt.
Se, nonostante il tempo e i cambiamenti, la bambina Hannah era ancora qui, forse c'era anche il bambino.
E se Ethan era qui, avrei seguito le sue tracce. Avrei trovato Ethan.

29.
Pass pi di una settimana e vivevo ancora nel parco.
La donna con il profumo di Hannah veniva quasi tutti i giorni a portare il suo cane giallo e felice - Carly, cos 
si chiamava. L'odore della bambina in qualche modo mi confortava, mi faceva sentire che Ethan era l, da 
qualche parte, anche se Carly non aveva mai, nemmeno una volta, l'odore del bambino sul pelo. Appena 
vedevo arrivare la donna e Carly, correvo fuori dai cespugli pieno di gioia: erano la luce delle mie giornate.
Per il resto del tempo ero un cane cattivo. I frequentatori abituali del parco cominciarono a guardarmi con 
sospetto. Sembravano guardinghi e mi indicavano parlando tra loro. Non osavo pi avvicinarmi ai cani per giocare.
"Ehi, bello, dove l'hai messo il collare? Con chi sei?" mi chiese un uomo, tendendo le mani con gentilezza. 
Indietreggiai, perch avevo capito che voleva afferrarmi e poi non mi fidavo di chi mi chiamava "Bello". Fu 
allora che sentii il sospetto farsi strada in lui. La mia prima madre aveva sempre avuto ragione, lo compresi 
in quel momento: se vuoi essere libero, devi stare alla larga dalla gente.
Il mio obiettivo era trovare la Fattoria, proprio come avevo ritrovato la citt, ma si rivel pi difficile di 
quanto non avessi creduto. Ogni volta che andavamo a fare un viaggio in macchina in citt con Ethan o con 
Nonno, io usavo come punto di riferimento il ranch delle capre, era come la luce di un faro per il mio naso. Ma ogni traccia delle capre 
sembrava essersi dissolta nell'aria. Cos come era scomparso il ponte, l dove i sobbalzi segnavano il confine 
tra un semplice viaggio in macchina e un viaggio in citt. Non riuscivo pi a trovarlo, n con l'olfatto n con 
altri sensi. Ogni volta che credevo di aver individuato la strada giusta, aggirandomi dopo il tramonto per le 
vie deserte, un grande edifcio mi sbarrava il passo e mi confondeva l'olfatto con gli odori di centinaia di 
persone e decine di macchine. Una fontanella d'acqua contribuiva alla confusione: gli spruzzi avevano un 
vago odore chimico, come quando Maya lavava i vestiti. Feci una pisciatina l accanto, ma fu solo il sollievo di un momento.
Di notte il mio pelo nero sembrava offrirmi protezione. Mi confondevo nell'ombra, nascondendomi dalle 
macchine, concentrandomi, quando la notte fiutavo l'aria, sui ricordi della Fattoria e del suo odore. Ma la 
frustrazione era costante: non riuscivo a trovarne la minima traccia.
Per i pasti ricorrevo ai bidoni della spazzatura e ogni tanto mi capitava di trovare qualche animale morto sul 
ciglio della strada: i pi buoni erano i conigli, mentre i corvi erano i peggiori. Ma avevo concorrenza: c'erano 
delle bestie, grosse come cani e dall'odore molto forte, con una grande coda pelosa e gli occhi neri neri, che 
si aggiravano tra i cassonetti, scalandoli con abilit. Ogni volta che ne incontravo una, mi ringhiava contro. 
Io mi tenevo alla larga: avevano tutte denti e unghie che non promettevano niente di buono. Qualunque cosa 
fossero, erano evidentemente troppo stupide per capire che io ero molto pi grosso e che sarebbe toccato a loro aver paura di me.
A proposito di stupidit, i pi idioti erano gli scoiattoli nel parco, che scendevano dai loro alberi e saltellavano nell'erba, facendo come se l'intera zona non fosse destinata ai cani! Un giorno ero quasi riuscito a prenderne uno, ma quello alla fine schizz su un albero e si mise seduto su un 
ramo a squittire. Spesso Carly, il cane giallo, veniva a caccia con me, ma anche in coppia i nostri risultati non 
miglioravano. Sapevo che, se avessimo continuato a provare, un giorno ne avremmo preso uno, ma non ero sicuro di cosa avremmo fatto a quel punto.
"Piccolo, perch sei cos pelle e ossa? Non ce l'hai, una casa?" mi chiese la padrona di Carly. Sentii una nota 
di preoccupazione nella sua voce e scodinzolai, sperando che mi portasse a fare un viaggio in macchina fino 
alla Fattoria. Quando si alz a fatica dalla panchina, notai che esitava, come se volesse invitarmi per una 
passeggiata. Carly ne sarebbe stata contenta, ne ero certo, perch ogni volta che venivano al parco correvano subito a cercarmi, ma mi sottrassi alle magnetiche attenzioni della donna, fingendo che ci fosse qualcuno l 
vicino che mi voleva bene e mi stava chiamando. Mi allontanai di qualche metro e girandomi vidi che guardava ancora verso di me, con una mano sul fianco e l'altra appoggiata sulla pancia.
Quel pomeriggio un furgone entr nel parcheggio: l'odore di cani che mandava era cos forte che lo sentii subito, mentre stavo sdraiato nell'erba in fondo al parco. Ne scese un poliziotto e parl con alcuni padroni di 
cani, che gli indicarono vari punti. Il poliziotto tir fuori un lungo bastone con un cappio in cima. Sentii un brivido correre lungo la schiena: sapevo benissimo a cosa serviva quell'affare.
Prese a camminare, frugando con attenzione tra i cespugli che segnavano i confini del parco, ma quando arriv al mio nascondiglio io ero gi andato a rifugiarmi nel bosco che sorgeva al di l del prato.
Corsi, spinto dal panico, finch non uscii dal bosco e mi ritrovai in un quartiere di casette piene di cani e bambini, ma
evitai ogni contatto con gli umani e cercai finch possibile di restare nascosto nel fogliame. Quando ero 
ormai lontano dalla citt, tornai sui miei passi, consolato dal fatto che stava calando la notte, mia alleata.
Sentendo l'odore di decine di cani portato dalla brezza, lo seguii incuriosito. Un coro di latrati saliva dal 
cortile dietro un grande edifcio, dove due cani chiusi nelle loro gabbie ululavano l'uno contro l'altro. Poi 
cambi il vento e dal tono capii che adesso stavano abbaiando a me.
Ero gi stato l: era il posto in cui l'uomo gentile, il veterinario, si era preso cura di me quand'ero Bailey. A 
dirla tutta, era l che avevo visto Ethan per l'ultima volta. Decisi che era meglio tenersi alla larga da 
quell'edificio. Me la diedi a gambe e, mentre attraversavo il viale, mi bloccai, tremante.
Un giorno, quand'ero Bailey, nel recinto era arrivato un cavallo giovane, Jasper, a fare compagnia alla 
vecchia e inaffidabile Fiamma. Jasper cresceva a una velocit mai vista e dopo qualche tempo era grosso 
come Fiamma stessa. Avevo fatto naso-naso con Jasper, l'avevo annusato con cura mentre Nonno lo 
strigliava, avevo giocato con lui finch, crescendo, non era diventato tonto come sua madre. Conoscevo 
l'odore di Jasper come conoscevo la Fattoria e in quel momento, l sul viale, avevo sentito proprio il suo 
odore, inconfondibile. Tornato verso l'edificio, trovai un punto preciso, vicino alla porta, in cui la traccia era 
particolarmente fresca e recente: c'era perfino un mucchietto di paglia e cacca, nella ghiaia del vialetto, 
completamente impregnato dell'odore di Jasper.
I cani continuavano ad abbaiarmi contro, offesi dal fatto che io fossi libero mentre loro dovevano stare 
rinchiusi, ma non ci facevo pi caso. Fiutando il forte miscuglio di odori sparsi per terra, ripercorsi il vialetto 
fino alla strada.
Ero cos concentrato a seguire la pista dell'odore di Jasper che fui preso alla sprovvista quando una 
macchina, arrivandomi alle spalle, cominci a suonare il clacson accendendo e spegnendo i fari. Mentre mi 
superava, mi buttai nel fosso accanto alla strada, nascondendomi dallo strombazzare violento della macchina.
Da quel momento cercai di fare pi attenzione. Pur continuando a seguire le tracce di Jasper, tenevo le 
orecchie ben tese per sentire i rumori delle automobili e me la svignavo furtivamente prima di essere 
illuminato dai fari.
La strada era lunga, ma seguirla era pi facile di "cerca Wal-ly": per pi di un'ora proseguii lungo una linea 
retta e alla fine svoltai a sinistra, e poi di nuovo a sinistra. La traccia lasciata da Jasper non perdeva di 
intensit, ma dopo una svolta a destra non ne ebbi pi bisogno: sapevo dove mi trovavo. Era il punto in cui il 
treno attraversava la strada, dove avevo raggiunto Ethan il giorno in cui era partito per il college. Accelerai il 
passo e quando svoltai a destra mi bast fiutare la scia lasciata da Jasper per capire che avevo preso la strada 
giusta. Poco dopo passai davanti a casa di Hannah, ma stranamente non sentii la minima traccia dell'odore 
della bambina, anche se gli alberi e il muro ricoperto di muschio che dava sulla strada erano sempre gli stessi.
Girai sul vialetto che portava alla Fattoria come fosse la cosa pi naturale del mondo, come se fossi stato l 
solo il giorno prima.
Le tracce di Jasper portavano dritte a un grande rimorchio bianco, con sotto un mucchio di sabbia e fieno, ma 
non finivano l. Volendo, sapevo che l'avrei trovato nel granaio, il suo aroma era forte e chiaro. Ma a quel 
punto non m'importava pi nulla dei cavalli. Ethan, sentivo l'odore di Ethan, era dappertutto. Il bambino viveva ancora alla Fattoria!
In casa, le luci erano accese. Girai intorno all'edificio, verso la porta laterale. Da una collinetta erbosa potevo guardare all'interno attraverso la finestra del soggiorno. C'era un uomo, dell'et di Nonno, seduto in poltrona a guardare la televisione, ma non sembrava Nonno. Efhan non c'era, l'uomo era solo.
La gattaiola era ancora l, ricavata nell'antiporta di metallo, ma la grande porta di legno all'interno era chiusa. 
Frustrato, raspai sulla grata, poi mi misi ad abbaiare.
Sentii una vibrazione dentro la casa e qualcuno che si avvicinava. Scodinzolavo cos forte che non riuscivo a 
stare seduto, dimenando il corpo avanti e indietro. La luce del portico si accese con uno sfrigolio e la porta di 
legno, aprendosi, gratt sul pavimento, un suono che conoscevo bene. L'uomo che avevo visto seduto in 
poltrona adesso era l, sulla soglia, che mi fissava da dietro il vetro con sguardo perplesso.
Grattai di nuovo sul metallo: volevo che mi facesse entrare, per correre dal mio bambino.
"Ehi" disse con la voce attutita attraverso la porta chiusa. "Smettila."
Sentendo il suo tono di rimprovero, provai a mettermi a fc sedere, ma il mio didietro non riusciva proprio a 
stare gi.
"Cosa vuoi?" fece. Capii che era una domanda e mi chiesi cosa volesse dire.
Poi mi resi conto che non dovevo aspettare che si decidesse a farmi entrare: ora che la porta interna era 
aperta, potevo infilarmi nella gattaiola. Abbassai la testa e spinsi la tendina di plastica, sgusciando dentro.
"Ehi!" grid il vecchio, sorpreso.
Anch'io ero sorpreso. Entrando in casa, avevo sentito chiaramente l'odore della persona che mi sbarrava il 
passo. Sapevo chi era: avrei riconosciuto il suo profumo dappertutto.
Non c'era modo di sbagliarsi: era Ethan.
Avevo trovato il mio bambino.

30.
Anche se Ethan era in piedi, provai a saltargli in grembo. Mi alzai sulle zampe di dietro, allungandomi per leccarlo, strofinarmi contro di lui, montargli addosso. Non riuscivo a fermare i guaiti che mi uscivano dalla 
gola, non potevo fare a meno di scodinzolare.
"Ehi!" disse e fece un passo indietro, sbattendo gli occhi. Prov a reggersi sul suo bastone, ma alla fine si sedette a terra con un tonfo. Gli saltai addosso leccandogli il viso, ma mi spinse via la bocca. "Va bene, va 
bene" brontol. "Smettila. Basta!"
La sensazione delle sue mani sul mio muso era la pi bella che avessi mai provato in vita mia. Socchiusi gli 
occhi per il piacere. "Sta' indietro, indietro" disse.
Il bambino si alz a fatica. Gli strofinai il muso sulla mano e mi fece una breve carezza. "Oh santo cielo, chi 
diavolo sei?" Accese un'altra luce lanciandomi un'occhiata storta. "Sei pelle e ossa, non ti danno da mangiare? Eh? Ti sei perso?"
Sarei potuto restare l tutta la notte ad ascoltare il suono della sua voce, a sentire il suo sguardo su di me, ma non me lo permise. "Senti, non puoi stare qui dentro." Torn alla porta e l'apr. "Su, fuori."
Era un comando che riconoscevo; cos, con riluttanza, uscii.

Lui rest a guardarmi attraverso il vetro. Mi sedetti, speranzoso. "Adesso va' a casa" disse. Scodinzolai. 
Sapevo di essere gi a "va' a casa". Finalmente, finalmente ero a "va' a casa", alla Fattoria, con Ethan: avevo ritrovato il mio posto nel mondo.
Chiuse la porta.
Aspettai ubbidiente finch, arrivato al limite della tensione, non esplosi in un latrato pieno di impazienza e 
frustrazione. Non ci fu risposta e allora guaii di nuovo, dando anche una bella raspata alla grata.
Quando ormai avevo perso il conto di tutti i miei lamenti, la porta si apr di nuovo. Ethan aveva in mano una 
ciotola di metallo, da cui saliva un odorino invitante. "Tieni" borbott. "Hai fame, eh, amico?"
Non fece in tempo a mettere la ciotola per terra che mi lanciai sulla cena e presi a divorarla a grandi bocconi.
"Sono pi che altro lasagne. Non ho cibo per cani in casa. Ma tu non sembri un tipo difficile."
Scodinzolai.
"Non puoi vivere qui. Non ho tempo per occuparmi di un cane. Devi tornare a casa tua."
Scodinzolai di nuovo.
"Oh, santo cielo, quando hai mangiato l'ultima volta? Non ingoiare cos in fretta, o ti sentirai male."
Non la smettevo pi di scodinzolare.
Quando ebbi finito, Ethan si chin lentamente per raccogliere la ciotola. Gli leccai la faccia. "Che schifo, hai 
proprio un alito pestilenziale, lo sai?" Si pul il viso con la manica della camicia e si rialz. Lo guardai, 
pronto a fare tutto quello che voleva. Una passeggiata? Un giro in macchina? "Va bene, ora va' a casa, si 
vede che non sei un randagio. Qualcuno ti star cercando. D'accordo? Buonanotte."

Ethan richiuse la porta.
Restai seduto per qualche minuto. Quando abbaiai, la luce sopra la mia testa si spense con un clic.
Andai sulla collinetta erbosa per guardare dentro il soggiorno. Muovendosi lentamente, appoggiato al suo 
bastone, Ethan stava spegnendo una alla volta tutte le luci della casa.
Il mio bambino era cos vecchio che non l'avrei mai riconosciuto. Ma ora che sapevo che era lui, rivedevo il 
suo passo, anche se era pi affaticato. Nel modo in cui volt la testa e guard fuori verso il buio, prima di 
spegnere l'ultima luce, rividi l'Ethan che conoscevo.
Ero confuso per quella storia dello stare fuori, ma la stanchezza e la pancia piena ebbero la meglio. Mi 
accucciai sul posto, col naso infilato vicino alla coda, anche se era una nottata calda. Ero a casa.
Il mattino dopo, quando Ethan usc, mi scrollai e corsi subito da lui, cercando di trattenermi dal riversargli 
addosso tutto il mio affetto. Mi fiss. "Perch sei ancora qui? Cosa vuoi?"
Lo seguii fino al granaio, dove prese Jasper e lo port nel recinto. Ovviamente quella stupida bestia non mi 
riconobbe, si limit a fissarmi proprio come avrebbe fatto Fiamma, senza capire un accidenti. "Sono un cane, 
imbecille!" Marcai il recinto con una pisciatina, mentre Ethan dava a Jasper dell'avena. "Come va l'ascesso? 
La zampa sta meglio, dopo che siamo stati dal dottore? Eh, Jasper, come stai?"
Ethan stava parlando col cavallo, ma io stesso avrei potuto dirgli che era una totale perdita di tempo.
Poche ore dopo, mentre annusavo il recinto in attesa che Ethan uscisse di casa, un furgone risal il vialetto. 
Lo riconobbi appena si ferm: era lo stesso che avevo visto nel parcheggio del parco e l'uomo che scese dal sedile davanti era il poliziotto che 
avevo fiutato mentre controllava i cespugli col cappio in mano, che adesso stava tirando fuori dal retro.
"Non ce ne sar bisogno" disse Ethan, affacciandosi alla porta. Corsi scodinzolando dal mio bambino. " molto ubbidiente."
" arrivato qui la notte scorsa?" rispose il poliziotto.
"Esatto. Guardi, povera bestia, gli si vedono tutte le costole. Si capisce che  di razza, ma non devono averlo trattato molto bene."
"Abbiamo avuto segnalazioni su un bel Labrador che correva libero nel parco, in citt. Mi chiedo se sia lo stesso" disse il poliziotto.
"Non saprei. Mi sembra un po' lontano" rispose Ethan, dubbioso.
L'uomo apri una gabbia sul retro del furgone. "Dice che ci salter dentro cos? Non ho molta voglia di inseguirlo."
"Ehi, amico. Salta su. Ok? Salta." Ethan batt la mano sull'interno della gabbia aperta. Lo guardai un attimo, incuriosito, poi entrai nella gabbia con un balzo. Se era questo che voleva il mio bambino, l'avrei fatto.
"La ringrazio" disse il poliziotto, richiudendo la gabbia.
"E adesso cosa ne farete?" chiese Ethan.
"Un cane come questo  facile darlo in adozione, direi."
"Ecco... qualcuno mi chiamer? Mi piace questo cane, vorrei sapere se sta bene."
"Non glielo so dire. Dovr telefonare al canile e chiedere notizie a loro. Io mi limito a prenderli."
Il poliziotto e il bambino si strinsero la mano. Ethan s avvicin alla gabbia mentre il poliziotto montava sul davanti. Misi il naso contro le sbarre, cercando di sfiorarlo, respirando il suo odore. "Stammi bene, 
d'accordo, amico?" disse Ethan con dolcezza. "Hai bisogno di una bella casa, con tanti bambini con cui giocare. Io sono solo un vecchio."
Ero sconvolto quando vidi che ce ne stavamo andando, mentre Ethan, fermo l, ci guardava partire. Non riuscii a trattenermi e cominciai ad abbaiare, continuando per tutto il vialetto e poi gi, sulla strada, anche 
dopo aver superato la casa di Hannah.
Ero confuso e disperato per quella svolta inaspettata. Perch mi stavano portando via da Ethan? E perch lui 
lasciava che me ne andassi cos? Quando l'avrei rivisto? Volevo stare col mio bambino!
Mi portarono in un edificio pieno di cani, molti dei quali non facevano che abbaiare, terrorizzati. Mi misero 
in una gabbia da solo e lo stesso giorno mi ritrovai con il solito stupido collare di plastica intorno al collo e 
un dolore familiare all'inguine. Era per questo che mi trovavo l? E quando sarebbe venuto Ethan per 
portarmi a fare un viaggio in macchina fino a casa?
Ogni volta che qualcuno passava davanti alla gabbia balzavo in piedi, sperando che fosse il mio bambino. I 
giorni passavano e ogni tanto, per sfogare la frustrazione, mi univo al coro ininterrotto di latrati che 
rimbombava sulle pareti. Dov'era Ethan? Dov'era il mio bambino?
Le persone che mi davano da mangiare e si prendevano cura di me erano gentili e premurose, e devo 
confessare che il contatto umano mi mancava cos tanto che correvo da loro ogni volta che aprivano la 
gabbia, per farmi accarezzare la testa. Quando una famiglia con tre bambine piccole venne a farmi visita in 
una stanzetta, io montai loro in grembo e mi rotolai sulla schiena, perch morivo dalla voglia di sentire delle mani sul mio corpo.
"Possiamo tenerlo, pap?" chiese una delle bambine. Sentivo cos tanto amore provenire dalle tre piccole che non riuscivo a stare fermo.

" nero come il carbone" disse la madre.
"Potremmo chiamarlo Carbone" disse il padre. Mi tenne ferma la testa per guardarmi i denti, poi mi sollev le zampe, una alla volta. Sapevo cosa significava, avevo gi subito quel genere di ispezioni. Sentii un nodo 
freddo di paura stringermi lo stomaco. "No" pensai. Non potevo andare ad abitare con quelle persone. Io appartenevo al bambino.
"Carbone, Carbone!" canticchiavano le bambine. Le guardai con occhi persi, senza pi apprezzare la loro adorazione.
"Andiamo a pranzo" disse l'uomo.
"Pap!"
"Poi torneremo a prendere Carbone e lo porteremo a fare un giro in macchina" termin la frase l'uomo.
"S!"
Avevo sentito le parole "giro in macchina", ma fui sollevato quando, dopo altri abbracci da parte delle 
bambine, la famiglia se ne and. Mi riportarono in gabbia e mi accucciai per un sonnellino, un po' confuso. 
Ricordavo quando io e Maya facevamo scuola, dove il mio lavoro era stare seduto mentre i bambini mi accarezzavano. Forse qui era lo stesso, solo che adesso erano loro a venire da me.
Non m'interessava: l'importante era sapere che mi ero sbagliato, che quella famiglia non mi avrebbe portato 
via. Sarei rimasto l, in attesa del mio bambino. Le motivazioni degli umani sono incomprensibili per un 
cane, quindi non potevo capire il perch della nostra separazione, ma sapevo che al momento giusto Ethan mi avrebbe ritrovato.
"Buone notizie, hai trovato una nuova casa" disse la donna che mi dava da mangiare, infilando una ciotola d'acqua fresca nella gabbia. "Torneranno tra poco, cos potrai andartene. Sapevo che non ci sarebbe voluto molto." Scodinzolai lasciando
che mi grattasse le orecchie, e le leccai la mano contagiato dal suo buonumore. "S," pensavo "hai visto? Sono ancora qui."
Feci pi volte il giro della gabbia prima di sdraiarmi per un pisolino, in attesa che arrivasse il mio bambino.
Mezz'ora dopo mi svegliai all'improvviso e saltai in piedi. Avevo sentito la voce di un uomo e sembrava arrabbiato.
Ethan.
Abbaiai.
"Il mio cane... di mia propriet... ho cambiato idea..." lo sentivo gridare. Smisi di abbaiare e restai 
perfettamente immobile: percepivo la sua presenza al di l del muro, e fissai la porta sperando che si aprisse, 
per sentire il suo odore. E infatti un minuto dopo la porta si apr e il bambino si affacci nel corridoio, accompagnato dalla donna che mi aveva portato l'acqua. Alzai le zampe sulla gabbia, agitando la coda.
La donna era infuriata. "Quelle bambine ci resteranno tanto male" disse. Apr la gabbia e saltai fuori, 
lanciandomi contro il bambino, leccandolo, scodinzolando, guaendo di gioia. La rabbia della donna, mentre 
ci guardava, si dissolse. "Be', se  cos..." disse. "Perbacco."
Ethan rest un po' di tempo al bancone a scrivere qualcosa, mentre io stavo seduto paziente ai suoi piedi 
cercando di trattenermi dal grattarlo con la zampa. Poi uscimmo e mi fece salire in macchina per andare a 
fare un viaggio: ero di nuovo un cane da sedile davanti!
Anche se era passato tanto tempo da quando avevo provato per l'ultima volta la splendida emozione di un 
viaggio in macchina col naso fuori dal finestrino, quello che desideravo di pi era mettere la testa sulle 
gambe di Ethan e sentire le sue mani che mi accarezzavano, e cos feci. "Mi perdoni, vero, amico?"
Lo guardai, attento.
"Ti ho spedito in gabbia e tu nemmeno ce l'hai con me." Continuammo per un po', in un piacevole silenzio. 
Mi chiedevo se stavamo andando alla Fattoria. "Sei un bravo cane" disse infine il bambino. Scodinzolai di 
piacere. "Va bene, fermiamoci qui, cos ti compriamo da mangiare."
Alla fine tornammo alla Fattoria e stavolta, quando Ethan apr la porta, mi lasci entrare insieme a lui.
Quella sera, dopo cena, mi sdraiai ai suoi piedi, pi soddisfatto di quanto non ricordassi di essere mai stato.
"Sam" mi disse. Alzai il capo, in attesa. "Max. No. Winston? Murphy?"
Avrei voluto farlo contento, ma non avevo idea di cosa mi stesse chiedendo. Speravo che mi ordinasse di fare 
"cerca". Mi sarebbe piaciuto fargli vedere quante cose avevo imparato.
"Bandito? Tucker? Eh, come ti chiami, amico?"
Questa parola la conoscevo! Abbaiai e lui sussult, come preso alla sprovvista. "Wow,  cos che ti chiami? 
"Amico"? Be', che nome strano ti avevano dato."
Abbaiai di nuovo, scodinzolando.
"D'accordo, d'accordo. Allora, che Amico sia. D'ora in poi ti chiamer Amico."
Il giorno dopo capii che Amico era il mio nome. "Qui, Amico" mi chiamava. "Seduto, Amico! Ti hanno 
addestrato bene, a quanto pare. Chiss cosa ci facevi da queste parti. Ti avevano abbandonato?"
Non mi staccavo un attimo da Ethan, avevo troppa paura di perderlo. Restai sorpreso vedendo che andava a 
dormire in camera di Nonno e Nonna, ma non esitai neanche un secondo quando batt con la mano sul 
materasso: saltai sul letto morbido e mi stiracchiai con un mugolio di pura estasi.
Quella notte Ethan si alz pi volte per andare in bagno.
Io ogni volta lo seguivo con devozione e restavo sulla porta mentre faceva i suoi bisogni. "Non devi seguirmi tutte le volte, sai?" mi disse. Al mattino non dorm fino a tardi come faceva un tempo, ma si alz col sorgere 
del sole e prepar la colazione per tutti e due.
"Vedi, ormai sono praticamente in pensione" disse Ethan. "Faccio ancora qualche consulenza, stamattina ho un appuntamento telefonico con un cliente, ma dopo sono libero. Stavo pensando che oggi potremmo lavorare un po' in giardino. Che ne dici, Amico?"
Scodinzolai. Avevo deciso che mi piaceva il nome Amico.
Dopo colazione (mangiai un toast!), mentre il bambino parlava al telefono io andai a esplorare la casa. Il 
piano di sopra sembrava disabitato: le stanze avevano un odore di muffa e solo una vaga traccia della 
presenza di Ethan. La sua stanza era sempre uguale, ma nella camera di Mamma non c'erano pi mobili, solo 
un sacco di scatoloni.
Al piano di sotto c'era un ripostiglio chiuso, ma quando avvicinai il naso alla porta ne usc un odore familiare. Il flip.

31.
C'era una tristezza nuova nel mio bambino, una ferita profonda e molto pi radicata del dolore che gli aveva 
colpito la gamba. "Ci vivo solo io qui, non so cosa stai cercando" mi disse Ethan mentre ispezionavo ogni 
angolo della casa. "Avrei sempre voluto sposarmi... anzi, un paio di volte ci sono andato vicino, ma poi non 
se n' fatto niente. Per qualche anno ho perfino vissuto con una donna, a Chicago." Il bambino si alz, 
guardando fuori dalla finestra con gli occhi persi, e sentii la tristezza crescere in lui. Mi sedetti l accanto, 
alzando una zampa per " appoggiarla sulla sua gamba. Abbass lo sguardo su di me e scodinzolai. "Amico, 
sar l'ora di prenderti un collare."
Andammo di sopra, in camera sua, e tir gi una scatola da uno scaffale. "Vediamo un po'... eccolo."
Mentre Ethan tirava fuori un collare dalla scatola, udii uno scampanellio. Quel suono era cos familiare che 
mi fece rabbrividire. Quando ero Bailey, facevo lo stesso rumore di campanelli ogni volta che mi muovevo. 
"Questo era del mio vecchio cane, tanti anni fa. Bailey."
Scodinzolai sentendo quel nome. Mi porse il collare e lo fiutai ritrovando l'odore, per quanto vago, di un altro cane. Mi resi conto che ero proprio io. Stavo annusando me stesso, una sensazione stranissima.

Scosse pi volte il collare. "Bailey era proprio un gran bravo cane" disse. Rimase seduto per qualche istante, 
perso nei suoi pensieri, poi mi guard. "Mi sa che faremmo meglio a prenderti un collare nuovo, Amico. Non 
mi sembrerebbe giusto metterti a confronto con lui. Bailey era un cane molto speciale."
Il giorno dopo, mentre facevamo un viaggio in macchina fino in citt, ero molto teso: non volevo che mi 
rimettessero in gabbia, in quel posto pieno di cani che abbaiavano. Ma alla fine capii che dovevamo solo prendere il cibo per cani e un collare di pelle dura da mettermi al collo. Ethan, tornati a casa, ci attacc delle targhette tintinnanti.
"C' scritto: "Mi chiamo Amico e appartengo a Ethan Montgomery"" mi disse, stringendo una targhetta tra le dita. Agitai la coda.
Ci volle qualche altro viaggio in citt prima che riuscissi ad abbassare la guardia, ma adesso non avevo pi paura che Ethan mi abbandonasse. Smisi di stargli sempre appiccicato e cominciai ad andarmene in giro da 
solo, allargando il mio territorio fino a comprendere tutta la Fattoria, con particolare attenzione alla cassetta della posta e ad altri punti vicino alla strada dove erano gi passati altri cani maschi.
Lo stagno era ancora al suo posto e c'erano delle stupide anatre che vivevano ancora sulle sue rive. Per 
quanto ne sapevo, potevano anche essere le stesse di tanto tempo fa, ma in fondo aveva poca importanza: 
quando mi videro si comportarono esattamente nello stesso modo, buttandosi nell'acqua tutte spaventate e 
poi girandosi per guardarmi. Sapevo che non aveva senso inseguirle, ma lo feci ugualmente, solo per il gusto di farlo.
Ethan passava la maggior parte delle sue giornate in ginocchio su un grande appezzamento di terra umida dietro casa e dopo un po' capii che non gli faceva piacere se alzavo la zampa per una pisciatina da quelle parti. Mi parlava mentre giocava con la terra e io lo ascoltavo scodinzolando.
"Una di queste domeniche andremo alla fiera agricola,  divertente. Vedrai, i miei pomodori vanno a ruba" mi disse.
Un pomeriggio, annoiato a forza di scavare per terra, andai a farmi un giro nel granaio. Il misterioso gatto 
nero doveva essersene andato da tempo, non restava la minima traccia del suo odore e, non so perch, ci rimasi un po' male. Era l'unico gatto che mi avesse fatto piacere conoscere.
No, non era del tutto vero. Anche se spesso mi dava sui nervi, l'incrollabile affetto di Campanellino era stato gratificante.
In fondo al granaio trovai un mucchio di vecchie coperte, ammuffite e mezze marce. Ma quando ci infilai il 
naso dentro per dare una bella annusata, fui confortato nel sentire la vaga traccia di un odore che conoscevo 
bene. Nonno. Era proprio qui che venivamo a fare i lavoretti insieme.
"Mi fa bene uscire ogni tanto per fare una passeggiata" disse Ethan. "Chiss perch non avevo pensato di 
prendermi un , cane. Ho bisogno di tenermi in forma." Certe volte, la sera, giravamo intorno alla Fattoria 
camminando su un sentiero di terra battuta, completamente impregnato dell'odore di Jasper, oppure 
passeggiavamo lungo la strada in una direzione o nell'altra. Ogni volta, passando davanti a casa di Hannah, 
avvertivo una strana sensazione nel mio bambino, ma non ci fermavamo mai, n salivamo per farle un saluto. 
Mi chiedevo perch non sentissi pi il suo profumo, e ripensai a Carly, il cane conosciuto al parco, che portava forte su di s l'odore di Hannah.
Una di quelle sere, mentre passavamo davanti a casa di Hannah, fui colpito da un pensiero che non mi era mai passato per la testa: il dolore che percepivo, sepolto in fondo al cuore del bambino, era molto simile a quello che avevo sentito in Jakob, tanto tempo prima. C'era un'angoscia solitaria, la sensazione di aver dovuto dire addio a qualcosa.
C'erano momenti in cui quel sentimento sembrava dissolversi del tutto. A Ethan piaceva prendere il bastone e colpire una palla in cortile, facendola volare gi sul vialetto perch io corressi a riprenderla. Facevamo 
spesso quel gioco e mi sarei consumato le zampe pur di farlo felice. Quando saltavo su per acchiappare la palla al volo, come un pezzo di carne lanciato attraverso un recinto, lui rideva tutto contento.
Altre volte, invece, un cupo vortice di tristezza lo inghiottiva. "Non avrei mai creduto che la mia vita sarebbe finita cos" mi disse un pomeriggio, con la voce rotta. Gli feci una carezza col muso, cercando di confortarlo. 
"Sempre solo, senza nessuno con cui passare le giornate." Corsi a prendere una palla e gliela misi in grembo, 
ma lui si gir dall'altra parte senza nemmeno farci caso, in preda a un dolore cos acuto che avevo voglia di 
uggiolare. "Eh, Amico, non sempre le cose vanno come avresti pensato" sospir. Spinsi col naso la palla tra 
le sue gambe e finalmente mi accontent con un lancio fiacco. Corsi a fermarla con la zampa, ma si capiva 
che Ethan aveva il cuore da un'altra parte. "Bravo, Amico" disse con tono assente. "Scusa, non ho molta voglia d giocare."
Mi sentivo frustrato. Ero stato un bravo cane, avevo fatto "cerca" e adesso ero tornato a stare col mio bambino. Ma non era felice. Eppure... Di solito - ricordavo - le persone ritrovate erano felici alla fine di "cerca", quando Jakob e Maya davano loro delle coperte e da mangiare, e poi li riportavano alle loro famiglie.
Fu allora che capii: il mio scopo in questo mondo non era mai stato "cerca", ma "salva". Ritrovare il bambino era stata solo la prima parte della mia missione.
Nel periodo in cui ero vissuto con Jakob, avevo sentito che nascondeva dentro di s lo stesso oscuro sentimento.
 Ma quando l'avevo rivisto, al tempo in cui io e Maya facevano la scuola aveva una famiglia: una bambina e una compagna. E, allora s che era felice, felice com'era stato Ethan quando lui e Hannah erano seduti sul portico e ridevano tra loro.
Per salvarsi, Ethan aveva bisogno di una famiglia. Aveva bisogno di una donna e di fare un bambino insieme a lei. Solo allora sarebbe stato felice.
Il mattino dopo, mentre il mio bambino lavorava la terra, io trotterellai gi per il vialetto, fino alla strada. 
Anche se il ranch delle capre non c'era pi, avevo trovato dei nuovi odori a indicarmi la direzione, e arrivare 
in citt ormai era facile come fare il giro dei campi dietro la Fattoria. Una volta l, non ci volle molto per 
trovare il parco dei cani, anche se rimasi molto male vedendo che Carly non c'era. Feci la lotta con qualche 
cane, senza pi paura di farmi vedere dai loro padroni: adesso ero il cane di Ethan, un bravo cane, avevo un collare e mi chiamavo Amico.
Pi tardi, quel pomeriggio, arriv anche Carly e corse festosa verso di me, emozionata nel vedere che ero 
tornato al parco. Mentre giocavamo, io annusavo deliziato l'odore di Hannah, fresco e forte sul pelo di Carly.
"Ehi, ciao, cagnolino. Era da un po' che non ti facevi vedere. Stai molto meglio ora, eh?" disse la donna sulla 
panchina. Si capiva che era stanca. Dopo una mezz'ora si alz, tenendo le mani dietro la schiena. "Wow, manca proprio poco" disse, col fiato corto. S'incammin lentamente lungo il marciapiede, mentre Carly 
correva avanti e indietro. Io seguii Carly, e gli scoiattoli scappavano terrorizzati al nostro passaggio.
Quando, dopo un paio di isolati, la donna risal un vialetto
e apr la porta di una casa, decisi che avrei fatto meglio a non seguire Carly all'interno. Rimasi sulla veranda 
quando chiusero la porta, in attesa. Avevo gi fatto quel gioco.
Qualche ora dopo, una macchina entr nel vialetto e ne usc una donna con i capelli bianchi. Scesi gi dal 
portico per andarle incontro. "Ciao, cagnolino, sei qui per giocare con Carly?" mi salut, avvicinando una mano in segno di amicizia.
Ancora prima di sentirne l'odore, avevo riconosciuto la sua voce: era Hannah. Dimenando la coda, mi rotolai ai suoi piedi, implorandola di toccarmi, e cos fece. La porta di casa si apr.
"Ciao, mamma. Mi ha seguito dal parco" disse la donna sulla soglia. Carly corse fuori e fece per saltarmi addosso, ma io la scansai: adesso volevo attirare l'attenzione della bambina.
"Dove vivi, piccolo?" Hannah mi prese il collare tra le mani e io mi sedetti, mentre Carly cercava di infilarsi nel mezzo. "Aspetta, Carly" disse Hannah, spingendola via. ""Mi chiamo Amico..."" disse piano, stringendo la mia targhetta.
Scodinzolai.
""E appartengo a..." Oh, santo cielo."
"Cosa c', mamma?"
"Ethan Montgomery."
"Chi?"
Hannah si alz in piedi. "Ethan Montgomery.  un uomo... un uomo che conoscevo tanti anni fa. Quand'ero giovane."
"Uomo nel senso di fidanzato?"
"S, una specie... s." Hannah rise piano.
"Davvero? E questo sarebbe il suo cane?"
"Si chiama... Amico." Scodinzolai. Carly mi diede un morso sul muso.
"E adesso cosa facciamo?" chiese la donna dalla porta.
"Cosa facciamo? Oh, credo che dovremmo chiamarlo. Abita vicino a dove stavamo prima, in fondo alla strada. Sei ben lontano da casa, Amico."
Carly iniziava a darmi sui nervi: chiaramente non aveva capito quanto fosse importante la faccenda e cercava 
continuamente di montarmi addosso. Le lanciai un ringhio e lei si mise a sedere per un attimo, con le 
orecchie abbassate, poi si gett di nuovo su di me. Certi cani sono fatti cos: pensano solo a se stessi.
Ero assolutamente certo che presto ci saremmo riuniti al mio bambino. Era complicato, ma stavo facendo una 
specie di "cerca/dove", solo che adesso erano Hannah e Ethan a dover mettere insieme i pezzi.
E cos and. Pi o meno un'ora dopo, il furgone di Ethan risal il vialetto. Io, che stavo bloccando Carly a 
terra, saltai su e corsi da lui. Hannah era seduta sulla veranda e si alz con fare incerto mentre Ethan scendeva dalla macchina. "Amico, che diavolo ci fai qui?" mi chiese. "Monta su."
Saltai sul sedile davanti. Carly appoggi le zampe sulla portiera, allungandosi per sentire il mio odore, come 
se non fossimo stati naso-naso per quattro ore di fila!
"Carly, gi!" disse Hannah, secca. Carly mise le zampe a terra.
"Non c' problema. Ciao, Hannah."
"Ciao, Ethan." Restarono per un minuto a fissarsi, poi Hannah rise. Un po' imbarazzati, si abbracciarono, avvicinando per un istante i volti.
"Non ho idea di come sia successo" disse il bambino.
"Be', il tuo cane era al parco. Mia figlia Rachel ci va tutti i pomeriggi: ha finito il tempo da una settimana e il dottore vuole che cammini un po' ogni giorno. Salterebbe anche la cavallina, se servisse." Hannah mi 
sembrava nervosa, ma non era niente a confronto di quello che stava succedendo a Ethan: il cuore gli batteva cos forte che riuscivo a sentirlo nei suoi respiri. Le emozioni che irradiava erano potenti e confuse.
" proprio questo che non capisco. Io ero fuori citt. Amico deve essere venuto fin quaggi tutto da solo. 
Non ho idea del perch abbia fatto una cosa simile."
"Be'..." fece Hannah.
Rimasero fermi, a guardarsi. "Ti va di entrare?" chiese alla fine.
"No, no, devo tornare a casa."
"Ah, d'accordo."
Nessuno si mosse. Carly si sedette per darsi una grattatina, senza accorgersi minimamente della tensione fra loro.
"Ti volevo chiamare quando ho saputo di... Matthew. Mi dispiace" disse Ethan.
"Grazie" rispose Hannah. "Sono passati quindici anni, Ethan. Un sacco di tempo."
"Non mi ero reso conto che fosse passato cos in fretta."
"Gi."
"Sei venuta a trovare tua figlia per via del bambino?"
"Oh, no, adesso vivo qui."
"Davvero?" Ethan sembrava stupito, ma guardandomi intorno non vidi nulla di sorprendente, a parte uno scoiattolo sceso da un albero che stava facendo buche nell'erba qualche casa pi in l. Carly, ovviamente, guardava nella direzione sbagliata, notai infastidito.
"Il prossimo mese fanno due anni da quando sono tornata a vivere qui. Rachel e suo marito abitano con me mentre ristrutturano casa loro per aggiungere la camera del bambino."
"Ah."
"Sar meglio che si sbrighino" disse Hannah, ridendo. "Ormai ... grossa!"
Risero entrambi. Ma stavolta, quando la risata si interruppe, Hannah mi sembr triste. La paura di Ethan si era dissolta e anche lui sembrava clto da una strana malinconia.
"Be', mi ha fatto piacere rivederti, Ethan."
"Anche a me, Hannah."
"Allora ciao."
Si volt, ravvandosi verso casa. Ethan torn alla macchina. Era arrabbiato, impaurito, triste, combattuto. 
Carly non si era ancora accorta dello scoiattolo. La bambina era arrivata ormai all'ultimo gradino. Ethan apr la portiera. "Hannah!" esclam.
Lei si volt. Ethan fece un respiro profondo, gli mancava il fiato. "Mi chiedevo se ti va di venire a cena da me, una di queste sere. Credo che ti piacerebbe,  da tanto che non vieni alla fattoria. Ho fatto l'orto. 
Pomodori..." La voce gli si spense in gola.
"Ti sei messo a cucinare, Ethan?"
"Insomma, ma sono molto bravo a riscaldare."
Risero entrambi, e la tristezza fu spazzata via, come se non ci fosse mai stata.

32.
Da allora, vidi Hannah e Carly un sacco di volte. Venivano sempre pi spesso a giocare alla Fattoria e a me stava bene. Carly aveva capito che quello era il mio territorio: sarebbe stato diffcile non notarlo, dal 
momento che avevo alzato la zampa su tutti gli alberi dei dintorni. Ero io il capo e non osava sfidarmi, ma con mio grande fastidio non sembrava capire i ruoli che si erano stabiliti nel nostro seppur piccolo branco. Di 
solito si comportava come se fossimo solo compagni di giochi e niente pi.
Ero arrivato a questa conclusione: Carly non era molto sveglia. Sembrava convinta che, per acchiappare le 
anatre, bastasse strisciare abbastanza lentamente - una dimostrazione di pura scemenza. Io la osservavo con 
totale disprezzo mentre si muoveva furtiva nell'erba a pochi centimetri da me, con la pancia che sfiorava per 
terra, sotto lo sguardo impassibile di mamma anatra. Poi, quando con un rapido scatto si gettava nello stagno 
alzando ondate di spruzzi, le anatre volavano via a pelo d'acqua per atterrare poco pi in l. Continuava a 
nuotare per una quindicina di minuti, con un tale vigore che il suo corpo si sollevava quasi dall'acqua, e 
abbaiava di frustrazione ogni volta che sentiva di essere a distanza di morso, ma le anatre prendevano il volo 
con un frullio d'ali, planando a qualche metro da lei. Quando finalmente si arrendeva, quelle le nuotavano dietro starnazzando con aria decisa e a volte Carly si girava e ripartiva all'inseguimento, convinta di averle 
ingannate. Tutte quelle scene mi facevano perdere la pazienza.
Ogni tanto anche io e Ethan andavamo a casa di Carly, ma era meno divertente, perch l potevamo solo giocare in giardino.
L'estate successiva, decine di persone si radunarono alla Fattoria. Stavano seduti sulle sedie pieghevoli, 
guardandomi mentre mostravo loro il trucco che avevo imparato con Maya: dovevo camminare tra le sedie a 
passo lento e sostenuto, fino a un piccolo podio di legno che Ethan aveva costruito apposta perch potessero ammirarmi. Il bambino mi tolse qualcosa dal dorso, lui e Hannah chiacchierarono un po' e si baciarono, 
dopodich tutti si misero a ridere e mi fecero un grande applauso.
Da quel giorno, Hannah venne ad abitare alla Fattoria insieme a noi. Era diverso, adesso, sembrava di stare a casa di Marna, con gente che andava e veniva a tutte le ore. Ethan port altri due cavalli per fare compagnia 
a Jasper nel recinto e i bambini che venivano a trovarci si divertivano un sacco a cavalcarli (anche se, per come la penso io, i cavalli sono bestie inaffidabili che possono mollarti in mezzo a un bosco appena vedono un serpente).
Poco tempo dopo comparve anche la padrona di Carly, Rachel, con un bambino piccolo piccolo di nome Chase, che mi montava sempre in groppa e rideva come un pazzo tirandomi il pelo. Io restavo fermo, senza fare una piega, come quando facevamo "scuola" con Maya. Ero un bravo cane, me lo dicevano tutti.
Spesso, quando non c'erano visite, Ethan e Hannah stavano seduti sul portico tenendosi per mano, mentre calava l'ombra fresca della sera. Io mi sdraiavo ai loro piedi, sospirando soddisfatto. Il dolore che un tempo attanagliava il mio bambino era scomparso, sostituito da una serena, incoraggiante felicit. I piccini che venivano a trovarci lo chiamavano "Nonnino" e ogni volta sentivo il suo cuore gonfiarsi di gioia. Hannah lo chiamava "amore mio", "tesoro", oppure semplicemente "Ethan".
C'era solo un aspetto meno piacevole in quella nuova situazione: da quando Hannah aveva cominciato a dormire con Ethan, io ero stato scacciato dal letto senza tante cerimonie. L per l pensai si trattasse di uno sbaglio: in fondo c'era un sacco di spazio per me in mezzo a loro, dove preferivo dormire. Ma Ethan mi aveva ordinato di scendere, anche se c'era un letto al piano di sopra che sarebbe potuto andare benissimo per la bambina. Anzi, il giorno in cui avevo sfilato in giardino davanti a tutta quella gente, Ethan aveva fatto 
mettere dei letti in tutte le stanze al piano di sopra, perfino nella stanza del cucito di Nonna, ma evidentemente nessuno andava bene per Hannah.
Tanto per provare, comunque, ogni sera mettevo le zampe sul letto e mi tiravo su lentamente, un po' come Carly quando faceva la posta alle anatre in mezzo all'erba. E tutte le sere Ethan e Hannah scoppiavano a ridere.
"No, Amico, gi" diceva Ethan.
"Lui ci prova, non puoi fargliene una colpa" rispondeva spesso Hannah.
Quando cadde la neve, Hannah e Ethan si misero una coperta sulle ginocchia e rimasero seduti a parlare davanti al fuoco. Per "Felice Ringraziamento" e "Buon Natale", la casa era cos piena di gente che temevo 
mi calpestassero, ma almeno potevo scegliermi un letto, perch i bambini erano sempre contenti di farmi dormire con loro. Il mio preferito era Chase, il figlio di Rachel: i suoi abbracci pieni d'amore mi ricordavano 
un po' Ethan. Da quando aveva smesso di provare a camminare a quattro zampe come un cane e aveva deciso di correre su due gambe, si divertiva a esplorare la Fattoria insieme a 
me, mentre Carly portava avanti la sua vana caccia alle anatre.
Ero un bravo cane. Avevo realizzato il mio scopo. I miei giorni da randagio mi avevano insegnato a scappare 
e a nascondermi dalla gente quand'era necessario, cercando il cibo tra i bidoni dell'immondizia. Dal tempo passato con Ethan avevo imparato l'amore e avevo capito qual era il mio compito pi importante: prendermi 
cura del bambino. Jakob e Maya mi avevano insegnato a fare "cerca" e "dove" e, soprattutto, a salvare le persone. Tutte le cose che avevo imparato come cane mi avevano permesso di ritrovare Ethan e Hannah e di riportarli insieme. Adesso capivo perch avevo vissuto tante vite. Dovevo imparare un sacco di lezioni, acquisire nuove capacit, cos, al momento giusto, sarei stato in grado di salvare Ethan: non dal lago, ma dalla disperazione in cui stava annegando la sua esistenza.
Capitava ancora che io e il bambino facessimo le nostre passeggiate nei dintorni della Fattoria, di solito con 
Hannah, ma non sempre. Avevo una voglia tremenda di passare un po' di tempo da solo con Ethan, quando 
mi parlava camminando a passi lenti e misurati sul sentiero irregolare. "Ci siamo divertiti un sacco questa settimana, non  vero, Amico?" A volte, col bastone, tirava la palla gi per il vialetto e io la rincorrevo tutto 
felice, poi la masticavo un po' prima di lasciarla cadere ai suoi piedi per un altro lancio.
"Sei proprio un gran bravo cane, Amico, non so come farei senza di te" mi disse Ethan, una di quelle sere. 
Inspirando profondamente, gir la testa per guardare la Fattoria, poi salut dei bambini, seduti a un tavolo da picnic, che risposero agitando le mani.
"Ciao, nonnino" gridavano.
La sua gioia semplice, il suo amore per la vita mi fecero abbaiare di piacere. Si volt verso di me ridendo.
"Pronto per un'altra corsa, Amico?" mi chiese alzando il bastone, e colp di nuovo la palla.
In una bella giornata di primavera ero da solo in casa con Ethan e sonnecchiavo mentre lui leggeva un libro sotto i raggi caldi del sole che entravano dalla grande finestra. Hannah era appena andata via in macchina e 
in quel momento la casa era insolitamente vuota di visitatori. All'improvviso spalancai gli occhi e mi girai a guardare Ethan, che si volt incuriosito. "Che c', Amico?" mi chiese. " arrivata gente?"
Sentivo che il mio bambino aveva qualcosa che non andava. Mi alzai, con un guaito appena accennato. Ero scosso dall'ansia. Si era rimesso a leggere, ma rise sorpreso quando appoggiai le zampe sul divano, come per montargli addosso. "Ehi, Amico, cosa stai facendo?"
Quella sensazione di disastro imminente non faceva che aumentare. Abbaiai, senza sapere cosa fare.
"Tutto bene? Devi uscire?" Indic la gattaiola, poi si tolse gli occhiali e si strofin gli occhi. "Oddio, mi gira un po' la testa."
Mi sedetti. Batt le palpebre, guardando in lontananza. "Sai una cosa, vecchio mio? Perch non andiamo a farci un pisolino?" Alzandosi in piedi, vidi che barcollava. Lo seguii in camera, ansimando per il 
nervosismo. Si mise a sedere sul letto con un gemito. "Ah" fece.
Sentivo che qualcosa si era rotto, nella sua testa. Si butt gi, respirando affannosamente. Saltai sul letto, ma non mi disse nulla, si limit a guardarmi con occhi spenti.
Non c'era niente che potessi fare. Gli strofinai il muso sulla mano, spaventato dalle strane forze che avevano preso il controllo del mio bambino. Aveva il fiato corto, quasi un rantolo.
Dopo un'ora, si rialz. C'era ancora qualcosa che non andava in lui, ma capii che stava raccogliendo tutte le 
energie nel tentativo di liberarsi da ci che l'aveva afferrato, proprio come quella volta in cui io, stringendo il 
piccolo Geoffrey tra i denti, avevo cercato di risalire in superfcie nelle fredde acque del canale di scolo.
"Oh" fece, col fiato grosso. "Oh, Hannah."
Pass ancora del tempo. Io guaivo piano, sentendo la battaglia che aveva luogo dentro di lui. Poi apr gli occhi. All'inizio sembravano persi, confusi, quindi li spalanc, mettendomi a fuoco.
"Ehi, ciao, Bailey" disse. Restai di sasso. "Dov'eri finito? Mi sei mancato, sai?" Allung una mano, a tastoni, cercando di accarezzarmi. "Bravo, Bailey" fece.
Non era un errore. In qualche modo, lui sapeva. Quelle creature magnifiche, con la loro mente cos 
complicata, sono capaci di fare molte pi cose di un cane: il mio bambino aveva capito tutto, lo sentii dal tono convinto della sua voce. Guardandomi, era Bailey che vedeva.
"Ti ricordi quel giorno sul go kart, Bailey? Gliel'abbiamo proprio fatta vedere, eh?"
Volevo trovare un modo per fargli capire che s, ero proprio Bailey, il solo e unico cane della sua vita, e sapevo che qualunque cosa stesse succedendo dentro di lui gli permetteva di vedermi per quello che ero realmente. Mi venne un'idea. Saltai gi dal letto e corsi per il corridoio. Alzandomi sulle zampe di dietro, strinsi il pomello del ripostiglio tra i denti, come mi aveva insegnato la mia prima madre. Non ci volle molto 
per far scattare la vecchia serratura, e la porta si apr. Spalancandola con un colpo di naso, m'infilai nel mucchio di carabattole mezze ammuffite per terra e mi feci largo tra stivali e ombrelli finch non lo trovai: il 
flip.

Quando montai di nuovo sul letto e glielo lasciai cadere in mano, Ethan sobbalz come se l'avessi appena svegliato. "Wow! Bailey, hai trovato il flip! Dove l'hai preso, eh?"
Gli diedi una leccata sul viso.
"Allora, vediamo un po'."
Ci che fece un attimo dopo era l'ultima cosa che volevo. Col corpo che tremava per lo sforzo, si trascin fino alla finestra, socchiusa per far entrare un po' d'aria fresca. "Vai, Bailey, prendilo!" esclam. In qualche 
modo, riusc a spingere il flip gi dal davanzale.
Volevo restare al suo fianco, non lo avrei lasciato neanche per un secondo, ma non potevo nemmeno disobbedirgli, soprattutto dopo che ebbe ripetuto il comando per la seconda volta. Scivolando sul tappeto, 
corsi gi, mi lanciai per il soggiorno, fuori dalla gattaiola, sfrecciai come un pazzo intorno alla casa e raccolsi il flip dai cespugli in cui era caduto. Poi feci dietrofront e mi precipitai di nuovo dentro casa, pieno 
di risentimento per quello stupido flip che mi teneva lontano dal mio bambino.
Arrivato in camera, vidi subito che la situazione era peggiorata. Ethan era seduto per terra, nel punto in cui un attimo prima l'avevo lasciato in piedi, e aveva lo sguardo smarrito, il fiato grosso. Lasciai cadere il flip: 
ormai non era pi tempo per quelle cose. Avvicinandomi con cautela per non rischiare di fargli male, appoggiai la testa sulle sue ginocchia.
Presto mi avrebbe lasciato, lo capivo dal suo respiro raschiante, sempre pi debole. Il mio bambino stava morendo.
Non potevo accompagnarlo in quel viaggio, n sapevo dove l'avrebbe portato. Gli umani sono incredibilmente pi complessi dei cani e hanno uno scopo nella vita molto pi importante. In fin dei conti, il compito di un bravo cane  star loro vicino, restare al loro fianco, indipendentemente dalla strada che prendono. Potevo soltanto offrirgli un po' di conforto e la certezza di non essere solo, mentre lasciava questa vita: c'era il suo cane con lui, il cane che lo amava pi di ogni altra cosa al mondo.
Con la mano debole e tremante mi accarezz il pelo sopra il collo. "Mi mancherai, cane citrullo" disse Ethan.
Avvicinai il muso, sentendo il suo respiro su di me, e gli leccai il viso con dolcezza, mentre cercava sempre pi a fatica di mettermi a fuoco. Alla fine lo sforzo fu troppo, e vidi i suoi occhi appannarsi. Non sapevo se 
adesso mi vedeva come Bailey o come Amico, ma non aveva importanza. Ero il suo cane e lui era il mio bambino.
Sentivo che stava perdendo conoscenza, piano piano, come la luce abbandona il cielo dopo il tramonto. Non c'era dolore n paura, solo la sensazione che il mio bambino coraggioso stava andando dove doveva andare. 
Sapevo che riusciva ancora a sentirmi, mentre tenevo la testa appoggiata sul suo grembo, finch, con un ultimo sussulto, ogni coscienza scomparve.
Mi sdraiai buono buono accanto a lui, nella calma di un pomeriggio di primavera, in quella casa vuota e silenziosa. Tra poco la bambina sarebbe tornata e, ricordandomi com'era stata dura per tutti dire addio a 
Bailey, a Ellie e perfino ai gatti, sapevo che avrebbe avuto bisogno del mio aiuto per affrontare la vita senza il bambino.
Io restai fedelmente al suo fianco, ripensando alla prima volta che lo avevo incontrato, al nostro ultimo saluto e a tutto quello che era successo nel frattempo. Presto mi avrebbe assalito un dolore profondo e straziante, 
ma adesso sentivo solo pace, la serena consapevolezza che ogni momento della mia vita, per come l'avevo vissuta, mi aveva portato a quell'istante preciso.
Avevo raggiunto lo scopo della mia esistenza.
...
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...
FINE.
...
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...
Ringraziamenti.
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Moltissime persone mi hanno aiutato in vari modi ad arrivare dove sono adesso ed  difficile elencarle tutte e decidere 
quando smettere. Quindi lasciatemi almeno dire che so di essere, sia come scrittore sia come persona, infier, la somma 
di quello che ho imparato e vissuto finora, e che devo tutto alle persone che mi hanno insegnato, aiutato e sostenuto.
Inizio citando le opere che ho utilizzato nelle mie ricerche sulla mente dei cani: Dogwatching di Desmond Morris; What 
The Dogs Have Taught Me di Merrill Markoe; The Hidden Life ofDogs di Elizabeth Marshall Thomas; Search and 
Resene Dogs a cura dell'American Rescue Dog As-sociation; le opere di Cesar Millan, James Herriot, Marty Becker e Gina Spadafori.
Non sarei niente senza il sostegno della mia famiglia, in particolare dei miei genitori, che hanno sempre creduto nelle mie capacit nonostante due decenni di lettere di rifiuto.
Grande fiducia in me ha avuto il mio agente, Scott Miller, di Trident Media, che non ha mai mollato credendo sempre in questo libro e in me. L'impegno di Scott mi ha portato alla Tor/Forge e alla mia editor, Kristin Sevick, la cui fiducia in Dalla parte di Bailey insieme al suo occhio attento e al suo tocco esperto hanno perfezionato e migliorato questo romanzo, e stato un piacere lavorare con lei e con tutti i collaboratori della Tor/Fiirge
Mentre scrivo queste parole, il libro non  ancora in stampa eppure ci sono gi tantissime persone che stanno lavorando per sostenerlo. Sheryl
Johnston, che  un grande ufficio stampa e un pericolo al volante. Lisa Nash, che si  rivolta alla sua rete di contatti per 
dar forza alla voce di questo libro. Buzz Yancey, che ha cercato di farne parlare. Hillary Carlip, che ha riprogettato 
wbrucecameron.com e ha creato adogspurpose.com con risultati straordinari. Amy Cameron, che ha sfruttato la sua 
esperienza di insegnante per scrivere una guida per chi desidera utilizzare Dalla parte d Bailey come libro di lettura a 
scuola. Geoffrey Jennings, eccellente libraio, per aver approvato una prima bozza. Lisa Zupan che ha accolto il libro.
Grazie a tutti i responsabili che pubblicano la mia rubrica sui loro quotidiani, nonostante il gran trambusto 
nell'ambiente. Grazie soprattutto al Denver Post, che mi ha accolto dopo la triste fine del Rocky Mountain News. Grazie 
a Anthony Zurcher per il modo eccellente in cui si  occupato della mia rubrica in tutti questi anni.
Grazie a Brad Rosenfeld e a Paul Weitzman della Preferred Artists per aver preferito me, e a Lauren Lloyd per essersi occupata di tutto.
Grazie a SteveYounger e Hayes Michael per l'assistenza legale - continuo a credere che dovremmo appellarci all'infermit mentale.
Grazie a Bob Bridges per la sua opera di volontariato sugli errori e i refusi della mia rubrica. Vorrei potermi permettere 
di pagarti cento volte il tuo attuale stipendio.
Grazie a Claire LaZebnik per avermi parlato di letteratura.
Grazie a Tom Rooker per quello che sta facendo, qualsiasi cosa sia.
Grazie a Big Al e Evie per aver investito nella mia carriera da "genio". Grazie a Ted, Maria, Jakob, Maya e Ethan per 
aver ammirato i miei pantaloni.
Grazie a tutta la National Society of Newspaper Columnists, per il tentativo di escluderci dalle specie in via di 
estinzione.
Grazie a Georgia Lee Cameron, che mi ha introdotto nel mondo dei cani da salavataggio.
Grazie a Bill Belsha per il lavoro che ha fatto sulla mia testa.
Grazie a Jennifer Altabef per esserci stata quando avevo bisogno di lei.
Grazie a Alberto Alejandro per avermi fatto diventare un autore bestseller.
Grazie a Kurt Hamilton per avermi incoraggiato ad accertarmi che non ci fosse davvero un problema serio con le tubature.
Grazie a Julie Cypher per avermi prestato tutto quello che aveva.
Grazie a Marcia Wallace, sei il mio personaggio preferito.
Grazie a Norma Vela per il suo buon senso.
Grazie a Molly per il passaggio e a Sierra per averlo reso possibile.
Grazie a Melissa Lawson per la versione definitiva.
Grazie a Betsy, Richard, Colin e Sharon per essersi fatti vivi cos spesso e per aver cercato di insegnarmi la rumba.
La primissima persona a cui ho raccontato questa storia  stata Cathryn Michon. Grazie Cathryn, per aver insistito che 
scrivessi subito Dalla parte di Bailey e per tutte le altre cose.
Adesso capisco perch tante persone continuano a parlare sopra la musica alla cerimonia degli Oscar: la lista di coloro 
che vorrei ringraziare  semplicemente infinita. Quindi concluder qui, con un ultimo ringraziamento per i sacrifici e il 
duro lavoro di tutti gli uomini e le donne impegnati nella protezione degli animali, che aiutano creature abbandonate e 
maltrattate a farsi una nuova vita in una famiglia che le ami. Siete angeli.
...
.
...
FINE.
